lunedì 9 gennaio 2012


Son tutti lì, più o meno tranquilli, quelli convinti di avere un angelo custode, non sapendo che gli angeli, più che proteggere, fanno danni.
Naturalmente io non ho mai dato credito a questo tipo di fantasie, almeno fino a ora, e quello che sto guardando mi pare abbastanza da doverci credere.
Oddio... non è proprio un credere, il mio, ma piuttosto un dover prendere atto che le cose non stanno come ho sempre pensato dovessero stare.
Io non sono certo uno che crede, anzi, potendo scegliere mi dirigo sicuro verso il non credere a nulla.
Questo almeno fino a qualche attimo fa.
Ma ora, davanti all'essere di luce che ho di fronte, le cose si son rivestite di un'aura che mi fa rimpiangere il caos del buio che l'ha preceduta.
È evidente che sta aspettando io faccia il primo passo, ma verso dove non riesco a immaginarlo.


— Aehm... sei... sei un angelo?—

— Sì, è così che ci chiamate voi umani pensanti—

— Stai dicendo che voi angeli non pensate?—

— Noi conosciamo per intuizione immediata, mentre voi umani, quando non vedete, lo fate per induzione e deduzione logica, quando siete intelligenti, naturalmente, altrimenti vi affidate all'emozione che più vi conviene...—

— Che ci fai qua?
— Io non ti ho invocato—



— Non ce n'è stato bisogno
— Noi esseri angelici sappiamo riconoscere il momento giusto per consentire alle intelligenze di vedere la verità conoscendo i princìpi dai quali è ordinata—



— Stai riconoscendo che sono intelligente?—

— Non correre troppo, sto dicendo che lo sei potenzialmente—

— E cosa dovrei fare, secondo te, per essere accettato dalla verità?—

— Sono qui per darti l'occasione di non fare—

— Mmmm... mi pare una cosa allettante, sono talmente pigro...—

— Il non fare che ti deve guidare implica l'azione disinteressata—

— Ma che stai dicendo?
— Per esistere occorre essere interessati alla vita—



— Per esistere forse, ma tu sei arrivato a fine corsa, e la tua esistenza deve tornare alle proprie origini—

— Ecco... lo sapevo... fai in modo che sia una fine senza dolore, possibilmente che la morte venga a prendermi nel sonno—

— La morte vera non arriva mai mentre si è addormentati
— Lei giunge dopo il risveglio—



— Mmmm... per te io sto dormendo?—

— Sì, ma ancora per poco—

— Non parlare per enigmi
— Cosa dovrei fare per svegliarmi?—



— Dovresti chiederti il perché delle cose...
— Perché nulla è senza un perché—



— È tutta la vita che arricchisco di perché il mio non sapere... e aggiungerne altri non mi aiuterà—

— Ora ti è data la possibilità di conoscere le risposte, perché i princìpi che sono universali saranno per sempre davanti alla tua vista interna
— Ma il vedere la verità non serve a niente se non si mette la propria libertà al servizio della verità
— Questo perché la Verità e la Libertà sono la stessa unica realtà—



E con queste ultime parole la luce, splendente nel buio che si lascia illuminare, mi ha lasciato solo, in compagnia dello stupido che non voglio più essere.


mercoledì 30 novembre 2011

La coscienza e la Realtà che le è superiore


Che cosa strana è la coscienza... È ritenuta essere la depositaria della verità interiore, quella che ognuno di noi tiene per sé, gioiello talmente di pregio che raramente è messo in mostra. Si preferisce indossarne una copia, anche se nessuno sarà tentato di rubare l'originale, perché di coscienza se ne può avere una sola, e già basta e avanza.
Ma cos'è, in realtà, la coscienza, se non il sapere di esserci? Fosse qualcosa d'altro, di più stabile e duraturo intendo, diverrebbe una consapevolezza, che non si limita a un conoscere che non necessita di capire le ragioni che si hanno per doverlo fare. Appena nati si è coscienti di esserci, e se non ci si accorge di avere una coscienza la fame e il pianto si preoccupano di farcelo sapere. Com'è calda o gelida la nostra coscienza di bimbi quando si accorge che siamo amati oppure abbandonati, e come ci dispone a reagire approfittando della fame da soddisfare. Si è coscienti prima di sapere, si è coscienti senza dover dipendere dalla qualità di quel sapere. Si è lì, soli dentro, a parlare di noi stessi con noi stessi, avendo l'impressione che la coscienza sia un occhio vigile pronto ad accusarci, minacciando che la nostra debolezza possa rivelare al mondo la fatica di dover nascondere la verità. Eppure della verità la coscienza sa poco. Conosce ciò che preferiamo la verità debba essere per ricordarci che esistiamo insieme al nostro diritto di esserci; perché se esistiamo siamo necessari alla vita e la vita ci deve ringraziare per questo. Così, sempre in debito d'ossigeno, la coscienza si piega, anche se a fatica, alle contingenze contro le quali lottiamo, e impara a giustificare le proprie visuali che determinano scelte meno dolorose per il senso che ha la giustizia che ci siamo costruiti, quella che ci strizza l'unico occhio che ha aperto perché l'altro, quello interno, lo tiene chiuso.
Eppure, nonostante gli sforzi fatti, la coscienza ci condanna alla coscienza di dare ascolto a un occhio solo che vede da un solo lato, quello che conviene guardare.
Un bel giorno la sfocatura causata dalle lacrime silenziose ci ricorda che c'è una realtà diversa che aspetta di essere notata, e non è più quella che vorremmo ci ringraziasse.
È la stessa coscienza che ci dice di essere triste e sola, oppressa dalla lotta che l'ha stretta nell'angolo dell'infelicità, dovuta al non essere certa di conoscere la verità che sta sopra di lei.
Una Verità della quale la coscienza è figlia, non madre.
Ecco qual'è il limite della nostra coscienza: è umana.
Non costituirebbe un limite se l'uomo potesse decidere della propria nascita e di non morire, ma la realtà che sta attorno alla nostra libertà ci dice che la coscienza non basta per conoscere la Verità di ciò che siamo davvero.
Dunque la coscienza deve scoprire la realtà dalla quale è sovrastata e che le ha dato ragione di essere.
È costretta a chiedersi quale sia la profondità del Mistero in cui si trova immersa, per sapere se potrà emergere e contemplare la Verità dei princìpi che ordinano il disordine interiore che la fa soffrire.
La coscienza, come ogni altra cosa, ha bisogno di armonia, e l'armonia la si riconosce perché non ha stonature al suo interno che ne ostacolano il fluire.
Una coscienza che obbedisce a verità di cui non sa abbastanza rinuncia al lato pregiato della propria natura, e la coscienza lo intuisce.
C'è un Centro in ognuno di noi che è anche centrale alla nostra coscienza, la quale non sa della Sua presenza.
È una centralità di pura consapevolezza, che non può rivelare la propria presenza prima che sia giunto il momento del quale solo il Mistero assoluto sa riconoscere l'opportunità, e anche quando quel momento è arrivato deve mostrarsi per gradi, perché la demolizione istantanea dell'illusione ucciderebbe anche l'illuso.
Quando un uomo vede la propria centralità la vede perché è la centralità a mostrarsi, e la coscienza è costretta ad aprire l'occhio che teneva chiuso, quello che si apre alla visione della necessità del sacrificio di ciò che rifiuta la centralità della quale ogni essere è una diversa espressione individualizzata.
La rifiuta perché essa è universale e identica a quella di ogni altra individualità, e perché ogni esteriorità vuole credersi il centro dell'essere.
L'egoismo, fino al momento dell'apertura interiore, necessario alla sopravvivenza, diviene un peso insostenibile quando la coscienza sa che la sopravvivenza non è il fine della propria esistenza.
L'emozione, cacciatrice di soddisfazioni, capisce di non poter nulla per appropriarsi della felicità che ha bisogno di un'intelligenza che sia consapevole.
La coscienza improvvisamente riconosce i propri limiti, e deve piegarsi alla verità che la consapevolezza interiore mostra attraverso la vista dei princìpi dai quali l'esistere è ordinato, nel suo orientarsi verso il Centro che tutto contiene.
La visione del vero non si esaurisce mai, perché il panorama osservato è privo di limiti, come non li ha il Centro universale dal quale si guarda, con occhi diversi, dentro e fuori di sé.
La consapevolezza dei princìpi universali sostituisce la vecchia coscienza che s'inchina al Vero, rinunciando alle proprie illusioni, e la mente, stupefatta dal nuovo modo di chiedersi, deve soltanto tradurre il Vero in pensieri e parole che, unico loro limite, non potranno portare con sé l'Essenza del misterioso Centro che parla tacendo.

mercoledì 23 novembre 2011

L'utopia

Un’Utopia non è un sogno irrealizzabile e neppure un’aspirazione fumosa. È, invece, il modo che ha la perfezione di realizzarsi, superando gli ostacoli imposti dall’imperfezione. L’universo è la rappresentazione di una Perfezione generale sostenuta dalla somma delle imperfezioni particolari dalle quali è composto, e costituirebbe un’utopia se non fosse vero e reale. Certo la sua è una realtà di ordine inferiore a quella dei princìpi universali che ne ordinano la manifestazione e, a loro volta, questi stessi princìpi si trovano a essere a un grado inferiore di realtà rispetto alla Causa che li ha generati. Solo l’Assoluto non ha divisioni né limiti e l’Utopia è, precisamente, il risultato della conoscenza perfetta che l'Assoluto concede, applicata perfettamente alla propria esistenza. Se non ci fosse questa possibilità, superiore a tutte le altre e fine di tutte le altre… ogni atto della nostra esistenza sarebbe una semplice assurdità priva di senso.

lunedì 21 novembre 2011

Il tempo corre immobile, in circolo, modificando la propria qualità

Lo scorrere temporale è misterioso, perché l'istante è sempre uguale a se stesso nella diversità che lo riempie. È come se l'Eternità che sta sopra a tutto ci prenda in giro raccontandoci di Sé, attraverso ciò che Essa non è.
Il tempo è un istante che dura a lungo nell'attimo breve che lo sostiene.

domenica 20 novembre 2011

Sul valore della "cultura"

È opinione comune che la cultura migliori l'uomo e, in questo raffinarne le qualità intellettuali, gli assegni un grado di libertà maggiore. Naturalmente il termine "cultura" racchiude in sé qualsiasi sapere e chiunque si arroghi il potere politico in una nazione o in una collettività, definisce cultura anche quella che alimenta di buone ragioni lo sterminio di culture diverse dalla propria. Indefinite, nella loro molteplicità, sono le culture dei popoli e delle persone, e la gamma che si dispiega include in essa il  laureato come il campagnolo. C'è, infatti, anche la cultura delle campagne, e senza di essa si morirebbe di fame. Poi c'è la cultura di coloro che si compiacciono di conoscere il mondo e le sue ragioni di essere, quella di chi indaga la dimensione della scienza sperimentale, quella di chi studia la sfera psichica ed emotiva, e si chiama cultura quella teologica rivolta al trascendente. In tutti i casi la cultura ha un difetto terribile: dispone l'essere al credere. Chi conosce interpreta e ipotizza, essendo costretto a farlo dalla distanza che separa il conoscente dal conosciuto. 
Distanza che nessuna cultura è in grado di colmare. 
Il vero conoscere, che è l'unico modo della cultura di essere perfetta nei suoi princìpi di base, dai quali tutto il sapere procede per consequenzialità logica, è identificativo e assimilativo nello stesso tempo.
Identificativo dal punto di vista di chi conosce, e assimilativo da quello in cui si trova a essere la realtà conosciuta.
Qui si è nel dominio della consapevolezza metafisica, della dottrina unica e universale, superiore alle limitazioni date dall'ordinarietà umana. La metafisica è, propriamente, il modo di conoscenza che il centro spirituale in tutti noi assume quando le proprie qualificazioni individuali consentono di aprire l'occhio interno che "Vede" i princìpi universali in modo assoluto, e privo dei dubbi che la relatività impone. Nel passato è stato deciso di chiamare la conoscenza, diretta e non mediata dalla mente, metafisica, ma non è il nome a essere importante. La metafisica è certezza assoluta estesa al di là dello spazio e del tempo, la quale ha una natura analoga a quella dell'Assoluto Mistero senza nome, e costituisce la traccia della Causa nei suoi effetti. È il modo nel quale un individuo dispone, senza esserne proprietario, dell'Intelligenza universale, madre di quella individuale. La Certezza è come l'infinità interna del Mistero assoluto, la quale non può esaurirlo... cita un detto Sufi.
È l'Assoluto che dona questa apertura interiore, ma è l'uomo che deve trasformare la vista spirituale in attuazione, sulla propria persona, del sapere universale.

Sul valore della lettura


Il leggere consente di conoscere il pensato di altri che l'hanno scritto, ma conoscere la Verità ben altro impegno richiede. Chiede di esserne degni e, per questo, non bastano tutti i libri del mondo.

venerdì 18 novembre 2011

La Verità e il valore

Per quanti sforzi faccia la menzogna per corrompere la Verità, non potrà mai intaccarne il valore, perché anche la falsità è una "vera" menzogna. 

martedì 15 novembre 2011

Avrebbe potuto

Avrebbe potuto vivere come tutti gli altri, innamorarsi di ciò che gli mancava e stupirsi di tutto quello che sfamava il suo ignorare, ma non sempre si è soli nel dover scegliere il proprio destino. A volte accade di avere una invisibile presenza al fianco, muta come è il pericolo un attimo prima di fare irruzione nel dramma che deve compiersi.
Per lui, come per altri, la vita era un dono ricevuto da uno sconosciuto Mistero che si nasconde in quel dono e negli occhi che la coscienza ha in sé, impietosa nell'attendere che riescano ad aprirsi.
E spalancarsi sul mercato che l'esistere ha imbandito, con la sua esposizione di mercanzie che luccicano.
Attraversare quei banchi senza barattare il suo essere con le sue voglie gli costò la vita; una vita che è stata donata per insegnare che il sapervi rinunciare è l'esoso prezzo da pagare per essere liberi.
Chi rinuncerebbe alla libertà, celata nella leggerezza, per nascondersi dietro al peso che ci trascina in basso?
Avrebbe potuto dar valore al peso come tutti gli altri, e innamorarsi di ciò che lo stava schiacciando, ma la compagnia del Mistero che gli camminava al fianco non gli avrebbe tolto gli occhi di dosso, fino a quando quegli occhi non fossero diventati i suoi.
Ora sono occhi che amano ciò che un tempo hanno temuto, ma amano senza desiderare e non hanno più paura.
Nemmeno della croce che hanno portato.

domenica 13 novembre 2011

C'è un Buio...

C'è un buio che precede la luce, e precedendola la contiene in principio, così da essere disponibile all'ordine totale formato dalla somma dei disordini particolari, i quali tendono alla perfezione che tutto genera, perché la perfezione è potenzialità illimitata. Il Buio, nel precedere la luce, ha la valenza alla quale noi uomini diamo il nome di "Generosità", e non può spaventare un universo che nel buio è immerso come conseguenza della propria natura. Semmai sarebbe più sensato affermare che è il Buio a dover temere, se fosse possibile, le conseguenze di un universo che ha inscritto, nel proprio destino, il dover, un giorno o una notte, morire, o meglio... rientrare nella propria potenzialità di essere un universo nuovo, in un altro giorno o in un'altra notte.

lunedì 7 novembre 2011

La perfezione dell'imperfezione

L'esistenza non funziona attraverso visuali moralistiche, e neppure è ordinata dalla necessità di comminare sanzioni, perché i princìpi che ne ordinano la manifestazione ne regolano anche lo svolgimento attraverso una gerarchia di cause ed effetti, data dalla logica causale e dalla sequenza temporale, negli ambiti in cui la vita è sottomessa allo scorrere del tempo. La perfezione esprime se stessa nell'imperfezione in perenne ricerca, perché ne ha bisogno, di ciò che le manca per essere perfetta. 
Quando un essere vive la propria libertà è costretto dalla libertà a dover scegliere, per sé e per gli altri. 
In dipendenza della scelta fatta ci saranno conseguenze che costringeranno ad altre scelte, che avranno altre conseguenze in un rincorrersi verso la perfezione affamata di sé. In ogni scelta si nasconde la rinuncia di ciò che non è stato scelto in luogo della scelta fatta. Non si tratta di visuale improntata sentimentalmente alle idee individuali di bene e di male, ma di semplice consequenzialità gerarchica. Tutto ciò che a un essere manca per raggiungere la perfezione del proprio stato dovrà essere conquistato attraverso la rinuncia delle condizioni che ostacolano la perfezione di quello stato dell'essere. 
In questo sta la pena o la gioia del vivere. 
In questo le pene e le gioie si scambiano di posto in relazione alla qualità delle assenze che determinano.
Se il scegliere di un uomo sarà disarmonico, e non accordato alla centralità del proprio stato di perfezione potenziale, che deve essere realizzato a immagine della perfezione totale dalla quale l'essere si è allontanato nel proprio manifestarsi, il suo aver sbagliato a scegliere determinerà l'assenza delle note armoniche necessarie alla pacificazione di sé. 
Assenza che dovrà essere riempita e, per esserlo, genererà la sofferenza del vivere che il vivere infligge quando le ragioni perfette che ne motivano il pulsare non sono soddisfatte.
La perfezione è perfetta nella sua totalità proprio perché capace di riempirsi di quello che le manca in ogni particolarità di cui è composta.
Paradiso e inferno sono solo simboli della ripercussione che lega tra loro le cause e gli effetti, e non costituiscono traguardi da raggiungere perché entrambi, dovendosi fronteggiare, sono relativi e imperfetti.

sabato 22 ottobre 2011

Intelligenza e stupidità

L'intelligenza che guida l'universo è amorevole, quando obbliga se stessa al silenzio, per consentire alla stupidità di uscire senza traumi dal proprio doloroso stato di costrizione. D'altro canto la stupidità è di ostacolo all'emancipazione dell'universo ed è capace di tutto pur di sfuggire all'amabilità del sorriso che ogni cosa comprende. In realtà questa non è una vera lotta tra due fazioni opposte, perché l'intelligenza si concede solo di avere pazienza, mentre la stupidità consuma tutto ciò a cui si appoggia, tranne l'intelligenza capace di sottrarsi.

sabato 15 ottobre 2011

Nonostante tutto

Qualcuno, giovane o anziano che sia, riesce a ipotizzare che la realtà sia conseguenza della solidificazione di una menzogna?
È lecito credere che non sia la verità a sostenere l'universo e, con quello, ogni suo infinitesimo componente?
Verità non significa buono o cattivo, ma indica obbediente alla libertà che, per realizzarsi, ha bisogno di sbarre che la rinchiudano.
Ognuno di noi è prigioniero di se stesso e sbarra per qualcun altro. Il nostro esistere comporta responsabilità, diritti e doveri funzionali a un fine che non può essere diverso dalla finalità verso la quale la vita intera tende l'arco delle proprie possibilità.
La Perfezione, per essere totale, deve mettersi alla prova nell'imperfezione. Ognuno di noi è la conseguenza di una Perfezione che affida le sue ali ai nostri muscoli, il suo orizzonte ai nostri occhi e nasconde la volontà nelle leggi eterne che riempiono i cieli.
Leggi che si affidano al donare per avere e all'avere per donare.
Chiunque contrasti, nella libertà che gli è concessa, la Libertà del tutto, dovrà lottare contro l'universo intero che lo ama nonostante tutto.

martedì 11 ottobre 2011

Intelligenza universale e intelligenza individuale


L’intelletto totale di un individuo non è sovrapponibile alla razionalità di cui questo individuo è capace, e non è neppure necessariamente in contrapposizione con la sua sfera sentimentale, nella quale le emozioni sono generate. La razionalità è frutto della logica, ed è il modo nel quale la possibilità di indagare la ragione d’essere della realtà, chiamata anche intelligenza individuale, si attua a partire da presupposti i quali non sono necessariamente razionali e logici. Così, quando questi presupposti non corrispondono ai princìpi attraverso i quali la verità è attuata… logica e razionalità vanno a farsi benedire producendo risultati incoerenti. Cosa consente all’individuo di far procedere, attraverso i princìpi della logica, la consequenzialità di pensiero partendo da supposizioni che possano vantare la loro sovrapponibilità alla verità dei fatti?
L’intelligenza che suppone è un’intelligenza che si trova a essere sul piano della supposizione e, dunque, dell’idea e dell’invenzione personale. Si può essere molto intelligenti senza avere certezze sui princìpi essenziali che ordinano l’esistente, quelli definibili come universali perché applicabili all’intera manifestazione della realtà relativa.
L’intelligenza individuale è conseguenza di quella universale, che è suo principio e sua causa. In quanto individuale si pone sul piano in cui l’individuo agisce come individuo. Partendo dall’intuire individuale l’intelligenza si muove dalle ipotesi generate, e attraverso il principio di non contraddizione e le correlazioni analogiche che stabilisce con la realtà, considerata nel particolare dei suoi componenti o nei suoi aspetti generali, per deduzione o per induzione trae le sue conseguenze, alle quali l’individuo attribuisce il carattere che deve avere, per lui, la ragione.
Spesso il risultato così ottenuto è in conflitto con i sentimenti dell’individuo la cui mente ha prodotto, attraverso il ragionamento impropriamente definito “razionale”, convinzioni personali e soggettive… che sono definite “oggettive”.
L’intelligenza individuale è come un carro armato, condotto da un soldato bambino, che ignora le ragioni della guerra che sta combattendo.
C’è un altro genere di intelligenza, che sovrasta quella alla quale ha accesso l’individuo che si affida al ragionamento incapace di individuare i princìpi dai quali procedere, ed è l’intelligenza universale.
È, questa, l’intelligenza che intuisce attraverso l’immediatezza data dal poter comunicare col centro di sé.
Questa comunicazione non avviene attraverso il pensiero, ed è frutto di un intuire superiore che è caratteristica dell’intelletto universale che attua le sue possibilità nell’individuo in grado di utilizzarlo, e questo a causa di qualificazioni spirituali che lo hanno messo nella condizione di potersi aprire all’intuire superiore di cui l’intelligenza di ognuno è capace.
Quando il canale di comunicazione tra l’intelletto universale e quello individuale è stato aperto dal Mistero assoluto, la personalità spirituale e centrale è di fronte all’individualità periferica razionale e, quest’ultima, deve scegliere se continuare a formulare ipotesi o piegarsi alla Verità indiscutibile conosciuta senza la mediazione della mente.
L’individuo è sempre libero di scegliere, perché il Mistero assoluto è Libertà assoluta che tutto può, tranne che contraddire se stessa negando all’individuo la libertà di decidere per se stesso.
Quando è stata scelta la possibilità di essere liberi la consapevolezza dei princìpi è assoluta, e si vedono le ragioni che ordinano il manifestarsi del tutto e le leggi universali che ne stabiliscono la modulazione del movimento. Non è, questo vedere, corrispondente alla consapevolezza di ogni cosa, ma corrisponde al primo passo che è l’entrata cosciente nel Mistero centrale, il Quale è anche il principio e la ragione d’essere di ogni realtà. L’individuo che ha scelto di poter essere libero, attraverso il sacrificio della propria esteriorità, non ha più bisogno di affidarsi a ipotesi personali, né il suo sentire emozionale può più distinguersi dalla sua ragione sovra razionale la quale, da quel momento in poi, potrà contare su una logica che procederà da princìpi assolutamente certi. Di una Certezza assoluta analoga all’infinità interna del Mistero assoluto, la quale non può esaurirlo.

lunedì 3 ottobre 2011

La visuale metafisica sulla questione della precedenza creativa tra uovo e gallina


La questione sollevata dal bisogno di sapere se sia nato prima l'uovo della gallina, oppure la gallina prima dell'uovo, è data non dal chiedersi quale debba essere la paternità logica e temporale nel rapporto tra madre e figlio.
È dovuta, invece, alla necessità di chiedersi se nell'universo sia stato possibile che un uovo qualsiasi possa essere nato prima dell'essere che può generare questo uovo. Il problema deve essere osservato attraverso le sue estreme conseguenze. Significa dover risalire alla prima presenza di un essere nell'universo. Ora, se si optasse per la gallina resterebbe da pensare che sia comparsa per creazione immediata, ovvero che una volontà superiore al suo effetto (in questo caso l'effetto sarebbe stata la gallina) abbia generato il bipede facendolo comparire dal nulla. Se si ipotizzasse che è l'uovo a essere comparso per primo... allora non cambierebbe nulla, perché la conseguenza dovrebbe implicare che l'uovo sia comparso all'improvviso. In entrambi i casi gallina e uovo si equivarrebbero rispetto alla soluzione da trovare in riferimento alla creazione. Ipotizzando, invece, una comparsa generata dall'evoluzione... le cose non varierebbero e il mistero resterebbe tale. Questo perché supponendo che da qualcosa sia nato qualcosa, anche se questo qualcosa fosse stata solo un'infima particella di materia iniziale, sia l'uovo che la gallina di quella minuscola inezia sarebbero la conseguenza evoluta. Ci si troverebbe, in tutti i casi, a dover spiegare da dove la particella di materia arrivi. Ora, lo si capisce facile, non importa più conoscere l'albero genealogico di uovo e gallina, perché il problema della precedenza dell'uno sull'altra si confinerebbe da solo nelle questioni secondarie, irrisolvibili quando non si risolvesse prima l'origine della materia. Gli scienziati asseriscono ci sia stata una sfera di materia compressa che, deflagrando nel Big-Bang che hanno immaginato, abbia dato modo, anche alle loro intelligenze, di essere. Ma da dove è venuta quella particella non lo dicono e fingono che non sia importante saperlo. Per gli scienziati, come per un geometra, non conta sapere da dove è nato il terreno sul quale si deve costruire una casa, nel caso degli scienziati... una teoria. Può, un'intelligenza che sia davvero meritevole di definirsi tale, accontentarsi di questa spiegazione? 
La mia no che non si accontenta.
Ora mi addentrerò nella dimensione dove la logica non si fa fregare dalle lauree appese in salotto, la dimensione dove la minima contraddizione trovata le rovina la digestione di un pensiero.
Noi tutti viviamo sottomessi al tempo, che è il modo nel quale la durata si esprime nella molteplicità di un'interminabile istante, sempre uguale a se stesso nel replicarsi in modi sempre diversi, di una diversità che, però, non ha il potere di cambiare la natura dell'istante, la quale non è modificabile, ma riesce a modificare la natura e la percezione che si ha dell'istante, in funzione di ciò che nell'istante vive o muore. Dunque nello stesso istante è contenuta la vita e gli accadimenti che si susseguono, ma anche, e nello stesso tempo, vi si trova l'immobilità sempre uguale a se stessa. Questo è il convivere dello scorrere che muta e del perenne presente che non si muove. Il punto di equilibrio di entrambi questi aspetti dell'essere, complementari tra loro, è il centro del ruotare del loro esserci. Una centralità che è a entrambi superiore, e che non è toccata da entrambi gli obblighi, sia quello dello scorrere che dello stare immobile.
È questa la centralità, che è unità sempre uguale a se stessa per tutti i diversi, nella quale potenza e atto sono un'unica cosa. È qui che la potenzialità degli embrioni che pulseranno di vita, per il solo fatto di potersi esprimere si esprimeranno, e lo faranno in armonia con le potenzialità di ognuno, nella ricerca dell'equilibrio armonico particolare, elemento di quello generale. Ogni realtà è diversa da ogni altra, pur mantenendo la stessa causa, centrale e identica a se stessa in tutte le forme differenti. In questo centro avviene il miracolo dell'Uno che moltiplica le sue rifrazioni cangianti, in obbedienza alla necessità data dal bisogno di diversità e nel movimento ciclico impresso a questa diversità dai princìpi universali.
Princìpi che agiscono come assi fissi attorno ai quali il vortice immane dell'esistenza ruota, rispettando una proporzione ordinata gerarchicamente la quale è obbediente alla legge di armonia ed equilibrio che tiene ordine e disordine nella necessità di reggersi reciprocamente, affinché la musica delle sfere sia nella totalità della perfezione relativa, figlia della Perfezione assoluta. In realtà poco importa quale sia stata, in una dimensione temporale, la prima rappresentazione di un essere, perché la logica non può rifiutarsi di prevedere che nell'aspetto immobile dell'istante, perennemente identico a se stesso, si formi ciò che chiamiamo vita, e da quella immobilità essa inizi a pulsare nell'altro aspetto del tempo, quello sottomesso allo scorrere della durata. Il tempo non ha soltanto determinazioni quantitative, ma è anche soggetto all'aspetto datogli dalla qualità in dipendenza del momento in cui il suo scorrere si trova, all'interno del ciclo corrispondente. Obbedendo alla spirale il tempo inizia lentamente e si velocizza fino al raggiungimento del culmine della spirale. In quel punto, privo di durata ed esterno al ciclo, si invertono i poli e il movimento ricomincia all'interno della durata. Il tutto avvenendo senza soluzione di continuità. Dunque se si considererà la questione sulla precedenza dell'uovo o della gallina all'interno della durata non si potranno avere risposte, perché il problema non può trovare soluzione  a causa di non rappresentare, nella sua totalità, il problema da affrontare. Per essere completo il problema deve prevedere il lato sovra-temporale che è parte del tempo e che mai lo abbandona. Ecco dove avviene la creazione, ed è in quella centralità che tutto ha la sua ragione essenziale d'essere, trovando la sua origine e il suo fine.

sabato 1 ottobre 2011

Sull'uovo e la gallina

Di sicuro al piccolo uovo che si stava schiudendo al riparo di un filo d'erba la questione su chi sia nato prima tra l'uovo e la gallina sarebbe parsa una perdita di tempo, perché la quaglia che stava per guardare il cielo non aveva l'aria di essere una gallina.
Strana forma ha l'uovo; sono evidenti i suoi tentativi di rappresentare l'equilibrio nella sua forma più fragile, e se non fosse per le uova di struzzo ci sarebbe anche riuscito.
Strano canestro pieno di uova è l'universo, forme imperfette che si chiedono cosa la perfezione debba essere.
Comunque, alla quaglia, porsi troppe domande pareva un atteggiamento sconveniente nei confronti di un mistero il quale, era sicuro, stava volentieri nascosto.
Pareva quasi che il suo stare celato agli occhi del mondo favorisse il moltiplicarsi dei guai.
Intanto l'uccellino forzava, all'interno di quel guscio misterioso, nel tentativo di romperlo.
Pareva quasi che la vita servisse a rompere il guscio che impediva la vista del cielo.
Un Cielo dalla volontà immobile, ma capace di far girare le uova, e non solo quelle.
Un Cielo che metteva, tra Sé e le cose che cercavano di riempirlo, distanze incolmabili.
Alla fine l'uovo si ruppe, sotto i colpi datigli dalla vita, e due occhi troppo grandi misero a fuoco la propria incapacità a capire le ragioni che rompevano altre uova.
Poco lontano un altro minuscolo essere strisciava nel prato la sua fatica di vivere, senza domandarsi alcunché, inebriato dal profumo di cibo che lo circondava.
La quaglia vide quel muoversi, sentì il suo odore e, alla fine, anche il suo sapore.
Strana cosa la vita che, per continuare a vivere, doveva morire.
Strani esseri gli esseri che, per essere felici, dovevano togliere felicità ad altri esseri.
Pare quasi che la ragione d'essere della vita non viva all'interno del vivere, e che la ragione d'essere della morte non muoia dentro la morte.