venerdì 28 febbraio 2014

La prima "Illuminazione"

Se una lampadina fosse generatrice dell'energia dalla quale è illuminata… si illuminerebbe da sé, ma così non è. 
Analogamente alla lampadina l'uomo non può illuminarsi da sé, perché la consapevolezza universale non proviene da lui.
Ma che cosa è questa fantomatica e leggendaria "Illuminazione"?
È possibile che qualcosa di estraneo all'uomo possa introdursi in lui, e modificare radicalmente la prospettiva usuale attraverso la quale esso interpretava la realtà?
Occorre dire che la nuova consapevolezza, nella quale si trova una persona che è stata illuminata, appartiene già, come possibilità in divenire, alla condizione umana, perché essa è il modo di vedere la realtà che ha la centralità spirituale della quale l'essere umano è partecipe.
Il modo attraverso cui questo "vedere" si attua non è sottomesso allo scorrere del tempo, ed è immediato e diretto, dunque non mediato dalla mente che per sua natura è costretta a interpretare, a causa della distanza che separa il conoscente dalle realtà conosciute. È, questo, un sapere non discorsivo, nel quale chi conosce è identificato alla realtà conosciuta, ed è conseguenza dell'apertura di una canale comunicativo, che l'essere percorre attraverso l'Intuito, orientato verso il centro di sé. Centro spirituale identico a quello di ogni altro essere, del quale l'uomo costituisce una delle sue indefinite, uniche e molteplici, espressioni.
L'essere che è stato illuminato conosce, in modo assolutamente certo, i princìpi universali che sono norma dell'intera manifestazione della realtà relativa che chiamiamo "universo". L'illuminato conosce i princìpi e i modi nei quali essi interagiscono tra loro, in dipendenza del loro grado di prossimità con la centralità spirituale, la quale è assoluta ragione essenziale d'essere di ogni realtà relativa. Una consapevolezza che sia assoluta è necessariamente priva del dubbio, e non essendo relativa non può essere espressa all'interno della realtà relativa, questo perché nessun contenitore può essere contenuto da ciò che esso contiene. Significa che la consapevolezza assoluta di ordine spirituale, chiamata prima illuminazione e conferita dall'iniziazione, non può essere comunicata né tradotta in parole. 
Essa è una verità che, non essendo relativa, si difende da sé da ogni genere di falsificazione, per questo è chiamata "mistero iniziatico".
Essendo al di sopra del tempo essa è sempre presente, ma si attua all'interno della durata temporale attraverso la trasmissione di una influenza spirituale trasferita, da una persona precedentemente iniziata, a chi dovrà esserlo per volontà del Mistero assoluto, in una catena ininterrotta che, essendo superiore al tempo, non ha soluzione di continuità. 
La prima illuminazione costituisce anche una rigenerazione psichica, conseguente alla morte della precedente dimensione mentale ed emotiva di un essere, ma la sua natura è di ordine spirituale, dunque essenzialmente appartenente all'intellettualità pura, diversa dall'intelligenza individuale che l'ha preceduta, perché è diventata universale e dunque sovra-individuale. Essa è anche detta sovra-razionale poiché sta su un piano diverso da quello occupato dalla razionalità usuale la quale, non potendo far procedere il suo ragionare da princìpi assolutamente certi, deve ricorrere a ipotesi necessariamente individuali, quanto arbitrarie, che l'uomo chiama filosofie.
La prima illuminazione, che è conseguente all'iniziazione, è solo il primo passo che un essere compie all'interno della Certezza assoluta, ma per muovere il passo successivo è necessario applicare alla propria vita le conseguenze dei princìpi visti nell'immediatezza della vista interiore, perché la realtà spirituale è totale, e non sterile perché inattuata teoria. La chiave utilizzata è il sacrificio di tutto ciò che non è la centralità interiore, dunque è l'esteriorità egoistica, quella che usa giustificare le intenzioni del proprio agire attraverso le false interpretazioni che l'uomo chiama ideologie, o sistemi di pensiero. La verità vista non può essere oggetto di un pensiero sistematico, perché ogni sistema è tale per il fatto dato dal dover escludere tutto quello che non rientra nella propria schematizzazione, e poiché la realtà in nulla è esclusa dai propri princìpi fondamentali, questi ultimi non appartengono alla possibilità di essere schematizzati.
Ogni persona è diversa da ogni altra, e ognuna di esse ha le proprie particolarità e qualificazioni; la possibilità di accesso alla vista interiore da quelle qualificazioni dipende, e quando queste ultime non sono mature la vista interna è preclusa, perché oscurata da un velo protettivo.
La trasmissione dell'influenza spirituale, che dà accesso alla vista interna, scosta quel velo perché non sussistono più le ragioni per difendere una persona che è pronta a sopportare la vista, assolutamente certa, di una realtà che si presenta sempre diversa da quello che è. Chi "vede" nella Certezza assoluta, vede anche le intenzioni nascoste dietro alle apparenze, ed è una ragione in più per la quale occorre essere qualificati a dover sopportare il peso che hanno le falsificazioni.

martedì 25 febbraio 2014

Chiedi e ti sarà dato?


La cosa più importante che può accadere nella vita di chi è cieco alla verità universale non la si può chiedere, ma sarà donata dall'Assoluto quando fossero presenti le qualificazioni spirituali necessarie. L'esistenza non è il mercato delle questue.

lunedì 24 febbraio 2014

La generosità universale

Se la generosità universale dell'esistenza non incontrasse ostacoli negli esseri che essa genera, si avrebbe, come risultato, la Perfezione immobile che non avrebbe bisogno del movimento del quale la vita si nutre. Ognuno di noi esiste perché è il risultato della necessità che la perfezione primigenia ha di mettere alla prova le proprie potenzialità. Quando la Perfezione del nostro stato dell'essere, da individuale diverrà universale, noi non saremo più degli esseri, né saremo soggetti al ciclo dell'esistenza; le potenzialità saranno messe di nuovo alla prova da altri esseri, che saranno generati dalla generosità universale della quale saremo gli artéfici.

La centralità della generosità dell'Intelligenza universale

Se da quando sei nato senti di avere una natura generosa, che ti spinge a donare agli altri senza voler ricevere nulla in cambio diverso dal vedere la tua stessa generosità in tutte le altre persone, quasi sicuramente la vita ti avrà deluso mostrandoti che le persone, nella loro quasi totalità, hanno obiettivi contrari ai tuoi. Le ragioni dell'esistenza stanno proprio nascoste in questa opposizione, perché se tu riuscirai a mantenerti generoso, nonostante l'egoismo altrui, tu avrai intuito la segreta natura legata all'essere e al divenire, e se riuscirai a essere identico alla centralità generosa che vive celata in te... allora non avrai nemmeno bisogno di divenire, perché sarai diventato quella centralità, e lo sarai per sempre.

giovedì 20 febbraio 2014

E se fosse andata così?

Sono rari i casi nei quali la Verità mette in mostra la propria forza, perché preferisce siano le menzogne a farlo per lei, tutte le volte che non riescono a chiudere il cerchio di falsità che hanno costruito, dunque sempre, perché quel cerchio non può essere chiuso che dalla Verità.
Grandi e piccoli sono i cerchi che si succedono per dare forma alla realtà, ma ci sono dei momenti, nella storia dell'umanità, nei quali la Verità si comporta come se avesse perso la pazienza, e irrompe nel nido di vipere assumendo la forma di un loro piccolo uovo, unico tra i cuccioli innocenti a non essere un portatore di veleno. 
La verità non ne ha bisogno per essere pericolosa.
Quella volta, all'essere uscito dal piccolo uovo era stato dato il nome di Gesù, e in pochi si accorsero che non era velenoso. 
Crescendo operava miracoli, come solo la Verità è capace di fare quando la menzogna non può neppure sfiorarla.
Il male domina il mondo, ma non può imporre a forza la propria volontà, deve insinuarsi nei cuori attraverso il desiderio di possesso, perché il male è l'avversario del bene il quale è sacrificio di sé.
Fu per questo che i nemici si moltiplicarono presto attorno a Gesù, e per la stessa ragione egli sfidava la legge degli uomini egoisti che, alla fine, lo catturarono.
Gesù poteva piegare la realtà ai propri voleri, dimostrando di essere il primogenito di Dio, portatore della Potenza divina. 
E lo fece.
Non fu proprio una battaglia, perché il male è vile nel suo rifiutare gli obblighi che la Verità porta con sé.
La Verità ha regole vere che il male rifugge, perché esso ha regole false che fa rispettare solo ai propri nemici. Non agli amici, perché quelli li tradirà quando avranno bisogno di aggrapparsi alle loro illusioni.
Non si videro fulmini né si udirono maledizioni, e il sangue non rese amara la terra. 
Non furono innalzate croci, e la tempesta si trattenne dal lavare i peccati.
Gesù mostrò la Potenza del Padre senza pronunciare verbo, senza spostarsi da dove stava il suo cuore, e oggi le genti non ricordano più quella sua vittoria, perché solo la sconfitta sa insegnare cosa significhi sapersi sacrificare per il bene altrui.


Ho scritto questa impossibile storia per mostrare che nella realtà storica accadde il contrario, Gesù non si oppose con la propria Potenza al male, e non lo fece perché doveva vincere spiritualmente... perdendo materialmente, come il suo raccontare vivendo insegnò.

martedì 18 febbraio 2014

Sulla "tolleranza"

La tolleranza appartiene alla sfera emotiva, perché essa è nel rifiuto di dare un peso eccessivo che spinga a rigettare le diversità, ma non ha molto da condividere con la conoscenza. Quest'ultima, di molto superiore alla tolleranza, è sempre incline al dover comprendere le diversità, non a tollerarle. Tollerare implica non agire contro, mentre comprendere significa darsi la possibilità di capire il valore dei princìpi seguiti dal diverso e misurarne la qualità e l'aderenza a quei princìpi immutabili che legiferano l'intero universo. Tollerare può includere il lasciar fare anche a delle persone che operano diffondendo il male, e lo può includere a causa del non voler conoscere le ragioni dell'altro. I princìpi universali non sono morali proprio perché la loro universalità esclude ogni sentimentalismo originato dalle diverse latitudini culturali, per questo è importante conoscere le diverse culture e le religioni degli altri popoli, perché solo la conoscenza unifica, mentre il tollerare, pur essendo preferibile al suo contrario, ha i gravosi limiti dati dal voler sopportare. Nulla supera la perfetta conoscenza, così come nulla supera la Verità, tuttavia, poiché la Verità non è per tutti i cuori né per tutte le intelligenze, essa è, prima che vera... compassionevole, e sa attendere il momento giusto per rivelarsi a occhi che hanno saputo attenderla.

mercoledì 12 febbraio 2014

Metereologia analogica

Ci si dovrebbe allarmare quando le cose vanno troppo bene, allo stesso modo di quando è troppo tempo che non piove.

martedì 11 febbraio 2014

Le gioiose difficoltà date dal vivere

Difficilmente la vita delle persone si piega alle aspettative individuali, a meno che queste ultime non abbiano gli stessi obiettivi di perfezione che ha la vita stessa. In questa estremamente rara eventualità la necessità di perfezione sceglie spesso vie dolorose per attuare il proprio fine, e sovente dà ragioni per gioire della propria sofferenza, quando questa è patita per difendere la verità.

lunedì 10 febbraio 2014

La Poesia

La poesia è nelle lacrime di gioia e di sofferenza, nelle speranze e nelle delusioni degli uomini e nel volo libero del più minuscolo degli insetti. La poesia è in tutto ciò che esiste, perché il grande Poeta misterioso non fa preferenze quando si tratta di donare le intelligenze. È chi le usa male che non fa poesia...

Le coincidenze

È fuori discussione che ci sia qualcosa che trama e ordisce alle nostre spalle, ricamando col doppio filo che noi usiamo definire della fortuna e della sfortuna, e lo fa in segreto. Ma nell'esistenza anche il segreto ha le sue fessure, e le strane coincidenze sono lì a mostrarne l'ampiezza; in questo modo noi sappiamo che non tutto è quello che sembra, e che l'essenziale sfugge alle nostre indagini come acqua alla stretta di un pugno.

domenica 9 febbraio 2014

Falsi "maestri"

Uno degli errori di principio commesso da chi si occupa di arti marziali, in special modo di Tai Chi, è quello dato dal miscelare il dominio scientifico occidentale con la conoscenza tradizionale degli antichi maestri. Gli attuali individui, che si definiscono "maestri" in occidente giungono così, per colpa della loro mancanza di qualificazioni intellettuali, ad affermare concetti privi di senso, illogici e contrari alla Tradizione Taoista, che non possono comprendere direttamente nei suoi princìpi costitutivi. Il risultato delle ricerche di questi sedicenti "maestri" è sconcertante, e arriva a dire che dal niente prende forma il tutto, che il principio primo è assoluto e che l'estensione è infinita.
La Tradizione Taoista asserisce tutto il contrario per motivi che è relativamente facile comprendere, quando si conoscano perfettamente i princìpi universali che sono norma della manifestazione della realtà relativa.
L'Assoluto, in quanto privo di parti in relazione tra loro è indefinibile, se lo fosse diverrebbe affermato da quella definizione, e perderebbe l'assolutezza. L'affermazione che il primo principio sia assoluto è errata, perché il principio primo costituisce un'affermazione e non può essere assimilabile all'Assoluto, ma è solo la prima affermazione irradiata dall'Assoluto. Questo principio primo è la riflessione dell'Assoluto all'interno della manifestazione della realtà, e corrisponde all'inizio di tutte le altre realtà, particolari e relative, che compongono la realtà relativa nel suo aspetto generale. Principio primo che è analogo al centro, privo di forma e di estensione, di una circonferenza e rappresenta l'asse fisso attorno al quale gli eventi ruotano nel loro dispiegarsi esistenziale. L'Assoluto non potrebbe rientrare nel relativo, come il più non può entrare nel meno. In quanto causa del tutto l'Assoluto non partecipa agli effetti generati, e anche all'interno della realtà relativa nessuna causa è all'interno degli effetti che produce, né da questi può essere modificata. Confondere l'Assoluto con l'estensione, che è uno dei suoi effetti, è un altro grave errore commesso da chi non ha alcuna idea di cosa siano i princìpi universali che regolano le realtà. Assoluto significa senza inizio e senza fine, dunque privo dell'estensione che c'è tra questi due confini i quali, a rigore, devono essere detti "indefiniti", a causa del fatto che sono irraggiungibili come lo è ogni orizzonte di una realtà sferica. Anche l'affermazione che il tutto deriva dal nulla è contraddittoria, perché il nulla non esiste se non come negazione del tutto, ed è in contrapposizione col tutto, mentre ciò che è assoluto è privo di polarità, e non ha opponenti. Il nulla del Taoismo è chiamato così perché l'Assoluto, non potendo essere affermato se non nel suo capovolgersi in una riflessione, che dall'unità diviene unicità, attuandosi nella molteplicità, non può avere nomi che lo descrivano in senso positivo. 
L'Assoluto può essere soltanto definito attraverso delle negazioni, in questo modo si ha: 
Assoluto= privo di opposizioni, privo di parti.
Eterno= non sottomesso alla durata.
Infinito= non sottomesso all'estensione, privo di limiti, senza inizio né fine.

Occorre ricordare che queste pur negative definizioni sono espresse all'interno della realtà relativa, la quale a propria volta, essendo costituita da una somma di limitazioni, è da considerarsi negativa a propria volta se confrontata con la Realtà assoluta che è senza alcun limite. Questo significa che, in effetti, negando la sussistenza dell'Assoluto all'interno di un'altra negazione com'è quella data dalla realtà relativa si ottiene, come risultato, la migliore affermazione possibile, perché ogni negazione di una negazione è un'affermazione all'esterno delle due negazioni. Dire "all'esterno" è un obbligo dato dalla consequenzialità del linguaggio che è relativo, ed è da intendersi esclusivamente nel suo senso analogico, perché l'Assoluto non ha un interno e un esterno da sé. Per le stesse limitazioni implicite all'espressione linguistica il "Nulla" Taoista non è il nulla nel senso dell'assenza del tutto, ma è un modo di dire che indica questo Nulla non appartenere al tutto, semplicemente perché nessuna causa può appartenere ai propri effetti, dal momento che nessun contenuto può comprendere il proprio contenitore. Per la stessa ragione la logica consequenziale non può contenere tutta la Verità, perché della Verità la logica è un effetto. I tentativi fatti dai sedicenti "maestri" di coniugare la sfera scientifica al sapere iniziatico, immediato perché diretto e che nasce dalla comunicazione consapevole col centro di sé, sono sempre destinati a fallire il loro obiettivo… fino a quando questi "maestri" non saranno stati iniziati ai misteri dello spirito da un vero Maestro spirituale, e tutte le concezioni da loro espresse sono da considerarsi, per la ragione detta, false anche se al loro interno ci sono elementi veri tratti dalle scritture inerenti al sapere tradizionale.
Questi falsi maestri insegnano persino che il "Chi" è energia elettromagnetica, ma il "Chi" non è energia elettromagnetica, tanto quanto una calamita non è un maestro spirituale. Il Chi è il Prana degli indù, e rappresenta il soffio vitale sottile che permea tutto l'esistente. Non è misurabile attraverso strumenti come lo è, invece, l'energia elettromagnetica, e quei falsi maestri che associano il Mistero alla corrente elettrica sarebbe meglio se, al posto di insegnare ciò che non conoscono, aggiustassero lavatrici.

sabato 8 febbraio 2014

mercoledì 5 febbraio 2014

Sulla Giustizia

Chiunque abbia subìto una qualsiasi ingiustizia, la quale non abbia avuto modo di ricomporsi nella giustizia data dalla verità, si chiede se ci sia una giustizia superiore oltre l'esistenza umana. È necessario, prima di tentare una risposta, chiedersi quale sia il fine dell'esistenza, perché se la giustizia fosse quel fine allora dovrà esserci necessariamente una dimensione nella quale essa possa e debba attuarsi. Ora occorre considerare che il fine dell'esistenza possa essere la perfezione: nella possibilità di perfezione sta necessariamente ogni realtà che sia imperfetta, ingiustizia compresa, ma sta anche tutto il resto delle realtà particolari che compongono la realtà relativa generale. Dunque si tratterà di stabilire una gerarchia di valori, nella quale ordinare le diverse realtà particolari, in modo da capire quale possa essere quella più importante ai fini che l'esistenza si propone di avere. Se il fine è la perfezione, l'elemento che appare essere più importante per poterla conseguire è la consapevolezza intellettuale di un essere, senza la quale la perfezione di un essere non potrebbe neppure essere immaginata. Assieme alla consapevolezza delle ragioni d'essere di sé e dell'esistenza, dev'esserci anche la perfezione dell'amore e quella della volontà, perché se una di queste perfezioni dovesse mancare la perfezione, che è anche armonia di uno stato dell'essere, non potrebbe realizzarsi. La giustizia è importante in quanto elemento equilibratore di ogni disarmonia, ma appare essere secondaria nei confronti delle tre condizioni necessarie all'armonia di un essere; secondaria perché non necessaria a che una persona raggiunga la perfezione del proprio stato. Perfezione che include la capacità, tutta spirituale, di sapersi sacrificare per il bene altrui. Sacrificio che ha bisogno, per essere sicuro della perfezione delle proprie qualità, di sopportare le ingiustizie. È per questo che la giustizia non è al primo posto nella gerarchia che ordina il tutto, orientandone il senso, che è direzione, verso la perfezione. Ed è per la stessa ragione che la consapevolezza non potrebbe essere perfetta senza dover lottare contro il male e le ingiustizie. Un essere pienamente realizzato, liberato dunque dai vincoli esistenziali dalla propria raggiunta perfezione, non avrà più la necessità di chiedere giustizia per sé, perché le ingiustizie subite lo avranno aiutato a raggiungere lo stato di perfezione in cui si trova a essere. Per i motivi che ho illustrato, penso che l'esistenza non sia fondata sulla esigenza di avere sempre una giustizia assicurata, ma lo sia sulla perfezione della capacità di comprendere la verità, e nel saperla riconoscere anche all'interno delle cause che hanno generato l'ingiustizia. Per le stesse ragioni esposte, sarà più importante chiedere giustizia per gli altri che non per sé. Nel quadro che ho prospettato trova posto anche il concetto di redenzione, attraverso il sincero pentimento della persona che non ha sempre modo di poter aggiustare i danni fatti, ma avrà comunque il dovere di riequilibrare quelli che saranno alla sua portata d'azione.

domenica 2 febbraio 2014

Un velo sul cuore

Il cuore, per gli antichi sapienti, era il simbolo della centralità umana che racchiude in sé, come fosse un prezioso scrigno, l'accordo armonico perché disinteressato, tra il sentimento, l'intelligenza e la volontà di una persona.
C'è una specie di impalpabile, almeno quanto è opaco e spesso, velo protettivo che difende ogni essere dal poter penetrare, attraverso il proprio intuito superiore e spirituale, le realtà che non sono alla portata di comprensione di coloro che non hanno ancora sviluppate le qualificazioni necessarie a essere pronti a guardare direttamente, la luce emanata dall'Intelligenza universale, quella che ordina l'esistenza attraverso la gerarchia dei princìpi universali da essa emanati, i quali sono norma legiferante, non soggetta a cambiamento, dell'intera manifestazione della realtà relativa.

Questo velo difende dal peso che ha la Verità, insopportabile per coloro che considerano essere la verità una materia plastica, soggetta al dover sempre mutare abito e senso. In realtà le verità relative soggette al dover mutare sono conseguenti alla Verità unica che non può cambiare, e che proprio per questa impossibilità non può esser vista da chi affida al credere, o al non credere, la propria intelligenza, insieme al sentimento e alla volontà che si adeguano a questo non poter capire. Allo stesso modo nel quale è scritto, nel destino di ogni lama, il dover perdere il proprio filo, nel futuro di ogni velo c'è il dover essere scostato, quando l'essere che dal velo è protetto si sarà messo nella condizione di poter guardare la luce perenne, emanata dai princìpi universali, senza rimanerne accecato. Quando, attraverso la propria iniziazione alle verità di ordine spirituale, un essere sarà entrato in comunicazione col centro immobile di sé, identico per tutti gli esseri, gli saranno svelati i princìpi ordinatori che modulano l'esistenza di tutto l'universo di ciò che è. Attraverso questa conoscenza, diretta e immediata perché al di sopra della durata temporale, e delle limitazioni date dal dover interpretare attraverso la mente, attraverso questa superiore consapevolezza, dicevo, l'essere può facilmente riconoscere ogni contraddizione ai princìpi universali che stanno alla fonte dell'esistenza e, di conseguenza, sapere anche, e al di fuori del dubbio, cosa appartiene alla verità e cosa alla falsità. Per questo quegli uomini, e quelle donne, sono chiamati "Illuminati", ma quella prima illuminazione è solo l'inizio di un lungo percorso che conduce, attraverso la rigorosa aderenza delle proprie azioni ai sacri princìpi conosciuti perfettamente, conduce all'identificazione con l'Assoluto, che li vuole liberi dalle costrizioni alle quali l'esistere sottomette.

Ragione per essere

È opinione comune, tanto comune da essere diventata un luogo comune, che sia più importante il viaggiare che la destinazione di quel viaggiare. Questo credere implica il dare più importanza ai mezzi di quanta se ne attribuisca alla finalità che quei mezzi si sono dati. Poiché è necessariamente il risultato che giustifica il calcolare, e non il calcolo a sé stante, se ne deve dedurre che chi è convinto che nel viaggiare sia contenuta la propria sufficiente ragione d'essere, e nella vita e pure nell'intera esistenza, di conseguenza, le proprie ragioni essenziali d'essere, dicevo che chi crede questo non immagina nemmeno che il termine "esistere" deriva dal latino "Ex-stare" che significa, nella sua stretta accezione, che tutto ciò che esiste non ha in sé la propria sufficiente ragione d'essere. Non può averla perché nessun effetto è nello stesso tempo anche causa del proprio essere.

Tre grandi vie generali di comportamento

Essenzialmente ci sono tre grandi vie generali che chi sta all'interno dell'esistenza può percorrere. La prima è guidata dalla speranza che ogni ulteriore complicazione cessi con la morte del corpo, e questa convinzione induce a comportamenti che non tengono in alcun conto le ripercussioni che ci saranno in un futuro a lungo termine, e che saranno conseguenti al proprio aver agito, in questi casi si finisce col rifugiarsi comunque nell'ipocrisia di chi deve risultare diverso da quello che è in realtà. La seconda è quella che seguirà chi teme di dover rispondere delle proprie azioni, anche quelle che è riuscito a nascondere, e questa paura innescherà prudenza, e inclinerà all'ipocrisia di chi deve nascondere la propria reale condizione. La terza via è quella percorsa da coloro che anelano a trasformare in un guscio vuoto l'ego che contiene il loro orgoglio; costoro non hanno interesse alle ricompense implicite al loro agire, perché ogni ricompensa è all'ego destinata.

Analogie inverse

L'intelligenza, quando è sviluppata, è capace di far credere alla persona che la possiede di non essere abbastanza intelligente, mentre la stupidità, quando è eccessiva, è in grado di convincere l'individuo che se ne vanta, di essere molto intelligente.