mercoledì 21 settembre 2016

Sul moralismo

L'atteggiamento moralistico è quello più adottato da chi attribuisce validità universale alla propria sentimentalità, ignorando i legami che essa ha con la cultura del luogo di nascita, e poiché non si nasce ovunque... sia la cultura che il sentimento non sono universali e di conseguenza non possono essere validi per chiunque e in ogni luogo. Per morale deve essere intesa l'intrusione del sentimentalismo nei princìpi a carattere universale che morali non possono essere proprio in ragione della loro universalità che comprende l'emotività solo quando si amano tutti gli esseri, perché il bene, che è verità e virtù, non può essere in relazione ai limiti dati dall'interpretazione del sentimento che è legato alla latitudine culturale.

domenica 18 settembre 2016

La Verità non può essere immaginata senza che essa sia prima conosciuta

Credo fosse Asimov, ma potrebbe essere stato anche Orwell oppure Huxley, che scrisse: "Il futuro non può essere diverso da come ce lo si immagina", ma non è così, perché per immaginare è necessario comprendere, e se manca la comprensione occorre accettare che le conseguenze di ciò che non si conosce siano del tutto diverse da come ce le si aspetterebbe. Per poter immaginare il giusto, ovvero quali potranno essere le conseguenze della Verità che regge l'universo, è necessario conoscere i princìpi universali dai quali il dispiegarsi della realtà ha preso avvio, perché senza conoscere come il tutto sia cominciato non è pensabile potersi immaginare in che modo la realtà esaurirà le proprie ragioni di essere.

venerdì 2 settembre 2016

Visuali diverse

L'ateo: Dio non esiste
Il fedele: Dio esiste 
Il religioso: Dio esiste e mi parla
Il fondamentalista: Dio esiste e mi somiglia
Il metafisico: Dio, essendo causa dell'esistenza, come tutte le cause  non partecipa ai suoi effetti perché a questi è superiore
Il bambino: Dio mi regala i giocattoli
Il santo: a me ha dato solo l'intelligenza per tacere

Mia moglie: ancora stai a scrivere cazzate invece di lavare i piatti?

sabato 23 luglio 2016

Cosa potrebbe aggiungere la morte?

Cosa potrebbe aggiungere la morte al poco che siamo riusciti a capire della vita?
Ci vuole ben altro che il morire per migliorare il nostro grado di comprensione; occorre vivere altre volte in dimensioni dell'essere nuove e diverse da quella umana che si è vissuta, e che non è bastata a scostare i veli che nascondono una Verità che da immaturi non si sarebbe capaci di sopportare.
Nulla si ripete nell'universo, perché il Mistero dal quale l'esistenza proviene, essendo infinito... non si ripete mai.
Non c'è una goccia di pioggia che sia identica a un'altra, non un fiocco di neve lo è, non lo sono i pensieri e neppure i sogni. Per essere identiche tra loro due realtà dovrebbero occupare lo stesso spazio ed essere la stessa realtà.
Solo la centralità è la stessa, per tutte le circonferenze che di essa sono le riflessioni, ed è il modo che ha il Mistero di esporre l'inizio delle proprie infinite possibilità.
Da questo Centro noi nasciamo e a ritrovare questo Centro siamo destinati.
Il complesso e il difficile sono i mezzi che abbiamo per raggiungere la Verità di ciò che semplicemente siamo alla nostra origine.


giovedì 21 luglio 2016

L'Infinito non ama ripetersi

C'è qualcuno in noi che sa tutto di noi e tace in apparenza, sopportandoci come solo un santo sa fare. Quel qualcuno non è la nostra coscienza, troppo legata alla nostra intelligenza per non essere disposta a vendersi per un tozzo di pane.
Quel qualcuno è la nostra centralità, muta come il morso di uno squalo, ma più sanguinaria.
Sarà lei ad assolverci o a condannarci ad altre vite, diverse dalla specie umana alla quale ora apparteniamo. 

Diverse... perché l'Infinito non ama ripetersi.

venerdì 15 luglio 2016

Sembrerebbe pochino, ma è meglio di niente...

L'inferno, come tutto, deve per forza avere i suoi alti e bassi e non può essere eterno, perché se lo fosse sarebbe sovrapponibile a Dio e la misericordia di quest'ultimo andrebbe a farsi fottere.
Alti e bassi che corrispondono a diverse gradazioni di una sofferenza che dev'essere prima di tutto interiore, l'esteriore essendo caratteristica dell'esistenza manifestata che più o meno subiamo.
Esteriorità che deriva dall'interiorità.
Necessariamente l'inferno non potrebbe essere privo di collegamenti con la realtà esteriore alla quale diamo il nome di vita, e questi legami li si nota quando si soffre.
A volte si soffre al punto da credere che il mondo sia il luogo geografico dell'inferno e, di conseguenza, anche del paradiso.
Sarebbe sconcertante, perché la cosa implicherebbe che tutti i Profeti hanno mentito.
In effetti le possibilità implicate nella manifestazione della realtà relativa chiamata esistenza sono in moltitudine indefinita, espressa su altrettanti indefiniti piani di realtà, non potendoci essere un confine raggiungibile all'interno della realtà universale, ciclicamente modulata e dunque sferica.
È un bel rompicapo, complicato dalla necessità di dover anche essere espresso simbolicamente.
Inferno significa dolore e sofferenza, e poiché tutta l'esistenza è caratterizzata da dolore e sofferenza si può presumere che l'inferno sia una delle modalità dell'essere, perché se fosse un luogo sarebbe all'interno dello stesso universo, dal momento che "universale" significa che riguarda il tutto.
L'universo, che è relativo, implica che l'inferno non potrebbe essere eterno, perché eterno indica superiore alla durata temporale alla quale l'intero universo è sottomesso.

Sembrerebbe pochino, ma è meglio di niente sapere che la sofferenza interiore non potrà essere eterna.

mercoledì 13 luglio 2016

Solo i demoni pensano di poterle sfuggire


Non so cosa il destino sia, ma credo si tratti di tutto ciò che non sta sotto al libero arbitrio: quando si è nati, dove, da chi e perché è parte del destino di ogni individuo, e lo sono pure tutte le condizioni dell'essere nel loro lato che sfugge al nostro controllo. D'altronde se non ci fosse il destino la nostra libertà di scegliere non troverebbe appigli per essere esercitata.
C'è un destino individuale, un destino collettivo e, infine, il destino universale, che è lo stesso per tutti e prevede il doversi ritrovare tutti nello stesso centro dal quale tutti provengono, quello per il quale la circonferenza dell'esistenza ha avuto avvio e al quale deve le sue essenziali ragioni sufficienti d'essere. Amare ci avvicina al centro d'amore, l'odiare ce ne allontana, perché l'odio striscia sulla circonferenza per dire a tutti che il centro non è reale a causa della sua assenza di peso.
Ogni realtà, sia essa microcosmica che macrocosmica, ha il suo centro del quale essa è l'espressione differenziata, ma il centro è identico per tutti gli esseri, ed ha una memoria infallibile. Di questa memoria dobbiamo tenere conto, perché solo i demoni pensano di poterle sfuggire.

sabato 9 luglio 2016

Il principio primo

L'amore è il primo principio universale, ed è superiore alla procreazione. Lo prova il fatto che non esista l'amore in provetta...

L'ultimo ricordo che avremo di noi

L'invecchiare è l'evento che giustifica la gioventù attraverso il cattivo gusto, ma avendo il vantaggio di non risparmiare nessuno si fa accettare, anche se malvolentieri, dando a tutti la possibilità di sperare nell'imparzialità di una Giustizia cosmica, la cui azione riequilibratrice è difficile da riconoscere nelle cose di tutti i giorni.
È nell'invecchiamento che i pregiudizi lasciano la presa che li tiene aggrappati al falso, e in esso l'esteriorità diventa trasparente lasciando intravedere cosa si nasconde al suo interno, perché la centralità di ognuno non è sottomessa alla durata, e il tempo non la scalfisce. 
Il centro identico per tutti tranne che per la sua memoria è eterno, ed è il legame che ci unisce al Mistero assoluto che esprime le sue infinite possibilità di essere attraverso di noi.
Alla fine della vita è solo il nostro centro a sopravvivere, con sulle spalle il peso dei ricordi di ciò che siamo riusciti a essere e a non essere, che sarà il motivo per il quale l'esistenza avrà le sue ragioni per esistere future.
Null'altro di noi resterà vivo, né i ricordi insisteranno a tormentarci, perché al loro posto un nuovo essere diverso da noi esisterà, sentendosi lo stesso io che ci sentiamo oggi, pur essendo un io diverso dal nostro.
A quel nuovo essere sarà consegnata la nostra possibilità di perfezione, che abbiamo ignorato vivendo, per questo è giusto dire che quell'essere saremo sempre noi, anche se sarà diverso da noi.
È a lui che dobbiamo passare le nostre speranze, e il suo primo vagito sarà l'ultimo ricordo che avremo di noi.
Ogni nuovo giorno non sa della notte che è stato e che l'ha preceduto.


Sulla Verità e l'orgoglio


L'orgoglio non si addice alla Verità, perché essa è ciò che essa è, non il risultato di una vittoria...

Ovvietà per nulla scontate

L'intelligenza sta nel mezzo, tra il credere e il non credere, e guarda male entrambi perché è soddisfatta solo dal conoscere.
Chi crede che il non credere sia il conoscere crede e non crede nello stesso tempo... senza sapere cosa il conoscere comporti.
Chi non crede dice che la Verità assoluta non esista, e si contraddice perché la sua affermazione, per essere vera, dovrebbe essere assoluta.
Chi crede dice che la Verità assoluta esista, e si contraddice perché se essa esistesse non sarebbe più assoluta.

La realtà ride dietro entrambi, perché la Verità assoluta è più dell'esistere essendone la causa, e anche nella realtà relativa ogni causa è superiore ai suoi propri effetti, e da questi ultimi non può essere modificata. Per questo il fuoco non può bruciare il calore che lo ha generato, né l'umidità potrebbe bagnare l'acqua dalla quale proviene.

Una penosa abbuffata

Pur essendo regolata da norme universali l'esistenza mostra di sé la sua accidentalità come se questa fosse casuale.
L'accidentalità caratterizza tutta la manifestazione esistenziale, ma solo nel rapporto che essa ha col Mistero assoluto dal quale trae le sue sufficienti ragioni d'essere. Il termine esistere deriva dal latino "ex-stare" che indica l'assenza, all'interno dell'universo, delle sue sufficienti ragioni d'essere. 
Nonostante la ciclicità della vita e le correlazioni causali tra cause e loro effetti siano evidenti, la gran parte degli individui ritiene essere il caso a reggere la realtà, quando il caso è la negazione di princìpi e leggi senza i quali nessuna consequenzialità vitale sarebbe possibile.
L'umanità appartenente all'attuale epoca è accecata dal suo essere famelica, e questo la rende incline allo spreco di ciò che non le appartiene.

Tutto questo è segno della fine di un ciclo, e l'umanità sta nella analoga condizione di un moribondo alla sua ultima, sanguinaria, abbuffata.

Ciò che misura il bene e il male

Spesso il confine tra bene e male in un'azione è sfumato e incerto, ma così non è per chi agisce, perché solo chi agisce o non agisce conosce esattamente le proprie intenzioni, e sono queste ultime a dare la misura del bene e del male.

venerdì 1 luglio 2016

... ed è allora che la Verità s'incazza...

Ci si immagini di essere stati illuminati dalla Verità: in questa rara eventualità davanti agli occhi dell'Intelligenza del cuore si spalancano... facciamo che si aprano soltanto, due opportunità: tenersela per sé o tentare di comunicarla ad altri. Se la si tiene per sé la si dovrà poi mettere in pratica su di sé nel rapporto col mondo, ma se si tenta di comunicarla ad altri, cosa impossibile a farsi dal momento che la Verità assoluta è, per la sua natura non relativa, incomunicabile, stavo dicendo che non essendo comunicabile si finisce col dimenticarsi che la Verità, essendo totale, non si accontenterà di essere sterile teoria, ma farà di tutto per essere attuata da chi la conosce. Questo significa che chi conosce la Verità nei suoi princìpi universali anche se è libero di scegliere... se non sceglie di attuarne le inevitabili conseguenze si mette nella condizione di chi, potendo scegliere il meglio per sé e per gli altri... decida per il peggio, ed è allora che la Verità s'incazza...

Dissento sull'uso di chiodi martello e croce

L'essere umano è al centro di una situazione esistenziale che è, a dir poco, singolare: è un essere sociale, ma può comunicare agli altri solo le cose meno essenziali, tipo "che buona questa polenta", ma appena tenta di trasmettere le proprie conoscenze superiori i suoi simili, bene che gli vada lo ridicolizzano, ma se hanno a disposizione un martello e dei chiodi lo ergono a simbolo dell'incomunicabilità.

Questo accade perché la libertà di ognuno è sacra, e quando si tratta della Libertà di capire da sé l'essenza che è senso dell'ordine cosmico... allora quella Libertà si fa inviolabile, e mi pare persino giusto che lo debba essere, anche se dissento sull'uso di chiodi martello e croce.