lunedì 29 novembre 2010

Gelo
Il gelo era sceso improvviso, implacabile come un inverno, e si era fatto guardare, come chi non teme di avere qualcosa da nascondere, perché la natura si nasconde solo quando è a caccia di se stessa.
Il gelo della solitudine tempra l'anima, come il corpo di un torturato indurisce il ferro arroventato che lo penetra, oppure la uccide.
Nessuna luce irradiava dal fuoco che stava consumando il corpo di quella che era stata sua moglie, espressione di un'anima che aveva voluto fosse cremato, e l'urlo di disperazione lo allontanò da un Cielo che non riusciva più a guardare sorridendo.
Uscì piano, trascinandosi all'esterno di quella fornace dove neppure le bestemmie danno sollievo, con la mente appoggiata a ricordi che lo trafiggevano di un calore simile a quello dell'ultimo abbraccio.
Sua moglie se n'era andata nella speranza che lui riuscisse a essere forte, e la speranza di lei era rimasta, per lui, l'unica ragione di vita. 
Una ragione che se n'era andata con la sua vita.
Ricordò che le disse di aprirsi a un uomo, quando lui fosse morto per primo, in quella folle maratona che vede al via tutta l'umanità che vive non guardando la morte negli occhi.
La ricerca della felicità gli parve la cosa più stupida che si potesse fare, in un universo che perseguita la vita.
Si diresse verso l'uscita, tra due file di cipressi scuri in volto, come soldati che non potevano dimenticare di essere in una guerra perenne.
Fissò il sole come a sfidarne i gelidi raggi, e lui si nascose dietro a un cielo del colore di un'arma, poi rivolse lo sguardo a terra e capì che la terra, per riflettere il cielo, doveva sciogliersi per accogliere quella tenerezza in sé.
Camminò tutta la notte, in un paesaggio sempre uguale a se stesso che non sarebbe più cambiato, nemmeno all'arrivo del giorno.


sabato 27 novembre 2010

Microstorie


Verità
Come tutti, o quasi, era convinto che la verità fosse solo una sua opinione personale che, sommata ad altre opinioni individuali analoghe alla sua, si sarebbe trasformata da soggettiva in oggettiva. Una questione di quantità, quindi.

Per lui l'unica qualità che aveva la Verità era la solitudine.


Incertezze certe
Dopo alcuni giorni di riflessione maturò la certezza che la certezza dovesse essere un obbligo determinato dalle difficoltà che ha l'incertezza nel raggiungere la perfezione.

Naturalmente… se l’incertezza potesse raggiungere la perfezione del suo stato diverrebbe una… certezza: 
la certezza dell'incertezza.


Professori e studenti
È altamente improbabile che un professore possa ammettere di avere, tra i suoi studenti, un giovane più intelligente di lui. Questo perché se uno studente si trovasse in quella sfera di consapevolezza non glielo farebbe mai sapere, dato che al professore mancherebbero gli strumenti intellettuali per poterlo accertare e, dunque, accettare.

Pensiero forma
La forma è il contorno di un limite, pensava, dando forma, con questo pensiero, a una limitazione meno gravosa.

Limiti

Comprese che, per aver ragione dei propri limiti, avrebbe dovuto restringerli, prima di superarli.

Orizzonte intellettuale
Il limite è un orizzonte che... più si allarga... e meno panorama si vede.

martedì 23 novembre 2010

La rotondità della luce


C'è un silenzio
che segue
ogni parola
in ciò che
la parola
non può dire
e una parola
che accompagna
ogni silenzio
per quello che
il silenzio
vuole significare
C'è amore
nascosto
in ogni moto d'odio
ed è amore
deluso
e c'è odio
pronto al balzo
in ogni parola
d'amore
Nel muoversi
d'ogni cosa
c'è l'immobilità
della Realtà
che ha generato
la Libertà
di poter decidere
per sé e
per gli altri
In questa libertà
c'è una cella
della quale
la menzogna
non ha la chiave
perché solo
la Verità
può aprirla.

venerdì 12 novembre 2010

Confini

Non è difficile notare che ogni cosa è conseguenza di un'altra cosa che l'ha causata, e con la stessa facilità si può vedere che ogni cosa ha un'altra cosa contraria che le si oppone, e nel mezzo di questa opposizione sta un punto di equilibrio nel quale l'opposizione è conciliata.
La caratteristica che unisce ogni elemento dell'universo è che ognuno di essi ha bisogno di tutti gli altri elementi che confinano con lui i quali, a loro volta, necessitano dei loro confinanti in un estendersi di bisogni che indicano confini. Si deve ammettere che ogni cosa ha dei confini che ne limitano le possibilità di espressione. La somma di tutti questi confini sarà, necessariamente, un confine inimmaginabile, ma sempre limitato.
Quale dovrà essere la causa di questo tutto che confina e che chiamiamo "realtà"?
E con quale altra realtà confinerebbe?


Se è un tutto… significa che non esistono altri "tutto" fuori da lui, perché essendo un tutto necessariamente li comprenderebbe.
Se non possono esistere altre realtà confinanti con lui significa che il tutto deve essere tondo, in modo che la rotondità imponga la ciclicità, la quale non riesce mai a raggiungere l'orizzonte che è il suo limite apparente.
Una rotondità così enorme da non poter essere immaginata.
Una rotondità talmente grande da sembrare lineare.
Una rotondità composta da rotondità sempre più piccole, a loro volta somme di altre rotondità che saranno a loro inferiori.
Un'enorme movimento ciclico composto da movimenti ciclici più piccoli.
Una rotondità che ha un centro privo di estensione uguale ai centri di tutte le altre rotondità che la compongono.
Un centro senza dimensione né forma perché è la Causa di tutte le forme, e mai una causa è identica ai suoi effetti.
Mai una cosa è perfettamente identica a un'altra, anche solo per il fatto di occupare spazi diversi.
Il tutto, esteso durevole e limitato, è l'effetto di un centro non esteso, non durevole e illimitato.
Un centro che, pur essendo matrice del tutto, non partecipa al movimento del tutto perché è il suo Asse immobile.


Un centro senza forma che è immagine riflessa del Principio dal quale nascono tutte le forme.


Ogni riflessione è un capovolgimento di ciò che si riflette, così il centro stesso, pur mantenendo la stessa centralità, è capovolto.
Questo centro, nel quale ogni circonferenza trova origine, è la realtà più piccola immaginabile dell'universo e, essendo capovolto, deve anche essere la più grande.


Non si può dare un nome a ciò che ha, in potenza, tutti i nomi in Sé.
Non si può dare forma a chi ha, in potenza, tutte le forme in Sé.
Non si può dire che il Centro che comprende tutti i centri esista, perché se esistesse sarebbe sottomesso a un limite che il Centro non può avere, perché non ha contrari che gli si oppongano.
Ogni centro non è mai il contrario di una circonferenza, perché la comprende in potenza e ne costituisce la causa.
Mai un effetto può essere il contrario di ciò che l'ha causato.


Il Centro che non è relativo è più che l'essere e più dell'esistere.
È in tutte le cose e tutte le cose sono una sua espressione nella molteplicità, ma lo sono capovolgendone l'unicità dell'essenza.
Per questo capovolgimento esiste il male ed esiste il Bene, esiste l'ingiustizia e la Giustizia, l'odio e l'Amore.
Nel Centro tutte le opposizioni trovano riposo.
Nel Centro si vede il tutto per quello che il tutto è e non è.
Nel Centro si è pronti a riconoscere le ragioni del tutto, e a vedere che queste ragioni sono oltre ogni limite e non hanno confini.
L'Infinito è la ragione d'essere del finito, come la Libertà totale è la ragione d'essere di quella parziale.

mercoledì 13 ottobre 2010

Sul Tutto e sul Nulla

Il tutto comprende tutto senza nulla escludere.
Il nulla esclude tutto senza nulla comprendere.

Questo significa che entrambi, sia il tutto che il nulla, sono termini che si escludono totalmente e definitivamente. Questo perché sono due termini totalizzanti ed estremi. Se così non fosse il tutto dovrebbe mantenere traccia del nulla in sé tanto quanto il nulla dovrebbe fare lo stesso. Ma se il nulla conservasse una qualsivoglia traccia del tutto, dentro di sé... non sarebbe più il nulla che dovrebbe essere.

Per questa estremizzazione non si può dire che queste apparenti polarità costituiscano, a rigore, un'opposizione.
Mi spiegherò meglio:

Il nulla in realtà non esiste, esiste solo il tutto che, in quanto tutto, comprenderebbe anche il nulla se questi fosse reale, ma non lo è.
La contrapposizione apparentemente inconciliabile in cui ogni opposizione si trova, su un certo piano di realtà, diventa complementarità su un piano più elevato di osservazione, quello sul quale i due poli dell'opposizione considerata si disegnano vicendevolmente assegnandosi ruoli, tanto necessari quanto risolvibili, nell'equilibrio che è centrale all'opposizione. Questa centralità è l'immagine del Centro dal quale ogni coppia di opposti è generata e nel quale, tramite la ciclicità degli eventi, deve ricongiungersi in quella che sarà una futura unità. In questo percorso ciclico, prima della reintegrazione nell'unità del principio generatore, una delle due polarità diviene subordinata all'altra secondo il grado di prossimità, logico, ontologico e, infine, anche temporale nel quale si trova a essere, nei riguardi del principio centrale.
Questa che ho illustrato è una legge universale, modulata dalla ciclicità a spirale che ruota attorno all'asse che si estende su quella che è una verticale nei confronti del piano orizzontale, quello dove si estende il piano di realtà relativa che si sta considerando.

Il tutto corrisponde alla totalità indefinita dei piani ai quali le spirali tridimensionali, che formano i livelli indefiniti che compongono la realtà della manifestazione, appartengono.
Essendo un tutto deve comprendere tutto, quindi anche il non manifestato ma che si manifesterà, tutto ciò che non è sottomesso alla possibilità di manifestazione e anche quello che potrebbe manifestarsi una volta che si saranno realizzate le condizioni per esserlo. In quanto tutto comprenderà, dunque, oltre all'essere il "Non essere". Il "Non essere", lungi dall'essere l'assenza dell'essere, al contrario anticipa l'essere e lo comprende in pura potenzialità che, con l'essere, diviene attuale.
Il nulla non è, quindi, il contrario del tutto, perché il tutto, tutto comprendendo, esclude soltanto la contraddizione alle sue proprie leggi, e definisce questa contraddizione un "paradosso".
Il nulla, non essendo un paradosso perché altrimenti non sarebbe un nulla, non può essere un'esclusione del tutto.

Il vuoto anche, a rigore, non potrebbe esistere perché, se esistesse, non sarebbe vuoto ma dovrebbe comprendere il germe del pieno, tanto quanto il pieno dovrebbe contenere l'embrione del vuoto, se il vuoto potesse essere, ma per essere davvero un vuoto dovrebbe avere carattere di assolutezza. Ora si capirà che per Assoluto si deve intendere il senza limiti. Questo significa che due assoluti sarebbero contraddittori perché l'uno limiterebbe l'altro. Quindi l'Assoluto deve necessariamente costituire una totalità che nulla esclude. O c'è un tutto assoluto oppure un nulla assoluto. Naturalmente l'Assoluto non potendo avere contrari che lo limiterebbero deve essere oltre il tutto e il nulla. Ma logica vuole che si debba intendere per "oltre"... un tutto relativo e un nulla relativo. Tra un nulla e una totalità appare chiaro che è la totalità a essere associabile all'Assolutezza.
In realtà il nulla e il vuoto sono tra loro sinonimi, ai quali è associato il Mistero senza nome che è più del "Non essere" e dell'essere, perché assoluto. L'essere è, con evidenza, frutto di un'affermazione la quale diviene tale in conseguenza di un'esclusione. L'esclusione è necessaria perché ciò che è affermato non può essere il tutto che, in quanto tutto deve contenere anche ciò che affermato non è. 
L'Assoluto può soltanto essere espresso da una negazione ma, poiché la manifestazione della realtà relativa è una negazione nei confronti del Mistero assoluto e senza nome... una negazione espressa da un'altra negazione sarà la migliore affermazione possibile. Quando dalla nostra dimensione zeppa di limiti, e dunque negativa rispetto al Senza limiti, si nega l'Assoluto... in definitiva lo si afferma.
In ogni coppia di opposti l'uno contiene il germe dell'altro, ma se il tutto potesse contenere il nulla come possibilità ad esso contraria, allora per "tutto" si dovrebbe indicare non più quel tutto, che sarebbe relativo perché avrebbe un contrario, ma l'intero insieme del tutto e del nulla.

mercoledì 6 ottobre 2010

La qualità dell'Ispirazione

Dove non c'è né un dove e neppure un quando ha inizio l'atto creativo.
In quel "non luogo" che sta nel "non tempo" il Mistero assoluto è la Possibilità universale di non essere e di essere.
In quel Mistero non c'è divisione e la potenza è unita all'atto come una cosa sola.
Il Mistero attua ciò che è possibile attuare.
Quando un mondo prende forma, in quel mondo coesistono le possibilità che sono sottomesse alle particolari condizioni di essere che ci sono in quel mondo.
Qualsiasi sia il mondo, in qualsiasi parte sia dell'universo, che cambiano sono le condizioni particolari e generali di quel mondo, ma non le leggi universali che ne consentono l'esistenza e che la motivano.
La matematica, la geometria e la logica sono imperfetti tentativi umani di applicare le conseguenze relative a queste leggi universali.
Imperfetti perché nulla che possa essere espresso può essere assolutamente perfetto.
Se si immagina il Mistero si deve immaginare il Vuoto, perché il Mistero non ha forma ed è al di là di ogni esistenza possibile.
Se in quel Vuoto si immagina l'atto creativo si deve immaginare un punto d'inizio e un punto finale.
Poiché l'Assoluto è unicità priva di divisioni e non costituito da parti che si relazionino tra loro, quei due punti devono essere immaginati come fossero al di fuori di quel Vuoto.
In realtà nulla può essere al di fuori del Mistero che, essendo assoluto, tutto comprende nulla escludendo se non l'impossibilità che è contraddizione alle leggi universali emanate dal Mistero assoluto.
L'atto creativo derivante dalla possibilità di essere riempie la distanza, misurata dalla ciclicità, che divide il punto iniziale da quello finale della creazione.
Il punto è, per definizione, privo di estensione e di forma. Questo significa che l'estensione non è mai riferita a un punto, ma solo alla distanza infinitesimale che divide due punti.
Lo stesso discorso si deve applicare all'istante privo di durata, essendo la durata temporale la distanza che separa due attimi diversi tra loro.
Poiché due assoluti si contraddirebbero a vicenda diventando uno il limite dell'altro, e si sa che l'Assoluto è privo di limiti, si deve dire che il Mistero assoluto non è sottomesso a nulla. Estensione e durata sono condizioni relative ed effetti di Ciò che relativo non è, essendo Causa delle relazioni.
Il Mistero assoluto non è né piccolo né grande, e quindi ogni suo effetto può stare in Esso in potenza o fuori di Esso in atto.
In realtà il Mistero non ha nemmeno un dentro e un fuori ed è più che un qualcosa ed è meno di un qualcosa.
Ogni creazione operata dal Mistero ha in sé, come conseguenza diretta, un Mistero.
Quando un uomo crea attinge dal Mistero che è in lui.
L'atto creativo di questo uomo, che segue la possibilità di essere attuato, riproduce la riflessione con la quale il Mistero assoluto crea riflettendosi nella Possibilità universale.
L'uomo che crea lo fa riflettendo le proprie possibilità particolari e generali.
L'uomo che crea ha un "non luogo" dentro le proprie possibilità che è in un "non tempo".
Egli chiama Ispirazione l'atto col quale attinge nel proprio mistero, immagine ed eredità del Mistero assoluto.
La profondità nella quale l'uomo riesce a immergere il secchio della propria possibilità creativa darà la qualità, che è senso e direzione, di ciò che uno scrittore scrive, perché questa profondità misura la distanza dalla "non distanza" in cui lo scrittore uomo si trova nel "non luogo" che ha dentro di sé.
Distanza che misura la differenza tra la consapevolezza di questo uomo e la Consapevolezza totale che qualifica il Mistero assoluto.

lunedì 20 settembre 2010

Nati già morti






Ogni caverna, come ogni cuore,
è immagine del Cielo vuoto
pieno di forme che mutano in forme
mostrando l’infinità di un’Intelligenza
che è perfezione assoluta
(Da un’incisione rupestre lasciata in una caverna africana)

Nati già morti

Oggi li avrebbe rivisti, tutti insieme, come accadeva ogni tre anni, da quattro secoli.
Da quel tempo l'adunanza era diventata norma, per il popolo che odiava la luce.
A nessuno di loro pareva interessare l'origine del non tempo che l'uomo chiama immortalità, tranne che a lui. L'unico, tra tutti, a non provare alcuna pietà per se stesso.
I millenni sono niente per chi non è sottomesso alla durata, per chi è consapevole di vivere un'esclusione necessaria, in un mondo che, altrimenti, ti prosciuga rubandoti il soffio.
Azek vibrava d'immobilità quando considerava l'impossibilità di essere libero. Un'impossibilità che costituiva ragione per essere disperati.
Fino a dove poteva spingersi il buio per sfuggire alla luce lui lo sapeva: nelle profondità del dolore.

L'Africa nera che li aveva partoriti ora li chiamava a sé, in un vorticare di foglie cadute da alberi sempreverdi. Arrivò al villaggio per ultimo, come sempre, anticipando di poco il primo raggio di odio che l'alba concedeva al cielo.
Scivolando rapido, come un felino ferito, s'introdusse nel sottosuolo da un piccolo buco per topi. In lui convivevano tutte le nature bestiali che si odiavano tra loro.

 Ares era già lì da giorni, lei non sapeva aspettare. Cosa terribile per una vampira.

Non si salutarono guardandosi, e due ringhi impercettibili impedirono ai loro diversi territori di accostarsi.
Il popolo oscuro non si accoppiava, perché il sangue non ha un genere preferito, eppure Azek e Ares si amavano nel silenzio.
Nessuno lo sapeva, nemmeno loro due e, forse, a nessuno sarebbe importato. Il male insegue il bene per convincerlo delle ragioni della sua natura, e mai si farebbe cercare da lui.

La caverna era illuminata dai lampi della disperazione di gente non umana, non animale, capace di diverse forme, ma nessuna adatta a loro.
Tra gli scintillii che si scrutavano ansiosi, nell'inutilità del non potersi aiutare, si levò una voce cupa

—Che Azek dica cosa è cambiato nel nostro esserci, che Azek dia la morte al primo dei nostri bisogni!—
Un sommesso brusio di approvazione rantolò in quelle gole arse da una sete che oggi non sarebbe stata soddisfatta

—Azek sa che il terrore più grande il buio lo prova per il buio, Azek ha visto che due sono le oscurità dell'universo—
La tensione di un dubbio a lungo represso, nell'esiguo spirito che riempiva la grotta, si fece densa come sangue rappreso

—Azek ha sollevato il capo reclinato della sua volontà, e ha guardato attraverso l'occhio che la nostra specie ha perduto negli eoni di un tempo che fu
—Azek è ora nella durata che finge di scorrere, e vede l'illusione che regge il mondo—

Una protesta rabbiosa, come volontà di ferire, fu superata dal bisogno di libertà di esseri stanchi di essere
—Che parli, allora!—

Le sue non erano parole, ma luce sconosciuta, nera come la notte quando capisce di dover arrendersi al giorno

—Azek non può dire come sia accaduto, ma crede che troppa sete estingua la sete
—Il Maligno era distratto dalla propria concupiscenza, quando Azek guardò negli occhi di se stesso—

—Non può essere!— gridò Ares, improvvisamente vittima della paura di perderlo
—Il Maligno è dentro di noi, non può guardare altri che noi!
—Tu non puoi esserti liberato di Lui, perché siete una sola realtà!—

Azek, per la prima volta, si accorse di essere importante per qualcuno. Doveva aspettarselo, perché quando il male abbandona la propria presa il vortice dell'esistenza assume forme che spingono al sacrificio di sé

Come una cavità lasciata libera da un'orda di pipistrelli fuggita via il cuore di Azec, svuotato, pianse qualcosa che gli era sconosciuta, e assomigliava a una speranza di morte che si sarebbe trasformata in una vita vera.

—Io ora sarò libero, compiuto l'ultimo necessario passo
—Azek non berrà più la vita di altri che non può avere per sé
—Azek succhierà dentro di sé la morte che non lo ama!—

Ezra, il vampiro più antico tra loro, si alzò in un impeto di follia animale, ma non urlò

—Che dici, sei impazzito?
—Nessuno può superare la propria natura, nessuno può liberarsi da sé—

Azek finse di non udire e continuò

—Dentro di me ho scrutato un buio diverso, ho visto il perché del vortice e la ragione dell'impossibilità d'uscita
—Fuori di me ho capito il senso di una rinuncia
—Tutto il male che ci avvolge è un servo!—

L'orda si alzò come fosse guidata da una sola volontà, e un coro di ansie con la forma di paure inconfessabili divenne un sibilo, che si avventò contro il buio che comandava alla luce per essere da lei illuminato

—Azek non ha con sé il brillio del sapere, perché nulla può splendere senza ucciderlo!—
La voce di Ezra sentenziava la certezza che il popolo dell'ombra aveva da quando esisteva nel mondo delle forme incostanti

—Azek ora conosce senza sapere della luce, Azek sa attraverso la notte dei tempi
—Azek ha visto un buio superiore all'assenza di luce e alla presenza di luce
—Azek è figlio, come voi tutti, di una totalità priva di parti, senza divisioni in sé
—Azek vuole tornare a essere l'embrione di una possibilità in divenire, libero dalla costrizione che ha trasformato il suo essere in sete mai sazia
—Azek desidera realizzare ciò che voi tutti non avete il coraggio di dire a voi stessi!—

Come in bestie costrette nell'angolo dalle proprie ataviche paure, lunghi artigli sfoderarono la loro ferocia, annaspando in un vuoto lasciato da un nemico ancora sconosciuto, e larve di timori repressi nel sangue iniziarono a contorcersi, come mosche imprigionate in un destino che non riusciva a compiersi senza un cadavere da consumare.

—Che Azek mostri di cosa sta parlando, per non lasciare morire nel vuoto il vuoto di ciò che ha detto!—

Ezra era furioso

Un silenzio irreale ricompose l'ansia in ghigni di disprezzo che lasciavano immaginare coppie di acuminati denti tremanti di rossa emozione

Azek si mosse verso Ares che s'irrigidì di paura, la toccò senza chiederle consenso e la strinse a sé con la forza di un colpo secco

Entrambi crollarono al suolo trafitti da un'invisibile arma, e da due esseri senza anima si levò una sola luce.

L'orda, a quella presenza, si dileguò nei cunicoli come un'esalazione di morte e in quella caverna, tornata vuota come un ventricolo appena nato, prese a pulsare la vita.
Non un essere compiuto, ma un embrione di luce si acquattò, con l’istinto di un predatore, tra quelle rocce ancora umide di disgusto. Era assetato di vita nuova e bisognoso di un gelo da scaldare.
Senza una sola via d’uscita i senza anima vagavano, attraverso la cecità del sottosuolo, cercando altro buio. Avevano visto, anche se solo per un breve attimo, il modo in cui nasceva la luce che odiavano, e l’amore che l’aveva fatta pulsare.
La temevano più dello stesso loro destino, come ogni creatura teme l’ignoto.
Ora erano prigionieri di lei, sapevano che era ancora lì che li aspettava, ne percepivano i riflessi violacei sentendone la forza chiara.
Come talpe vendicative agitavano gli acuiti sensi, alla ricerca di uno spazio sufficientemente largo da contenere il loro numero e lo trovarono.
Ezra, con un moto di affanno cercò di analizzare le possibilità di fuga, nessuno lì dentro avrebbe voluto essere fecondato dal Mistero che li stava aspettando.

La non gente, spaventata dalla possibilità di fusione vista attuarsi nella grande caverna, stava disposta in due gruppi separati, dove maschi e femmine parevano respingersi con disgusto.
Nessuno di loro avrebbe mai accettato di scambiare il proprio dolore con la debolezza di un vivere che avevano sempre spento.
Asura diede una leccata col pensiero a Erca, e ne annusò il fetido alito. Gli era sempre piaciuta Erca, così rapida a dileguarsi in una scia di sangue. Erca lo ricambiò con uno sguardo astioso, distogliendolo in fretta dall’orizzonte rossastro del suo essersi imposto.
Le piaceva Asura, anche se non avrebbe potuto dire la ragione.
Azek e Ares avevano lasciato loro il marchio di un ricordo terribile, con il peso di un pensiero rifiutato che aveva, per nascere, violentato la volontà che lo negava.
Ognuno di quegli esseri si accorse di avere una corrispondenza nel genere sessuale opposto al proprio, e di poterlo desiderare senza doverne bere la vita apparente.
Solo Ezra non aveva opponenti, perché Uria, la vampira antica quanto lui, si era dissolta nel nulla in tempi dimenticati.
Ezra, infettato dalla stessa memoria che aveva fatto irruzione nell’adunanza, ricordava i lineamenti duri di lei che lottavano con la trasparenza dei propri occhi. Era quella trasparenza ad averla indebolita, Ezra lo sapeva, perché la trasparenza è la casa della luce.
Digrignò i denti in un moto di gelosia che non aveva mai provato, rimpiangendo di esserci ancora.

—Quanti tra voi rinunceranno a gioire dell’ombra, a godere del terrore che incutono gli aborti, per aggrapparsi a speranze destinate a morire?— disse enfatico.
—Volete dissolvervi come Azek e Ares unendo la vostra fine al nulla?—

Suria, una bambina di dieci secoli che sembravano anni si scosse dal torpore che l’aveva incantata in una supplica agli occhi di Lixio, il suo orrendo nemico, per la prima volta accesi di sconforto
—C’è qualcosa, in me, che non è un aculeo, disse la bimba
—Qualcosa che potrei spegnere, se lo volessi
—Lo so da sempre…—

Lixio, che avrebbe voluto sopprimerla, era certo lei avesse ragione, anche lui sentiva il disgusto dato dall’insoddisfazione di non poter cercare nelle aperte distanze.
Ormai in quella fossa si stava compiendo un rito, nel quale l’esistenza dei nati morti si divincolava, incastrata nella fessura aperta dal dubbio.
Alla sete di sangue che trovava riposo, nel sole di una coscienza rifiutata, si opponeva una nuova debolezza che minava la furia; nella potenza di un corpo senza malattie si era introdotta la carie del chiedersi il perché di tutto questo.
Mentre il fluido della vita perdeva il suo sapore nerastro, il male piangeva di sé.
Altri dèmoni si accalcheranno in quel posto che non si libera mai, perché sono in molti a ignorare la servitù obbligata in cui il dolore dà coraggio alla vita.
Altre lacrime saranno versate, sporche del sangue innocente di chi ancora spera.
Eppure, ancora una volta la verità di una condizione dell’essere si trovava appesa al cappio nel quale è condannata ogni ombra, quando la forma da cui essa trae vita cessa di essere una forma per sacrificarsi alla Realtà che forme non ha, perché è più del contorno che traccia limiti.
Ancora una volta le opposizioni scoprivano di trovare sollievo innamorandosi l’una dell’altra, nello svelamento della ragione che aveva voluto entrambe.
Ogni vampiro correva sulla sfera folle della propria realtà, scambiando l’orizzonte sfuggente per Eternità, ma quella sfera si sarebbe consumata presto, nello stesso modo in cui il sangue si prosciuga, perché la sete che affligge la vita non di sangue ha necessità, ma di luce.
La Luce li trovò, inginocchiati davanti al loro dèmone, tra le nebbie della loro coscienza che non si era mai spenta.
Ma non toccò nessuno, perché mai la luce si impone, anche se quando si mostra nessuno può più dimenticarne la presenza.
Il fuoco che ardeva al centro di quella che era stata un’orda assetata di fluido vitale non era obbligato a illuminare coscienze. Non il calore crea la luce, ma è la luce che può anche scaldare.
La morte, improvvisamente divenuta amica, raccolse la polvere diventata fango per le lacrime e diede nuove forme a quelle essenze vitali.
A nessuno è negata la possibilità di redenzione, nemmeno al dèmone che fuggì ruggendo, nei profondi abissi dove anime perse vagavano senza cercare la verità.

Molti sono coloro che nascono nel pianto e muoiono piangendo, alcuni nascono già morti, anche al pianto, per questo non lo ascoltano quando rubano vite, eppure il pianto resterà inchiodato al loro destino fino a quando quel destino non si fisserà nella vera e unica immortalità possibile.
Quella Assoluta.

Massimo Vaj 










venerdì 17 settembre 2010

Un'illuminazione

Un'illuminazione può avere svariate gradazioni nelle quali una meraviglia, ma il più delle volte una disperazione, prende forma all'orizzonte dell'inaspettato.
Il ventaglio di possibilità offerte dal Mistero è decisamente indefinibile, e solo un'illuminazione potrà scrutarne i contorni.
Io posso solo immaginare che i due sostegni che reggono, alle due estremità, lo zigzagare del ventaglio, siano lo stupore e la delusione.
Questo perché l'illuminazione, a qualsiasi livello si esprima, dà e toglie contemporaneamente.
Quando si prende coscienza di una realtà lo si fa attraverso l'abbandono di quella falsa che sarà sostituita.
Ieri ho visto una cavalletta atterrare su una larga foglia. È stato un atterraggio senza traumi, morbidamente eseguito da un insetto che, fino a pochi secondi prima di quell'atterraggio, io credevo fosse l'incarnazione del tentativo di suicidio con esagerate possibilità di andare a buon fine.
Invece quella è arrivata come un Boeing pilotato da un esperto comandante, guidato nella manovra di atterraggio da un controllore di volo astemio.
Ora non potrò più paragonare la mia vita a quella delle cavallette.
All'altro capo della possibilità di essere illuminati si trova l'illuminazione spirituale che, più che un atterraggio, ha l'aria di essere un decollo.
Ho sperimentato anche quella, ed è per questo che sono così allarmato di non riuscire a trovare la foglia giusta...

martedì 14 settembre 2010

Per un pelo


La mente che stava sotto tutti quei capelli bianchi, sopra a una barba ispida ancora più bianca, aveva schiacciato di tutto per guardarci dentro, aveva tagliuzzato e punzecchiato ogni elemento che la vita le metteva davanti, come se questa l'avesse fatto solo per sacrificarlo, ma tutto quell'analizzare, scomporre e spezzettare, oltre a imbiancargli il pelo lo aveva solo reso ansioso. La salute se ne era andata da un pezzo, cosa che non deve meravigliare chi non si cura di inspirare veleni. Così, quell'uomo che aveva preso l'aspetto di un saggio cercando verità sconosciute, oggi era un aggregato stanco e sfiduciato, con le gambe gonfie, le dita delle mani deformate dall'artrite, gli occhi ridotti a due fessure insanguinate da notti insonni, trattenuti da una pelle che esibiva macchie livide, sparacchiate da esperimenti che, deflagrandogli in faccia, gli avevano dato l'aria di essere un ubriacone. Quest'uomo percepiva ormai che l'epilogo dell'esperimento finale, quello più importante e assimilabile al suo vivere, stava esplodendo allo stesso modo e per le stesse vie di tutti gli altri fallimenti che punteggiavano di delusioni il tortuoso cammino di un'esistenza inutile. Non riusciva nemmeno a sedersi comodo per riposare, perché la vita lo torturava come lui torturava la vita, facendolo senza sperimentare, attraverso delle feroci emorroidi.
Si alzò dal letto a fatica, quella mattina piovosa, ancora prima dell'alba, per un dolore alla vescica che i reni, sofferenti, mettevano in fretta sotto pressione perché lei si svuotava lentamente, a causa della prostata che stringeva il collo all'uretra. Vide, guardando dall'alto come sempre faceva quando metteva in atto le sue intuizioni balzane, sgocciolare dal suo pene stanco l'urina intorbidita dai malanni, e s'immaginò che quel piscio fosse la materia prima di cui è intriso l'universo. Ne considerò lo sgocciolio che riempiva il pitale, ingiallito dagli anni più di quanto non fosse l'universo, vedendo che ogni goccia, ogni spruzzo, accidentale e diverso dagli altri spruzzi, doveva la sua forma e la direzione del suo moto alla legge unica imposta dalla natura del liquido e dalla struttura del pitale. Si accorse, con stupore, che gli accidenti dei quali il mondo era composto si comportavano allo stesso modo di quegli schizzi. Pensò che se si voleva capire il mondo occorreva prima distinguere le leggi che ne ordinavano lo zampillio, e che avrebbero delineato il disegno di una casualità solo apparente. Vide che nessuna goccia poteva sfuggire alla legge della liquidità, e che quell'assurdità indecifrabile e vorticosa apparteneva alla possibilità di essere che pulsava all'interno di ogni goccia. Constatò che vaso e urina dovevano il loro essere a una causa, con le fattezze del suo corpo, che era superiore a entrambe; un corpo che sbatteva dentro e contro la vita per cause che erano a loro volta superiori alla vita stessa. L'uomo aveva ora, davanti al suo sguardo diventato inaspettatamente acuto, un piccolo universo analogo a quello non misurabile che era finora sfuggito alla ricerca scientifica. Fu, quella, la sua pisciata più bella, che si concluse in una macchia rosso fuoco, colorando di morte il suo destino.
Lo scienziato si piegò al suolo con un lamento sordo, scivolando col viso dentro al liquido rovesciatosi dal vaso, non perdendo il sorriso di chi, a un pelo dalla fine, era quasi riuscito ad afferrare il Mistero che se lo stava trascinando via.

martedì 7 settembre 2010

Un'apertura diversa

—Un'apertura diversa per guardare il mondo— si era accorto che era quel brutto buco in gola, lui che aveva sempre pensato che la gola servisse alle orecchie e allo stomaco, oltre che a dannarsi l'anima. Ormai era quasi un anno che non faceva udire la sua voce al mondo, da quando i medici gli avevano salvato la pelle, e aveva potuto solo ringraziarli con gli occhi, senza ancora sapere che gliene avevano aperto un altro, di occhio. In gola. Si era sempre un po' sbracciato quando parlava, ed era anche abituato ad ammiccare strizzando gli occhi e piegando la bocca perché, in fondo, gli era sempre sembrato che le parole fossero imprecise al comunicare dei cuori. Ora sapeva per certo di aver avuto ragione, adesso che la voce si perdeva in uno sbuffo largo che somigliava a un rantolo. La sua attenzione aveva perso le orecchie per ascoltarsi e imparato a sentire gli altri nelle pieghe delle parole, quelle che, normalmente, sfuggono a chi è distratto da se stesso. A chi si ascolta troppo. Una realtà più precisa e sottile gli si era spalancata davanti, lui la vedeva chiara e denudata dai fronzoli che servivano a decorare la verità o le bugie.
—Che strano che la verità sia sempre una mentre le bugie sono così tante— rifletteva in silenzio, pensando a come comunicare quella cosa ad altri e, nello stesso tempo, decidendo che sarebbe stato meglio non offendere quel mondo che ora, davanti al suo tacere acuto, era diventato bambino.
Ora cercavano d'insegnargli a parlare di nuovo, e lui avrebbe accettato di farlo, ma solo per non imbarazzare il mondo, perché ormai sapeva leggere il vero attraverso il silenzio, e non se ne sarebbe più dimenticato.

domenica 5 settembre 2010

Bando di concorso

La celeberrima Casa Editrice NON FIDARSI È BENE MA FIDARSI È MEGLIO bandisce un concorso aperto a tutti gli scrittori di tutte le età e sesso, trans-gender compresi, che ha per scopo la diffusione, e forse anche l'affermazione, della cultura in tutti i suoi risvolti, persino quelli desiderabili.
Il tema proposto è: "Come farsi conoscere senza farsi riconoscere".
Poiché la nostra Casa Editrice, a differenza delle altre case editrici, sta dalla parte di chi scrive, non chiederà contributi  per le spese di segreteria agli autori che saranno selezionati, tra quelli che avranno inviato il loro contributo, e nemmeno li costringerà ad acquistare l'antologia che raccoglierà i migliori racconti tra quelli ricevuti. Naturalmente il fortunato autore prescelto, che finirà sotto i riflettori dell'attenzione dei media di tutto lo Stato, dovrà concedere alla nostra benemerita Casa Editrice, a norma della vigente legge sull'editoria, il suo benestare sui diritti di pubblicazione, ferma restando, e qui la nostra generosità non riesce più a nascondersi, la proprietà nominale della sua fatica che gli frutterà, fra vent'anni, la possibilità di pubblicarla, a proprie spese, con un altro editore concorrente tra quelli che, pietosamente arrancando, inseguono la nostra altruistica tattica editoriale.
Confidiamo che questo nostro progetto, al quale dedichiamo tempo, denaro e buona volontà, possa incontrare l'adesione dei molti che desiderano mantenere vitale la tradizione di attenzione al prossimo che tanto lustro ha dato, nel nostro glorioso passato nazionale, ai pomelli che aprono le porte del successo, prima spirituale che economico.

Il signor B.

Il signor B. sentiva di avere il diritto di pretendere molto dal Cielo, come lo sentivano tutti quelli che erano piccini, poco intelligenti, frustrati e ignobili di nascita. In molti erano i piccini, altrettanti i poco intelligenti, una moltitudine i frustrati che non riuscivano a sovrastare gli ignobili, ma nessuno di costoro riassumeva in sé tutte queste limitazioni moltiplicate per sé stesse. Tranne il signor B.
Il tempo B. lo consumava, ordendo piani mostruosi, per comprarsi il mondo che aveva la disgrazia di stare attorno a lui, un mondo che era in vendita.
Cominciò a delinquere: aiutato dai soldi di suo padre cominciò a comprare case, rivendendole attraverso speculazioni da squalo cieco. Aprì un'impresa edile che divennero molte attraverso il riciclaggio di fondi mafiosi. Costruì interi quartieri imbrogliando vittime di altre tragedie famigliari, acquistò mezzi uomini che volevano trasformare le loro vite in mezze vite, comprò amori stracciandoli, assaporò la pelle di molti politici fino a diventare un politico e poi un capo. Alla gente piaceva perché era come la gente a cui piaceva, alla mafia non piaceva perché era come loro e ai politici disonesti piaceva perché era quasi peggiore di loro. Oggi i suoi desideri hanno le tasche piene a causa del suo assicurare di non aver mai messo le mani in tasca, né nelle sue e neppure in quelle d'altri, ma non ha smesso di desiderare. Persino la sua altezza è aumentata e ora si sente più vicino al Cielo, così da potergli chiedere di più.
Il signor B. sta mostrando, senza saperlo, che quando il Cielo accontenta chi chiede solo per sé, lo fa per poterlo usare a monito mentre gli concede la libertà di essere malvagio.

mercoledì 1 settembre 2010

La Verità sulla verità

Una statua non è la verità di una roccia spogliata del superfluo, perché anche quegli scarti sono veri. La Verità non è solo nella bellezza o nella bruttezza, non si esaurisce solo nella giustizia o si perde nell'ingiustizia. Non sta dalla parte del sotto o del sopra e neppure del fuori o del dentro. È Verità anche la falsità, perché ciò che è falso costituisce una vera bugia. Verità è tutto ciò che è e che è stato. Verità è tutto ciò che non è e non è stato, ma che sarà. Verità è ciò che è superiore all'Essere e al "Non essere". Vero è il buio prima della luce, e Vera è la luce che lo illumina. La Verità è unica e indivisa e totale, quando è assoluta. Divisa, molteplice e parziale, quando è relativa. La Verità unica, quando è riflesso di sé, si capovolge nella molteplicità e ci imbroglia. La Verità è in ogni luogo perché non ha una sua casa recintata. È al centro di tutti gli esseri perché non è la loro padrona, e ognuno può trovarla in sé soltanto se la vede negli altri attraverso la verità che gli altri rappresentano. La Verità è madre della logica, non la figlia, e genera le possibilità universali che la logica non può esaurire, perché tutta la Verità è un contenitore grande quanto il suo contenuto. La verità è l'unica cosa che può salvarci dalla Verità.

giovedì 26 agosto 2010

Cosa si deve intendere per "princìpi universali"


La metafisica è, propriamente, la consapevolezza immediata e diretta dei princìpi universali. Alla mente è poi riservato il compito di degradare in consequenzialità descrittiva questo speciale conoscere non mediato dalla mente, che è frutto di una intuizione spirituale possibile solo per coloro che hanno un canale di comunicazione aperto col centro di sé. Incollo un mio scritto, di seguito, per chiarire meglio di cosa la metafisica tratti.

Cosa sono i "princìpi universali":

Un principio si dice universale quando ha una valenza riferibile all’universo nella sua totalità. Per estensione laterale si usa il termine universale per indicare ogni realtà avente carattere generale, così da dire, per esempio, che è “universalmente” noto che i maschi di tutte le specie sono approfittatori (questa sarebbe l’universalità vista dall’universo femminile) :D

In realtà, e al di là dello scherzo, un principio universale non è solo generale, quest’ultimo avrebbe un correlativo, il particolare, che l’universale non potrebbe avere perché per universale si deve intendere comprensivo di tutto ciò che è, di ciò che ancora non è attuato ma che si attuerà e anche di quelle realtà che pur essendo vere non sono soggette al doversi manifestare. 
Il principio universale del moto è quella legge che impone il movimento, che è vibrazione, a tutto l’esistente. In quanto principio del movimento ne costituisce causa e, come tutte le cause, non partecipa ai suoi effetti né da questi può essere modificato. Si deve dire che, per questo, il principio che obbliga a muoversi non si muove a propria volta, pena l’arresto delle condizioni che consentono l’espressione vitale che è mezzo universale. Analogamente a ciò che avviene per legiferazione principiale (di principio), anche nella manifestazione della realtà relativa ogni causa non partecipa ai suoi effetti. È per questo che il fuoco non può bruciare né modificare l’essenza del calore che lo ha generato. Dovendo utilizzare una simbologia geometrica per semplificare la questione del grado di prossimità di ogni principio al centro dal quale è stato generato userò l’immagine, ristretta e limitata alla dimensione spaziale, di una circonferenza come se questa fosse l’immagine della totalità:
La circonferenza è, rispetto alla centralità dalla quale è irradiata, un effetto. Un effetto composto da una serie indefinita di punti in movimento, analoghi al punto centrale, del quale rappresentano la moltiplicazione per divisione. L’uno, riferito al centro, diventa i molti, ribaltandosi sulla circonferenza. È, questa, un’inversione speculare frutto della potenzialità centrale che diviene atto, riflettendosi nelle proprie possibilità di essere. L’Assoluto, essendo privo di dualità che si relazionano tra loro, è potenza e atto indissolubilmente uniti, e ciò che è possibile, solo per il fatto di esserlo, diviene attuabile. Le leggi che attuano questa riflessione sono i principi universali. Tutta la manifestazione della realtà procede da questi principi, i quali costituiscono gli assi fissi, nei confronti della realtà mobile, attorno ai quali ruota la realtà. I princìpi universali sono le modalità attuative della realtà relativa. L’Assoluto, del quale il centro è simbolica immagine, è centrale a ogni suo effetto e ogni suo effetto è immagine capovolta del principio primo che lo ha generato. Nell’allontanarsi dalla propria Causa assoluta, che è Perfezione assoluta, ogni effetto diviene a propria volta causa relativa di altri effetti, in una catena consequenziale e indefinita che si estende nella molteplicità, la quale dà forma e sostanza alla manifestazione della realtà delle relazioni. Questo allontanarsi dal Centro privo di dimensione dà origine a una gradazione che ha carattere di gerarchia, quando considerata attraverso questa chiave interpretativa che rappresenta una specifica visuale. La centralità, che è principio primo in rapporto alla circonferenza che esprime, analogamente all’Assoluto di cui è immagine riflessa, si riflette a sua volta in una moltitudine di centralità secondarie aventi gradi di relatività proporzionali all’allontanamento dal principio primo che il tutto genera. Più un effetto è vicino alla Causa delle cause, e minore sarà il suo grado di relazione con la realtà intesa nel suo complesso. I principi universali sono emanazioni, effetti quindi, principiali. Significa che il loro effetto coinvolge ogni aspetto dell’esistenza attraverso un’azione che è esercitata al di sopra dell’esistenza stessa. Ogni principio universale, non partecipando all’esistenza che come modalità legiferante, è al di fuori dell’esistenza, allo stesso modo in cui, anche nel relativo, ogni causa è esterna, nella sua essenza, agli effetti che produce. La prima divisione che si attua dalla riflessione dell’Assoluto è chiamata, non essendoci altro modo per definirne la natura, “Non esistenza” la quale contiene l'esistenza in potenza. La stessa realtà che l’uomo chiama “Dio”, essendo Causa dell’esistere e dell’essere, deve rientrare nel Non essere. Per questo chiedersi se Dio esiste è, nella visuale centrale metafisica, contraddittorio, perché l’Assoluto è più dell’esistere, essendo l’esistere un’affermazione e ogni affermazione un’esclusione di ciò che non rientra in quell’affermazione. La gerarchia nella quale i principi universali sono ordinati tra loro ha, come punto di riferimento per essere stabilita, la centralità del principio primo, che è immagine riflessa dell’Assoluto indiviso e che, attuandone le infinite possibilità, diviene indefinita attuazione di queste possibilità, suscettibili di divenire attuali. La realtà è anche formata da realtà che devono ancora essere espresse perché in attesa della maturazione degli eventi che le esprimeranno, e anche da altre possibilità di Non manifestazione le quali esistono pur non potendo manifestarsi attraverso le leggi della manifestazione. Tutto questo è una necessità che è consequenziale ed estensiva della prima divisione nella “Non esistenza” e dell’esistenza conseguente. Si deve dire che la “Non esistenza” comprende in sé tutte le possibilità dell’esistenza non ancora espresse. Nella realtà che conosciamo (si dice per dire) l’informale e il formale ne sono lo specchio. Per dare un esempio della gerarchia nella quale sono ordinati tra loro i princìpi universali prenderò a esempio la qualità e la quantità. Sono, questi due, principi universali a sé stanti, su un primo piano di osservazione, nel senso che il primo di essi legifera l’aspetto qualitativo universale mentre il secondo quello quantitativo. Ognuno dei due è caratterizzato da due estreme e opposte polarità che racchiudono, nella distanza ciclica che le separa, l’indefinita gradazione di realtà possibili tra questi due poli. Queste realtà, qualitativamente intese per il principio della qualità e quantitativamente per quello della quantità, hanno una modalità ciclica di estensione, come tutto il resto delle possibilità universali che ruotano attorno al proprio principio con una struttura a spirale. La spirale è il modo attraverso il quale il movimento universale si esprime. La qualità pura e la quantità pura si trovano al di fuori (usando una simbologia necessariamente imperfetta, perché riferita all’estensione spaziale) della manifestazione relativa. La prima è forma, sinonimo della perfezione qualitativa dell’Assoluto, perfettamente compiuta e immodificabile che feconda l'uniformità della perfezione quantitativa differenziandone le caratteristiche, seconda espressione dell’Assoluto, che è la sostanza. Nell’allontanamento ciclico dalla perfezione la qualità trova modo di esprimersi attraverso la quantità che le fornisce l’appoggio necessario a che si compia una totalità relativa. Qualità e quantità, nella manifestazione della realtà relativa, non possono mantenere la purezza principiale, dato il loro allontanamento dalla perfezione centrale, e ognuno dei due principi conterrà l’altro in potenza e divenire. Qualità e quantità, considerati sullo stesso piano di manifestazione, si contrapporranno tra loro, divenendo due poli di una stessa realtà che vedrà uno dei suoi poli diminuire d’intensità con l’aumentare del polo opposto. La gerarchia nella quale qualità e quantità si trovano è in relazione al grado di prossimità al centro dal quale entrambi traggono la loro ragione d’essere così che, essendo la qualità la prima espressione della divisione originata dalla riflessione dell’Assoluto, essa sarà superiore alla quantità che fornisce la materia prima attraverso la quale la qualità potrà esprimere le proprie, peculiari, caratteristiche.
I princìpi universali, pur essendo fissi rispetto al movimento non sono assoluti, perché nessuna molteplicità può esserlo, l’Assoluto essendo unico e indiviso. Se ci fossero due assoluti ognuno dei due sarebbe il limite dell’altro, mentre per Assoluto si deve intendere privo di relazioni, privo di estensione, di durata e senza polarità. Capisco che questa non sia la sede appropriata per esporre metafisica che, ricordo, non è conoscenza di mia proprietà, né invenzione di qualche altro individuo come io sono. La metafisica può essere guardata, vista, considerata, ma mai inventata. La ragione che motiva i miei interventi nasce, però, dal bisogno che deve avere ogni considerazione riferita a ogni aspetto dell’esistenza, di riferirsi a dei princìpi. Questo perché se non si procede da princìpi, che sono al più basso grado di relatività nei confronti della centralità dell’esistenza, le deduzioni conseguenti saranno disordinate e accidentali come la visione della stessa esistenza quando non è ordinata dalla conoscenza dei princìpi dai quali procede. La metafisica è il modo di considerare la realtà dalla posizione di centralità delle leggi che la determinano, e costituisce l’unico modo per non escludere nessuno dei punti di vista individuali posizionati sull’esteriorità della circonferenza della realtà, dando a ognuno di essi la giusta collocazione e il giusto valore, qualitativo e quantitativo, riferito alla centralità che ha generato ognuno di essi.
La metafisica è una ed è la dottrina che nasce dalla visione diretta e immediata dei princìpi universali. È il frutto, per tutti gli individui che ne hanno consapevolezza diretta, di una stessa visione interiore, sovra individuale e sovra razionale. Sovra razionale non significa “irrazionale”, ma che oltrepassa la capacità che ha la logica di comprendere interamente la Verità della quale è un effetto. L’Essenza centrale della metafisica non è comunicabile in ragione della sua non relatività, ma le conseguenze di questo vedere che è “assolutamente certo” possono essere tradotte, pena la perdita della loro essenzialità, a livello consequenziale, discorsivo e mentale, come ho tentato di fare in questo scritto, con tutte le limitazioni che mi distinguono e distanziano dall’esporre in modo impeccabile la Verità dei princìpi. Quando si parla dell’Uno diventano molti, diceva, con ragione, una santo. La metafisica forse sarebbe meglio tacerla, piuttosto che deformarla, considerato che la perdita conseguente della sua Essenza la rende sterile esercizio teorico. Certo è che per uscire dal piano della teoria fine a se stessa occorre mettere in pratica i valori che la vista dei princìpi mette davanti alla coscienza individuale, allo scopo di trasformarla in consapevolezza attuata. Per questo la consapevolezza metafisica deve essere portata a realizzazione. Per questo è concessa a pochi e per questo che ancora meno sono quelli, tra questi pochi, che faranno un solo passo in avanti in vista della realizzazione delle possibilità che aspettano di essere verificate. Riferendosi ancora a qualità e quantità devo ricordare che la qualità è meno determinabile, in ragione della sua prossimità al principio primo, della quantità, la quale può essere misurata facilmente, quando non si tratta di grandezze incommensurabili. La qualità, invece, nell’estensione relativa è misurabile dalla direzione spaziale (sostanze composte dalle stesse molecole, per esempio i carboidrati, assumono connotazioni diverse in conseguenza della disposizione spaziale, il diverso orientamento quindi, delle molecole stesse), mentre nella sfera spirituale dei valori è determinabile dal senso delle intenzioni individuali o collettive.
Si può, da questo, dedurre il grado della diversa vicinanza dei due princìpi al principio che li unifica nell’Essenza principiale, essendo la misurazione materiale di un ordine inferiore a quella determinata dal senso.
















martedì 24 agosto 2010

Fate largo!


—Permesso... fatemi passare che devo consegnare un dispaccio urgente!
—È mai possibile che ci siano file di persone anche qui, dove c'è tutto questo bendidio?
—Devo correre per arrivare in tempo alla consegna, epporcomondo... bestie che non siete altro... fatemi passare
—Anf... anf... che sudata... tiè! Beccati questa, stronzo!—

—Mi scusi, ma che bisogno aveva di darmi una gomitata nell'occhio?—

—La prossima volta spostati chessennò te ne becchi un'altra nell'altro occhio
—Fate largo, fate passare, ho da fare una consegna urgente!
—Maledetti disoccupati perditempo... fate largo ho detto!
—Ehi tu, piccoletto pelato, ti vuoi spostare o devo spezzarti la schiena?—

—Guarda che sei arrivato al Centro—

—Ah, non ci avevo fatto caso, il Paradiso è così vasto che credevo di dover correre ancora per chi sa quanto—

—Cosa dovevi consegnare e a chi?—

—Ah... niente, era solo un espediente per fare in fretta—

—Ma qui il tempo non corre e la fretta è solo dentro la tua anima—

—Ma chi sei tu, piccoletto sfrontato, per dirmi cosa devo o non devo fare?—

—Io sono la Via, la Verità e la Vita—

—Occazzo! Sui crocifissi in terra eri più alto, magro e avevi pure dei bei riccioli biondi...—...

sabato 14 agosto 2010

Bilie


Jhvh, il Dio degli ebrei e Allah, il Dio dei musulmani, stavano giocando a bilie in un cielo ancora vuoto dove i danni, nell'eventualità di tiri sbagliati, sarebbero stati limitati. Entrambi non erano dei gran tiratori, e non avevano la prudenza che caratterizza l'Assoluto, loro Padre e diretto superiore.
Di bilie ne avevano un'infinità, perché l'Assoluto non ha limiti creativi e, anzi, non ce n'era una che fosse uguale all'altra.
Avendone così tante nessuno dei due Dei giocava al risparmio, e sprecavano colpi su colpi, non preoccupandosi di dove le bilie sarebbero cadute.
Il tempo ancora non esisteva e nessuno potrebbe dire, con precisione, quanto quei due giocarono, anche se oggi si ipotizza fosse l'equivalente di una settimana senza il sabato né il venerdì. Sicuro è che, a un certo punto del gioco, presero a litigare tra loro. Nessuno dei due era assolutamente perfetto come l'Assoluto Padre e, in fondo, non avevano nemmeno bisogno di quella perfezione, dal momento che ogni loro errore sarebbe precipitato nel vuoto cosmico di un universo che ancora non esisteva. Cosa quei due avessero da litigare non si può dire, e non perché non lo si voglia. Non c'è bisogno di ricordare che litigano ancora oggi, e che non è consigliabile metterseli contro, attribuendo ragioni e torti arbitrariamente.
Intanto quelle bilie precipitavano, attirandosi e respingendosi, in un ruotare impresso dalla relativa perfezione che ogni regalo dell'Assoluto Padre ha in sé, come risultato del legame che ogni effetto ha con la Causa che l'ha voluto.
Poiché quando una cosa piccola si allontana dal Centro creativo, che è sua ineffabile culla senza contorni, prende forma e sostanza, qualità e quantità, un sopra e un sotto, un dentro e un fuori, le bilie s'ingigantirono alquanto.
Una di queste bilie cadute, proprio quella della quale i due Dei si litigarono la paternità, portava impresse sulla sua superficie le impronte di Jhvh e di Allah, insieme a gocce del loro sangue.
Da quell'unto il sangue bevve, rinvigorì e crebbe, e ancora oggi riempie corpi che perpetuano, nei figli, il peccato originale dei Padri.

mercoledì 11 agosto 2010

Libro elettronico o cartaceo?


Orgoglioso del suo lettore elettronico passeggiava nel parco, costeggiando il laghetto dove starnazzavano una dozzina di papere non alfabetizzate e che, di conseguenza, non potevano apprezzare la magnificenza di un'innovazione tecnologica che faceva a meno della polvere da sparo. Il libro all'interno del supporto digitalizzato si stava facendo intrigante, tanto da farlo sudare dall'eccitazione; spesso i racconti erotici hanno questo inconveniente. Anche le sue mani divennero umide, lasciandosi sfuggire il lettore che cadde a terra, facendo un rumore che frantumò l'illusione di perennità delle nuove tecnologie. Lui non era uno sprovveduto, e aveva riempito la sua sfiducia nell'elettronica con un formato cartaceo dello stesso libro, tascabile con copertina morbida di carta riciclata. Lo trasse, mentre mollava un calcio alla salma del lettore a terra, dalla tasca posteriore dei larghi jeans, e lo aprì alla pagina dove l'altro si era fermato. Sarà stata la difficoltà di mettere a fuoco la nuova e più morbida visuale stampata, o forse per la distrazione di uno dei suoi occhi, divertito alla vista delle papere che si litigavano un transistor, ma un suo piede non s'avvide di una buca e lo slancio inflitto dalla caduta fece decollare il libro, che si tuffò tra le paperelle inorridite. Lui, sdraiato a terra, non poté evitare di guardare il cielo, nella perdita della speranza di continuare a leggere i gridolini di piacere che i due protagonisti della storia cacciavano. Com'era bello il cielo, e due nuvole che si sormontavano gli ricordarono di tutto, tranne i due amanti che continuavano a godere, sollevando onde di piacere che le papere non apprezzarono.

lunedì 9 agosto 2010

Timidezza


Nascere timidi è quasi peggio che farlo con sfacciataggine, perché se la seconda disposizione d'animo raccoglie un'enormità di brutte figure, tra le rare soddisfazioni, la prima assicura l'indifferenza totale del mondo, esclusa la sua parte malvagia.
Io sono nato sfacciatamente timido, e di peggio c'era solo il non nascere affatto.
Trovo stupefacente che l'universo mi abbia tenuto un posto dove soffrire in pace nella mia solitudine, perché significa che si è accorto della mia presenza.
Almeno lui.
Uno dei vantaggi della solitudine è che ti dà il modo di riflettere, lo svantaggio sta nel fatto che l'argomento di riflessione è sempre il medesimo: la solitudine.
Oggi ho scoperto che anche il cielo è timido. Come spiegare altrimenti le sue sfuriate?
In fondo l'introversione ti consente di non partecipare al caos della vita, e te la fa osservare dall'alto della paura di esserne coinvolto. Questo starne fuori occasionalmente scatena emozioni fulminee e fa lacrimare, in un vuoto di speranze analogo a quello del cielo.
Mi sono accorto che un lato della natura è timido come lo sono io, l'ho visto nel frinire dei grilli che non si vedono mai, nelle albe che non accendono il sole di colpo, nei morti che scompaiono senza salutare.
Lo capisco dai sussurri d'amore, che diventando urla dicono di un amore finito.

Nel vento che mostra alle foglie di essere anche delicato, nella luce che accende gli occhi quando la memoria si sveglia.
Il segreto celato dietro all'evidenza degli orizzonti è timido, eppure amorevole, nel suo non voler accecare di luce menti colme di tenebra.

domenica 8 agosto 2010

La matrice del Fato


Che non si nasca da zero gli pareva un'ovvietà, e non avrebbe potuto pensarla diversamente dopo aver vissuto un'esistenza che ricordava il concerto di un violino stridulo, al quale mancavano metà delle corde. Gli eventi che avevano spostato gli obiettivi che rincorreva avevano tutti lo stesso accordo: il no.
Era nato in corsa, sobbalzando nella pancia di sua madre, mentre lei correva al pronto soccorso rilasciando una scia d'acqua dietro di sé.
Un forcibe gli afferrò la testolina ancora molle, trascinandolo fuori dalle contrazioni per sbatterlo in mezzo al mondo. Nella sua vita si impresse la feroce piega di un destino che ricordava quello di una mosca, atterrata sul piatto girevole di un vecchio grammofono che, dopo averle spezzato le ali, le regalava l'opportunità di dover schivare il chiodo saltellante di una puntina nevrotica che correva.
A scuola arrivava sempre in ritardo, correndo come un ladro per riuscire a copiare i compiti da qualche caritatevole compagno.
Ormai, per lui, correre era la consuetudine e questa inclinazione lo avvantaggiò, sia nel lancio di bottiglie molotov, che nella fuga subito dopo.
Non gli sembrò nemmeno sconveniente, finita la scuola, rifiutare il lavoro per raccogliere i frutti dell'urgenza di un vivere che non mette a fuoco la vita, così si specializzò nel borseggio con destrezza.
Sfilare portafogli, defilarsi e poi fuggire, non lasciava spazio alla riflessione anche se, a volte, pure il riflettere gli consigliava di correre.
Corse il cellulare che lo portò in prigione, e pure l'ambulanza che da quel carcere lo condusse al neurodeliri, dove pillole rosa non riuscirono a tenere seduta la sua ansia.
Oggi c'è stato il suo funerale, seguito da pochi amici in libertà condizionata o in permesso speciale. È stato l'unico momento calmo della sua non vita, almeno fino a quando un pietoso insetto non convinse il cavallo a rispettare il Fato che, fino a quel momento, aveva guidato il feretro che ora lui stava accompagnando all'ultima dimora. Un nitrito incontenibile si alzò al cielo, e fu preludio dell'ultima cavalcata che, di corsa, passò oltre a un cimitero esterrefatto e invidioso. Nessuno ebbe dubbi che la sua anima sarebbe entrata, nei gironi infernali, trafelata e speranzosa di non doversi fermare lì.