lunedì 29 settembre 2014

Cosa resterà di noi?

Cosa potrà restare di noi, della nostra vita?
I ricordi che lasceremo, forse? 
E per quanto tempo resteranno? 
I manufatti? E per quanto tempo?
I nostri pensieri migliori?
E per quanto tempo si manterranno veri?
Durerà, più di tutto questo, la nostra cenere
che nutrirà ancora la vita della vegetazione.
Ma per quanto tempo ancora?

Ciò che lasceremo al mondo è soltanto
il nostro aver amato senza volerne fare
il possesso privato del nostro egoismo
Sarà l'essere stati amati da chi non ci ha 
voluto possedere nemmeno per gelosia
Sarà il nostro aver rispettato la verità
che il Cielo ci ha mostrato essere vera
sarà il nostro modo di lasciare il mondo
e tutto questo lo lasceremo dentro di noi.

Il Centro di sé

L'Intelligenza infinita che ha l'universo in sé, come possibilità in divenire attualizzata nella realtà che conosciamo, è una Intelligenza assoluta e perfetta, libera e impossibilitata a contraddirsi. Potendo tutto tranne che andare contro se stessa ci lascia liberi di scegliere, ma non di rifiutarci di essere. Ogni essere esiste perché la propria esistenza è stata possibile. Esistiamo, ed è un fatto, e siamo liberi entro i confini disegnati dalle possibilità inerenti alla nostra natura, natura decisa dalle possibilità che si sono trasformate in atto. L'Assoluto è privo di polarità in relazione tra loro, perché non è relativo, dunque la sua totalità che nulla esclude è potenza e nello stesso tempo anche atto. Ciò che è possibile diviene in aderenza alle qualità della sua possibilità di essere. L'esistenza di ognuno di noi è necessaria tanto quanto contingente; necessaria perché in relazione col principio del quale la totalità dell'esistente è l'espressione, e contingente perché nei confronti della Realtà assoluta siamo considerabili degli accidenti relativi nei quali Essa manifesta la sua superficie e nasconde la sua centralità. 
La nostra intelligenza personale dell'Intelligenza universale è la rappresentazione individuale e limitata, ma derivando da quella di quella conserva la traccia e la possibilità di accedervi. Gli uomini illuminati sono detti tali perché vedono la realtà attraverso l'Intelligenza universale alla quale hanno avuto accesso per volontà dell'Assoluto. Essi devono vivere in conformità ai princìpi universali che vedono in modo assoluto e immediato, direttamente, e li conoscono perché è l'Intelligenza universale a consentire loro di "vedere" in modo assoluto, essendo quest'ultima assoluta. La consapevolezza degli individui che vedono, non è suscettibile di poter essere comunicata a causa della sua non relatività, e questo mette al riparo la Verità che si difende da sé. È per questa incomunicabilità che la conoscenza sovra temporale e sovra individuale è chiamata "mistero iniziatico". Essa è un sapere che deve essere realizzato nella vita di coloro che conoscono il vero, non è una teoria speculativa né è filosofia, perché non è invenzione, idea o ipotesi umana e neppure di altri esseri. È ciò che è perché essa è la Verità assoluta. Non sarebbe possibile per l'uomo avere accesso a questo conoscere sovra razionale se nell'essere umano non ci fosse una centralità assoluta che lo consentisse; è attraverso questa centralità, chiamata sé e assoluta riflessione del Mistero che si conosce, nell'immediatezza dell'intuizione spirituale, la via personale che condurrà al Centro di sé.

Che ogni essere si senta un io, e che questo io sia l'identico sentire di ognuno, sarebbe contraddittorio se ogni essere non fosse l'espressione della stessa identica centralità, in ognuno, dello stesso Sé assoluto, che si manifesta esteriormente nelle proprie, infinite, possibilità attuative.

Dio si è fatto ciò che noi siamo, per renderci ciò che Egli è. (sant'Ireneo)


Il Cielo è divenuto terra, affinché la terra divenga Cielo.

martedì 16 settembre 2014

So che questo scritto potrà essere compreso appieno solo da chi non ha bisogno di leggerne il contenuto.

L'esistenza è caratterizzata da una totalità incompleta, perché ci sono realtà che sono, pur non essendo soggette ad alcuna forma di manifestazione di sé. Altre realtà si mostrano attraverso i loro effetti, ma non sono visibili ai sensi. Quando non hanno forma le realtà sono dette "informali", e a queste appartengono sia le idee che le intenzioni, prima che esse siano rivestite dal pensiero e dalle azioni. Ma quello che rende incompleta la manifestazione della realtà relativa non è l'assenza di una forma, ma delle sue essenziali ragioni d'essere. Esistere deriva dal latino "Ex_stare" che indica proprio quella assenza. Per questo il pensiero consequenziale,  detto razionale, non può chiudere il cerchio nel quale la logica si dichiara soddisfatta di sé, perché per chiudere un cerchio occorre che la realtà dove quel cerchio è inscritto sia fissa, e non in perenne movimento come in effetti essa è. Dove tutto si muove ogni cerchio si trasforma in una spirale e non può essere chiuso. La legge universale che impone all'esistente il movimento è, in quanto causa del muoversi, superiore ai suoi effetti, dunque in questa sua superiorità non è soggetta al doversi muovere a propria volta. È per questo che i suoi effetti vivono nella relativa tranquillità data dal non potersi fermare. Eppure è proprio nel fermare la propria corsa che la logica avrà soddisfazione. Per fermarsi la logica deve superare se stessa, e per superarsi deve riconoscere la Verità assoluta dalla quale essa è superata. La logica è conseguenza della Verità e dalla Verità totale e assoluta è compresa. Per questo la logica non è in grado di comprendere nella sua totalità ciò da cui essa è compresa. Nessun contenuto può comprendere totalmente il proprio contenitore. La logica è superata dall'intuito spirituale che è dato dall'intelligenza universale, la quale è causa di quella individuale. L'Intelligenza universale è quella alla quale si ha accesso quando si è stati risvegliati dall'Assoluto attraverso la mediazione di un maestro che è stato a propria volta illuminato dall'Assoluto da un altro maestro, in una catena ininterrotta di maestri che ha le proprie radici al disopra della durata temporale. La consapevolezza iniziatica che si ha dopo l'iniziazione ai misteri dello spirito è conoscenza interiore dei principi universali, che sono normativi delle realtà manifestata, ed è la stessa per ognuno che vi ha avuto accesso per volontà dell'Assoluto. È una conoscenza della quale si può comunicare soltanto la superficie, dovendo di essa necessariamente tralasciare la sua essenza che, non essendo relativa, costituisce il segreto iniziatico, che è segreto solo perché non si presta alla comunicazione di sé. Chi conosce questo segreto conosce se stesso e i principi dell'intero universo, ma questa superiore conoscenza non gli appartiene, perché può solo vederla, e mai può modificarne il senso. Potrà svolgerne aspetti particolari o generali da angolazioni nuove, ma senza che queste visuali contraddicano le altre di pari dignità, viste da punti differenti che guardano, considerandone aspetti diversi, lo stesso perché unico Centro al quale ogni visuale deve la propria essenziale ragione d'essere.

lunedì 15 settembre 2014

La Fonte eterna


Un flebile "Mioddio!" le sfuggì, con lo stesso suono che hanno i sospiri quando si accorse che, forse, la sua sofferenza non sarebbe cessata col morire.
La sua coscienza stava scivolando dietro al suo ultimo fiato, spogliata del peso inferto da un organismo che l'aveva tenuta addormentata dai suoi bisogni futili.
Da quell'ultimo sibilo di arrendevolezza le cose non sarebbero state più le stesse, e la memoria non sarebbe più stata intralciata dai desideri che i mille miliardi di cellule del suo corpo anelavano dovessero essere soddisfatti a tutti i costi. 
Qui, dove l'istante immobile non imbroglia attraverso lo scorrere del tempo, dove lo spazio è solo interiore, vasto come solo sanno essere le verdi praterie, qui si fanno i conti con l'oste che, fino a questo tragico momento, è sempre stato in cucina a preparare una lista che non può essere messa in discussione, perché quell'oste è la fonte universale di ogni coscienza individuale.
Così, quella che ancora era una individualità cominciò a correre di nuovo sui prati verdi dell'attesa, senza che gli zoccoli del suo dover attendere potessero calpestare alcunché. Ci sarebbe stato altro tempo a imbrogliare l'orizzonte da dover raggiungere, e ora si trattava soltanto di aspettare il segno dato dal fato con l'apertura di una fessura nuova, che precipita verso l'ignoto di una nuova esistenza, nella quale un altro e diverso essere avrebbe continuato la sua corsa terrena, sentendosi di nuovo lo stesso io che replica se stesso indefinitamente, trascinandosi appresso le cose da aggiustare pur non essendo responsabile di averle rotte. È così che l'esistenza si fa pagare, quando dà la possibilità a ogni essere di avventurarsi nella grande sfida della vita. Innumerevoli ego pulsano della voglia di essere diversi uno dall'altro, nell'imbroglio senza tempo nel quale l'unico Sé eterno esprime le proprie infinite possibilità di essere sempre unico e diverso, sempre generoso, e sempre libero nell'obbligo di sentirsi un io che cerca la Libertà totale, la stessa alla quale ogni ego rinuncia, col nascere al mondo dove il desiderio regna, disturbato da un futuro che si lascia guardare soltanto da chi ha rinunciato al desiderio.

domenica 14 settembre 2014

Deluso dalla propria intelligenza

Io sono stato deluso dalla mia intelligenza, molto deluso, perché si è rivelata essere inadeguata ai compiti che ogni intelligenza deve darsi: quello di dover capire la realtà, che è verità. I primi trenta anni della mia vita sono stati un maldestro tentativo di capirla, e i risultati non ci sono stati, ma si è trattato di qualcosa di peggio: io non me ne ero accorto. 
Un giorno la vicinanza della morte mi ha costretto a conoscere un medico per essere curato, era una dottoressa ed era anche una maestra che ascoltava i segni che il Mistero le dava. Tra quei segni ce n'era uno che mi riguardava, e lei agì. Non accontentandosi di avermi guarito, a mia insaputa scostò il velo che mi proteggeva il cuore e io conobbi la mia morte, necessaria al vedere con gli occhi di un'intelligenza che non era più mia. La mia intelligenza ora è l'inabile segretaria di quella universale, che non mi appartiene. È una segretaria morta, e qualsiasi cosa lei scriva, le ricorda di essere morta.

mercoledì 10 settembre 2014

Quello che abbiamo dimenticato di essere

Da ragazzo rincorrevo con la mente tutto ciò che non capivo, cercando di ordinare il tutto delle mie esperienze in modo da trovare una risposta univoca che fossa priva di contraddizioni al suo interno. Il cerchio aperto dalle questioni irrisolte non riuscivo a chiuderlo, facendo combaciare il suo inizio con la sua fine. Non ci riuscivo perché sia l'inizio di tutti gli inizi, che la fine di tutte le fini non sono di questo mondo. La mente può solamente mordersi la coda, stando confinata nel dominio che le appartiene. Non è la mente che può conoscere la verità dell'inizio e della fine, perché essa non può indagare fuori dal mondo. Lo può fare soltanto l'intuito superiore, quello capace di comunicare con la Realtà assoluta, che è presente in ognuno di noi, costituendo la nostra centralità spirituale.
In questo modo l'Assoluto ci parla silenziosamente, mostrando al nostro intelletto, al cuore e alla nostra volontà, i princìpi normativi dell'esistenza. È solo l'inizio di una lunga e complessa avventura verso la Libertà, assoluta perché priva di costrizioni, l'unica per cui vale la pena di vivere, l'unica per cui vale la pena di morire.
Il sacrificio di sé è la chiave che apre al Mistero, e non è un dissolversi nel nulla, ma un espandere il nostro centro al di là di ogni confine, per ritornare a essere quello che abbiamo scordato di essere sempre stati.

domenica 7 settembre 2014

La gara del mondo

Più o meno, e in diverse misure, tutti mentiamo almeno un poco, il mondo stesso mente e, con esso, la natura, che si guarda bene dallo svelare le ragioni del suo esserci. In questo comune desiderio di abbellire una realtà, contaminata dalla verità, la menzogna si dà un gran daffare per correggere quelli che, per chi mente, sono limiti superabili con una bella mano di vernice. La parola, e con essa il linguaggio, pare si sia data lo stesso fine che ha il pennello di un pittore che deve vendere il proprio quadro. Questa competizione vede allineata, sulla linea di partenza, l'intera umanità. Tesa verso il traguardo dell'ipocrisia la voglia di apparire corre, suda, sgomita e sputa veleno contro tutti, nella volontà di esaudire i propri desideri. In questa gara, orientata verso il guadagno materiale, gli ultimi saranno i primi ad arrivare nello spirito che ha voluto il mondo, e non occorrerà spiegare il perché.

mercoledì 3 settembre 2014

Breve dissertazione su alcuni errori commessi dal credere comune, anche definito "buon senso"...

Il termine "Assoluto" indica unità e anche unicità data dal comprendere, in potenza e in principio, tutto ciò che è. La Realtà assoluta può essere descritta definendola solo attraverso ciò che essa non è, perché l'Assoluto è la ragione d'essere dell'esistenza e, in quanto causa, non partecipa ai suoi stessi effetti, come d'altronde fanno tutte le cause, anche quando sono relative. Per Assoluto si deve intendere la Realtà senza divisioni al suo interno, dunque priva di parti in relazione tra loro. L'Assoluto è quindi sia infinito che eterno, cioè non circoscritto da limiti e non sottomesso alla durata. Non possono esserci due assoluti, perché l'uno costituirebbe il limite dell'altro. Di riflesso, e per la stessa ragione, due universi, pur non essendo l'universo assoluto, non possono coesistere, perché universo significa che tutto comprende in sé, e più universi sarebbero necessariamente compresi dallo stesso e unico universo, che è unico come lo è la sua Causa. Pur avendo, le parole, una loro pura accezione di significato, spesso sono usate lateralmente al senso preciso che esprimono; in questo modo per assolute sono intese tutte le realtà relative che si pensa non possano essere messe in discussione. L'utilizzo improprio delle parole genera, però, confusione, e sovente si dice sia infinita una realtà relativa che è soltanto indefinita, o eterna una realtà che è perpetua. L'indefinito è ciò che, pur avendo dei limiti, non può essere misurato per inadeguatezza dei mezzi atti a farlo, mentre perpetuo si dice di quanto, pur essendo relativo, è sottomesso alla ciclicità destinata a esaurirsi.

Persino nella matematica, che si fregia di essere esatta, sono ipotizzati diversi insiemi che sono detti essere infiniti. Anche una mente semplice può agevolmente comprendere che se infinito significa privo di inizio e di fine non può essere rinchiuso in un insieme isolato da altri insiemi altrettanto infiniti, perché un insieme deve essere caratterizzato da qualità che gli altri insiemi non hanno, e questo gli darebbe dei limiti che l'Infinito non potrebbe avere. Il simbolo dell'infinito matematico è un otto disteso, simbolo che indica ciclicità, e non può esprimere la superiorità che l'Infinito ha verso l'estensione. Alla stessa stregua, e riproponendo lo stesso tipo di errore, il calcolo infinitesimale, in matematica, è definito come fosse infinito, sia al suo polo positivo che a quello negativo.

La Verità e il ricercatore

La Verità assoluta è sempre superiore ai limiti intellettivi che ha chi cerca di comprenderla. Questo significa che il ricercatore non può avere l'opportunità di impossessarsene. Significa anche che sarà la Verità a rivelarsi, sia a colui che la cerca che a chi crede che la Verità assoluta non esista, e lo farà concedendosi a chi ha le qualificazioni interiori per non restare accecato guardandola. A volte, e senza nemmeno sospettarlo, anche chi non crede alla Verità la sta cercando, perché il suo non credere indica che si è posto il problema, e l'esserselo posto lo ha reso un obiettivo nel mirino della Verità.

Cita un detto Sufi:
La Certezza assoluta, attraverso la quale la Verità assoluta si rivela, condivide la stessa infinità interna del Mistero assoluto, la quale non può esaurirLo.

La Verità si svela dando modo di conoscere i princìpi universali attraverso i quali essa manifesta l'esistenza. È solo l'inizio dell'avventura della vita vissuta all'interno della Certezza priva del dubbio, ed è ancora poca cosa nei confronti dell'obiettivo finale dato dalla Libertà che è assenza di costrizioni. La chiave di volta di questo unico Cielo è il sacrificio di sé, ed è per questo che la Verità pare essere irraggiungibile. Per la stessa ragione il principe del mondo, e delle tenebre, dice che non nutrire dubbi sia la cosa più stupida che un essere può fare, e lo dice come se avere o non avere dubbi sia la conseguenza del fare, e non dell'Intelligenza che da individuale è divenuta universale.

lunedì 1 settembre 2014

Sulla responsabilità

Essere responsabili significa operare al meglio, ma indica anche l'essere disposti a riconoscere i propri errori, e a pagarne le conseguenze.

La libertà relativa della quale godiamo ci rende responsabili in dipendenza delle nostre intenzioni che motivano l'agire, ma la libertà, in sé, non è responsabile. Semmai lo sarà l'Intelligenza che ce l'ha data insieme alla vita. La questione, addentrandosi nelle ragioni d'essere della nostra libertà, si complica assai, perché l'Intelligenza trascendente che elargisce l'esistenza la dona nella libertà, perché la trascendenza è Libertà assoluta che non può contraddirsi. Non potendo contraddirsi negando la libertà agli esseri… non può nemmeno essere ritenuta responsabile degli errori commessi dagli stessi esseri che sono liberi di scegliere come agire e quando farlo. Gli esseri umani, invece, essendo relativi possono contraddirsi e, per questo, divengono responsabili delle loro azioni. La Verità pure, nella sua essenza assoluta, identica dunque alla Libertà nel suo essere assoluta, per le stesse ragioni non è responsabile della realtà, e di conseguenza sarà responsabile solo chi afferma o nega qualsiasi verità relativa. Per questo il bestemmiare contro l'Assoluto non ha alcun senso. Inoltre l'Assoluto non crea nulla, perché nulla è fuori da Sé, è l'Essere primo - prima affermazione dell'Assoluto - che genera tutti gli esseri e la realtà relativa che li circonda. Essere primo che chiamiamo Dio e che, in quanto causa, non partecipa ai suoi propri effetti, e rientra ancora in ciò che si è convenuto chiamare il "Non essere", perché contiene l'Essere che non può manifestarsi senza degradare sul piano di realtà relativo. Nemmeno Dio può essere considerato responsabile, perché è realtà trascendente che attua le possibilità implicite all'Assoluto. Concludendo questa breve dissertazione appare evidente - almeno a me - che la responsabilità della realtà relativa sia conseguente alla divisione in polarità di tutto ciò che è, divisione asservita alla possibilità di scegliere che è libertà relativa. Responsabilità che qualifica le azioni di ognuno in relazione alle intenzioni che anticipano le azioni. Azioni le quali, quando fossero private della loro conseguente responsabilità, sarebbero prive della qualità che ognuno di noi assegna loro agendo… in un agire che lo qualificherà a propria volta.

lunedì 25 agosto 2014

La perfezione del proprio stato

È una vita che mi lamento di tutto, e nella stessa vita non vedo l'ora che accada qualcosa che, quando accade, mi trova lì, che do le spalle come fanno i traditori, mentre aspetto la maturazione di altri avvenimenti, spesso meno importanti di quello appena tradito.
Un giorno la vita si è stancata di me, e mi ha preparato una sorpresa inaspettata: mi ha aperto gli occhi su chi sono. Di peggio poteva soltanto richiudermeli, ma quando lo sguardo interno si apre non può più essere richiuso, perché non è la tua volontà che sta lì, a guardare la verità, ma è una intelligenza a farlo che non è la tua, e mai lo sarà, perché è di tutti e di nessuno. La mia ormai vecchia intelligenza è la stessa cogliona che è sempre stata, ma di colpo è stata costretta a fare i conti con quella nuova. Le ha dovuto cedere il passo, e limitarsi a raccontare quello che dell'intelligenza universale l'intelligenza individuale può dire.
Poco quindi, e male.

Continuo, per inerzia, a non veder l'ora che accada qualcosa che è già accaduta, quando in realtà quella cosa dovrei soltanto ingrandirla, in modo che riempia la mia vita di ciò che la vita vuole essere riempita: la perfezione del proprio stato.

giovedì 21 agosto 2014

L'amore puro non è condivisione


Condividere l'amore significa metterlo a disposizione di altri, ma chi ama gli altri non mette il proprio amore a loro disposizione, perché donare non è dire all'altro: il mio amore è qui e lo puoi prendere se vuoi. Non si condivide un abbraccio quando si abbraccia qualcuno. Il verbo condividere ha in sé un duplice senso, perché quando si condivide un sentimento, o anche un ideale, si è in più persone a dividere quel possedere, ma l'amore non lo si possiede, come non si possiede nessun dono che ci è stato fatto perché sia successivamente donato ad altri. Un amore è condiviso quando diviene vicendevole, ma in sé esso è puro quando è dato senza aspettarsi nulla in cambio. Ogni realtà, quella dell'amore compresa, ha i suoi gradi e le sue sfumature, ma quando si afferma che l'amore è nella condivisione si è già oltre la generosità che caratterizza l'amore puro.

Punto di vista e verità

Quando si considera una verità la si osserva da particolari e specifiche angolature chiamate "punti di vista", ognuno dei quali vede, di quella verità, un solo aspetto. Così due punti di vista che stiano su una circonferenza, uno di fronte all'altro, vedranno uno la coda della verità e l'altro la proboscide e litigheranno tra loro attorno alla natura della verità vista. Un altro punto di vista avrà visto un fianco diverso dall'altro fianco visto dal punto di vista a quello opposto e litigheranno tra loro sulla direzione che hanno le grandi orecchie viste e la disposizione delle cicatrici osservate su orecchie diverse tra loro. Nessuno dei punti di vista ha la possibilità di vedere quella verità nella sua totalità. Dunque non è alla visuale limitata che ci si deve rivolgere per conoscere la verità totale. Eppure... eppure un punto per vederla c'è, ma non è, propriamente, un punto di vista, perché esso si trova al centro della verità considerata, e da quella posizione può vedere sia l'interno di quella stessa verità, che il suo esterno, il quale è il risultato della somma di ciò che hanno visto tutti i punti di vista che si trovano sulla circonferenza. Questo è quanto vedono coloro che conoscono, in modo assoluto e privo del dubbio, l'essenza centrale della Verità.

I punti di vista sono indefiniti e numerosi come i punti privi di forma ed estensione di una circonferenza. Non c'è dunque la possibilità di assumerli tutti come fossero propri, nella speranza di poter trarre da essi una forma finale. Questo significa che l'analisi, per sua natura, divide e spezzetta la realtà perdendosi nella moltitudine dei suoi particolari. La sintesi, al contrario, unisce al posto di dividere, per questo essa è centrale alla verità e non sulla sua superficie.


Resta ancora una importante considerazione da fare: i punti di vista dell'esempio simbolico da me citato sono tutti, ognuno a suo modo e coi propri limiti, considerabili come relativamente veri, ma non tutte le visuali che si ottengono dai punti di vista sono frammenti di verità, questo perché c'è sempre la possibilità che tutti i punti di vista possano trovarsi sulla circonferenza disegnata dal male. Si pensi al punto di vista razzista dal quale un uomo bianco veda l'uomo nero come inferiore, e poi ci si sposti sul punto di vista opposto dal quale l'uomo nero vede quello bianco come inferiore. Entrambe quella visuali sono errate, perché stanno sulla circonferenza che interpreta l'esistenza come fosse la conseguenza di un'arena, dove è il più forte ad avere ragione, oppure sono i più numerosi ad arrogarsela.

La trappola del capovolgimento

— La calma— si disse...
— La calma consente di osservare l'agitarsi dell'universo—

Non era il tipo d'uomo incline a considerazioni di questo genere, ma ora le cose avevano preso un piega tanto diversa da quella che aveva scompigliato la sua vita, una piega che aveva tutta l'aria di volergliela riordinare.
Lui stava morendo, e una strana calma gli stava ordinando i pensieri, consentendo loro di percorrere, a ritroso, un agitato passato che li aveva visti indagare sul perché di un'esistenza che non poteva accontentarsi di essere al solo scopo di essere.
— La calma mostra i volti delle cose che le si specchiano dentro
— E in quel riflettersi essi vedono la loro essenza capovolgersi nella forma nata dalla calma
— Una forma che imbroglia chi la osserva senza riuscire ad accorgersi del capovolgimento che si è operato—

Era troppo tardi per respirare ancora un po' di quel dolore, e il suo essere stava deponendo la voglia di resistere. 
Strinse la mano alla gioia di aver compreso il senso dell'imbroglio in cui era caduto, e si lasciò andare senza sorridere.
Come avrebbe potuto compiacersi, avendo finalmente capito di essere stato catturato una volta ancora dalla trappola?

Attorno alla sua stessa centralità, di cui il suo essere in questa vita era stato l'espressione individuale, si sarebbe avvolto un altro essere, diverso da lui, in altre dimensioni e chissà in quale galassia, all'interno dello stesso istante senza tempo, e il vortice della vita avrebbe ripreso a girare, attorno alla stessa calma di quell'eterno Centro, nella speranza di poterlo ringraziare, donandosi con calma.

lunedì 18 agosto 2014

La trappola del capovolgimento

— La calma— si disse...
— La calma consente di osservare l'agitarsi dell'universo—

Non era il tipo d'uomo incline a considerazioni di questo genere, ma ora le cose avevano preso un piega tanto diversa da quella che aveva scompigliato la sua vita, una piega che aveva tutta l'aria di volergliela riordinare.
Lui stava morendo, e una strana calma gli stava ordinando i pensieri, consentendo loro di percorrere, a ritroso, un agitato passato che li aveva visti indagare sul perché di un'esistenza che non poteva accontentarsi di essere al solo scopo di essere.
— La calma mostra i volti delle cose che le si specchiano dentro
— E in quel riflettersi essi vedono la loro essenza capovolgersi nella forma nata dalla calma
— Una forma che imbroglia chi la osserva senza riuscire ad accorgersi del capovolgimento che si è operato—

Era troppo tardi per respirare ancora un po' di quel dolore, e il suo essere stava deponendo la voglia di resistere. 
Strinse la mano alla gioia di aver compreso il senso dell'imbroglio in cui era caduto, e si lasciò andare senza sorridere.
Come avrebbe potuto compiacersi, avendo finalmente capito di essere stato catturato una volta ancora dalla trappola?

Attorno alla sua stessa centralità, di cui il suo essere in questa vita era stato l'espressione individuale, si sarebbe avvolto un altro essere, diverso da lui, in altre dimensioni e chissà in quale galassia, all'interno dello stesso istante senza tempo, e il vortice della vita avrebbe ripreso a girare, attorno alla stessa calma di quell'eterno Centro, nella speranza di poterlo ringraziare, donandosi con calma.