venerdì 18 febbraio 2011

Questioni intricate




L'essere detestato dal mondo mi dà qualche flebile speranza di potercela fare. 
Fare cosa? 
Qualsiasi cosa si debba fare senza il bisogno di di piacere al mondo, dato che sono già stato privato della speranza di riuscire a convincerlo delle mie buone intenzioni. 
Fare per piacere a me stesso. 
Cosa ancora più difficile della prima… perché io sono un tipaccio difficile da convincere con le balle.
Certo che è un bel casino: se sei poco intelligente sei facilmente preda delle menzogne che ti racconti, ma quelle bugie risentiranno della tua scarsa intelligenza che produrrà una creatività zoppa, ridicola e poco credibile anche per uno scemo. 
Al contrario accade che la tua intelligenza, quando è sviluppata e raffinata, è anche capace di inventare, su di te, storie verosimilmente attendibili, ma se sei intelligente non ci caschi lo stesso. 
La grande Intelligenza del Creato, quella che obbliga ogni piccola intelligenza alla necessità di essere un pochino più vicina alla Verità di quanto non sia la convenienza bruta, costituisce la trappola che ci induce a scegliere per il Bene universale, ma molti non se ne sono ancora accorti. 
Sarà per la loro scarsa intelligenza o perché sono malvagi nell'anima?
Non sarà che le due cose sono la stessa cosa?

giovedì 17 febbraio 2011

So, nello scritto precedente, di aver detto cose che in pochissimi potranno capire, così ho deciso di rispondere alla difficile domanda che mi è stata posta (Ma come si fa a capire se la sensazione è illusoria o meno?) facendolo in un modo diverso, e più adatto a farsi comprendere.

Un uomo solo

Un uomo aveva vissuto la vita in modo molto intenso, non lasciandosi sfuggire nulla da cui fosse attratto, neppure le delusioni si lasciò mancare e ora, sul letto di morte, non si sentiva pronto a raccogliere l'ultimo frutto. Non era pronto perché non sapeva ancora riconoscere, con certezza, la Verità della sua esistenza. Diversamente da quanto gli era accaduto vivendo, la sua mente e il suo cuore stavano lì, abbracciati di fronte a un panorama oscuro, tremanti d'angoscia per un destino che non capivano, allo stesso modo nel quale non avevano compreso la ragione del loro vivere. Non avevano bisogno di parlarsi, né di distogliere lo sguardo dal mondo e speravano, in quegli ultimi attimi, di poter vedere le vere intenzioni che la vita aveva sempre avuto, dietro ai sorrisi e ai pianti che l'avevano sempre tenuta nascosta.


La vita, intanto, guardava attraverso i loro occhi, perché insieme a loro aveva vissuto e sperato, e atteso invano.


La mente e il cuore erano parte della vita e, come gli occhi di cui si erano serviti per nutrire la propria intelligenza, non erano riusciti a guardare sé stessi, perché erano stati aperti soltanto per riempirsi.

mercoledì 16 febbraio 2011

Sul grado di realtà che hanno le sensazioni


Un fatto illusorio significa che ha il suo proprio grado di realtà, ma che questo grado si riferisce alla realtà nella quale l'illusione si trova a esprimersi. È questa una questione di gradazioni che riguarda tutto ciò che esiste. Ogni realtà esistente è percepibile per mezzo dei sensi, ma anche dell'intelligenza che l'intelletto può esprimere. Le sensazioni devono passare attraverso i sensi per essere e determinare conseguenze, ma esse non sono mai una certezza assoluta. Questo è dovuto al fatto che pure i nostri sensi, limitati anch'essi dalla loro natura, devono, ognuno nel modo che gli è proprio, decodificare gli stimoli che li fanno funzionare. La vista riceve immagini capovolte che il cervello ribalta, l'udito trasforma le vibrazioni in suoni attraverso il timpano che è collegato a un ossicino, chiamato martello che, attraverso altri due ossicini, l'incudine e la staffa, amplifica trasformando le vibrazioni in suoni che il cervello decodifica. Non starò a ricordare quanto accade per il tatto, il gusto e l'olfatto, tutti e tre analoghi nel riconvertire i segnali ricevuti in sensazioni che arrivano dal sistema nervoso, attraverso il meccanismo sinaptico di trasmissione degli impulsi nervosi, alla corteccia cerebrale e al cervello. Tutti questi congegni fisici hanno il compito di trasmettere informazioni preservando, al più alto grado possibile di fedeltà, la realtà trasmessa, ma per fare questo devono manipolare quella stessa realtà. Poiché il processo di manipolazione, per vie e modi diversi modifica la realtà percepita, trasformandola in un adattamento alle esigenze del corpo fisico, si deve dire che è attraverso una certa degenerazione che riceviamo le sensazioni. A questa riduzione qualitativa e quantitativa naturale si associa un'ulteriore modificazione, operata dalla capacità che ha l'intelletto di ognuno di dare il corretto valore alle realtà delle percezioni. Tutto ciò che è esiste, per questo esistere anche una distorsione ha il suo grado di corrispondenza alla realtà che la riguarda: sul piano dove le allucinazioni esprimono loro stesse, e sono espresse da chi le vive, le allucinazioni sono reali. Stessa cosa dicasi per tutto ciò che è, i sogni per esempio. Anche le fantasie sono reali, nel loro proprio dominio. Dunque ne consegue che ogni individuo percepisce la realtà in misura proporzionale a ciò che questo individuo è e conosce. Non ci possono essere certezze assolute nella percezione della realtà, perché il percepire è relativo e può essere individuale e personale, oppure collettivo quando si tratterà di una percezione condivisa da più individui; inoltre la realtà percepita è essa stessa relativa, poiché è all'interno della possibilità di essere percepita. La condivisione di una percezione non darà a questo percepire carattere di assolutezza, e non lo darà perché un insieme di individui è un fatto essenzialmente quantitativo che non garantisce qualità. È necessario, all'acquisizione di una Certezza che sia assoluta e non sottomessa all'errore, che sia assoluto anche il modo attraverso cui si "Vedono" i princìpi che dall'Assoluto muovono, legiferando, la realtà delle relazioni che (si fa per dire) conosciamo.

E arriviamo, finalmente, a dover considerare le funzioni dell'intelletto: oltre ai sensi che percepiscono, al compito di dare significati all'esistenza concorre anche l'intelligenza della quale ogni essere, in diverse misure e proporzioni, è dotato. L'intelletto di ognuno è caratterizzato dall'intelligenza che è considerata la capacità di penetrare il senso della realtà, nei diversi livelli in cui la realtà si mostra o si nasconde. Ma da dove viene la facoltà che chiamiamo intelligenza?
È, questa, una caratteristica sottomessa alla possibilità di essere illusa o di trovare certezze indiscutibili?
Per saperlo sarà necessario fare ricorso alla natura implicita a ogni realtà relativa esistente, natura determinata dal principio universale che assegna a ogni cosa due aspetti, tra loro contrapposti e complementari, che corrispondono alle polarità che caratterizzano ogni unità che si è divisa nella molteplicità. È per questa legge che al sopra è correlato il sotto, al più il meno, al caldo il freddo, al dentro il fuori. Questo principio dice anche che la gamma nella quale l'intelligenza è compresa si trova tra un più e un meno, sia quando l'intelligenza è guardata dal punto di vista qualitativo che da quello quantitativo. Così se da un lato della polarità l'intelligenza è frastornata e illusa al suo massimo grado… dall'altro lato l'intelligenza può essere capace di centrare il senso preciso della realtà della quale è essa stessa una caratteristica fondante. Questo conduce a dover ammettere che c'è la possibilità che l'intelligenza sia molto lontana dalla verità o che sia a essa molto vicina. Lontana e illusa, oppure vicina alla certezza, nessuna intelligenza che sia ancora definita come "individuale" avrà mai la Certezza assoluta di ciò che conosce, e questo perché l'intelletto individuale ha bisogno di spogliarsi dell'individualità, dalla quale è racchiuso, per liberarsi ed espandersi nell'universalità dell'Intelligenza universale che è sua causa essenziale, oltre che sua ragione sufficiente d'essere. L'Intelligenza universale è sinonimo di spirito, ed è ciò che possiamo vedere della Realtà trascendente che relativa non è. La nostra intelligenza da Quella deriva, e di Quella è la figlia minore. Si potrebbe, per dare un'immagine geometrica, limitata ma simbolica di questa parentela, associare l'Intelligenza universale al Centro unico che ha generato una circonferenza che è composta da una molteplicità di punti, ognuno dei quali è il riflesso differenziato di Quello, centrale e unico, dal quale è stato generato. In questo Centro tutto è compreso in una potenzialità universale, la quale è unita alla possibilità di essere attualizzata, o di non esserlo nel caso sia un'impossibilità. Quel Centro è il "Non luogo" della Verità eterna e assolutamente certa. Ogni intelligenza individuale ha come obiettivo il ritorno alla propria fonte e radice dalla quale, ciclicamente, proviene. Ogni intelligenza individuale, puntino sulla circonferenza, è collegata al Centro nel Quale è compresa, comprendendone a sua volta la Centralità Essenziale. È attraverso questa Centralità potenziale che ogni intelligenza individuale potrà intuire il Mistero non relativo dal Quale tutta la manifestazione della realtà relativa è generata. Quando un'intelligenza individuale, attraverso il faticoso cammino di gioia e sofferenza, riuscirà a intuire il Mistero attraverso le Sue leggi universali, allora avrà compiuto il primo passo di una via che la condurrà verso il Centro che ha generato la circonferenza della vita, che è anche il Centro di sé, identico a quello di ogni altro essere esistente. È in questo Centro di sé che si trova la Verità. È in questo Centro universale che l'intelligenza potrà disfarsi dell'egoismo personale per ampliare al massimo grado le proprie potenzialità, che da individuali si trasformeranno in universali. Le sensazioni sono l'imperfetto mezzo attraverso il quale l'imperfezione che ci distingue trasmuterà se stessa nella perfezione della nostra radice, quella che ci unisce al Mistero senza nome.
La chiave che apre a questa possibilità superiore è data dalla consapevolezza dei princìpi universali che legiferano la manifestazione della realtà relativa. Questi princìpi sono le leggi, valide per l'universo intero, che organizzano e caratterizzano la natura dell'esistente, e conoscendoli nella loro perfezione si entrerà nella possibilità di riconoscere, questa volta attraverso la Certezza assoluta, quale è la via speciale che ognuno di noi deve percorrere per giungere al Centro di tutti i centri.

domenica 30 gennaio 2011

Sulla vita, la morte, e la liberazione da entrambe

La liberazione è l'affrancamento dalle costrizioni, perché la libertà è il non essere sottomessi ad alcun obbligo. Costituisce, dunque, il fine metafisico dell'esistenza. Esistenza che ha la sua ragion d'essere che non appartiene all'esistenza. Ogni effetto ha il proprio fine nella causa dalla quale è stato generato, e questa ricerca, implicita nell'essere, deve svolgersi secondo le leggi cicliche che ordinano l'universo. Ciclicità che non chiude mai il cerchio che si apre attraverso la nascita, perché l'incessante scorrere di ogni realtà sposterà il suo punto d'incontro con la morte, disponendo i due poli, quello della nascita e quello della morte quindi, su due piani diversi tra loro anche se contigui e uniti dalla verticale, che hanno in comune, e che attraversa il centro di entrambe. Questa sovrapposizione formerà la spirale che è modulo esistenziale di ogni processo vitale.
Immaginate un piano compreso tra le spire di questa spirale: la direttrice della spirale è l'asse centrale attorno al quale il movimento della vita ruota, mai chiudendo il cerchio che definisce ognuno dei piani che compongono la spirale. Piani che corrispondono alla sezione piana di ogni spira. La spira entra dal basso in questo piano ipotetico che stiamo immaginando, lo delimita e ne esce dall'alto. Il punto di entrata è costituito dalla nascita, quello di uscita dalla morte. Entrambi questi punti non appartengono ancora al piano immaginato sul quale si svolge la nostra esistenza individuale. È per questo che la nascita e la morte non possiamo deciderle, in quanto sfuggono al nostro controllo che è esercitato solo all'interno del piano in cui ci troviamo a essere. Se, in quanto individui che nascono, non possiamo decidere di nascere e nemmeno se morire oppure no, possiamo notare che i due poli, nascita e morte, sono uno il riflesso dell'altro e, come ogni riflesso, ognuno è l'immagine capovolta dell'altro. Se è vero che non possiamo decidere di nascere è altrettanto vero, al suo opposto capovolto, che è possibile decidere come morire, perché quel come è ancora compreso nel piano di esistenza che abbiamo appena considerato. Ogni nascita su un piano di realtà corrisponde a una morte sul piano che l'ha preceduto, e ogni morte sarà una nuova nascita sul piano successivo di esistenza. Non è una reincarnazione, ma l'esprimersi di un susseguirsi di stati dell'essere che sono molteplici e si svolgono su piani dell'esserci diversi tra loro. La reincarnazione è, invece, il continuare a rinascere e dunque a esserci sullo stesso piano di esistenza, cosa in sé che contraddirebbe le infinite possibilità attraverso le quali l'Infinito si mostra non essendo, in quanto privo di limiti, costretto dalla necessità di replicare uno stato dell'essere già vissuto. La liberazione corrisponde all'uscita da tutte le costrizioni che impongono al vortice della vita di ruotare entro limiti e recinti, siano essi dolorosi o piacevoli. La liberazione non è una estinzione dell'essere, ma una sua espansione nelle infinite possibilità che l'aver lasciato i propri limiti concede. Come una goccia d'acqua su una pietra che scotta non è da questa annientata, ma è trasformata espandendosi al di là di tutti i confini, l'individualità costretta dalla propria forma si libererà identificandosi alle proprie, infinite, possibilità.

mercoledì 26 gennaio 2011

Il coraggio di non avere coraggio


Oggi è richiesto coraggio per esprimere delle opinioni politiche circostanziate, perché è un attimo che ti ritrovi a ripeterle in un luogo circondariale.
È il coraggio che consente di giurare il falso, quello che di fronte alla verità te la fa chiamare apparenza.
Il coraggio non è uno stato d'animo e neppure un'inclinazione dello spirito, dato che quando si raccontano palle bisogna evitare di far ridere e, soprattutto, di ridere anche te insieme a quelli che, non avendo coraggio, cercano di irridere il tuo.
Il coraggio lo si coltiva dai dieci anni in poi, dopo aver detto alla mamma che ti ha beccato al cesso, che la privacy consente a ognuno di scrollarselo come gli pare.
Coraggiosi non si nasce, perché bisogna avere la tessera di un partito, possibilmente di destra, ma va bene anche uno di sinistra per cominciare, tanto il passaggio a destra il coraggio te lo assicura.
La prima inclinazione che ti dà il coraggio è sempre in salita, altrimenti non sarebbe coraggio.
La seconda è il riuscire a trasformarla in una discesa, possibilmente in campo.
Il coraggio è quella dimensione dell'essere nella quale non è importante essere da una parte o dall'altra, ciò che conta è essere sempre nel giusto anche quando trenta milioni di persone ti disprezzano e le altre trenta pure, anche se non hanno il coraggio di darlo a vedere…
Il coraggio di tutti quelli che si sono fatti ammazzare per garantire la dignità di essere deboli e indifesi non è vero coraggio, e infatti nessuno di loro se la sente di venire qui a dire che non ho ragione io...


sabato 15 gennaio 2011

Caratteristica peculiare alla specie umana


Ciò che caratterizza, con qualche piccola esitazione, la specie umana, è la facoltà del pensiero, unita alla deprecabile conseguenza del poterlo esprimere a parole, nei gesti, con la scrittura e addirittura attraverso il comportamento.
Ma la cosa che più attrae di questa specie sta nel fatto che le più alte dottrine che è riuscita a produrre, sono unite nell'affermare che l'uomo, per essere universale, deve essere capace di sostituire il pensiero individuale con la consapevolezza immediata che anticipa, precedendolo, il pensiero. Ci sarebbe da ridere se questa non fosse la Verità delle sue possibilità superiori e spirituali.
La Vista interiore degli umani è qualcosa che evoca il vasto orizzonte che entra, in un istante e attraverso un solo punto di fuoco, nella consapevolezza silenziosa che unisce, nella sintesi univoca dei princìpi, tutto ciò che è equivoco della movimentata realtà. La vista esteriore dovrà dunque accordare, insieme al pensiero che ne parla, ma sarebbe meglio se riuscisse a tacere, indiscutibile superiorità alla visione diretta del Vero. La Verità è, per tutti coloro che ne hanno coscienza, la stessa e unica Realtà.
Quando due individui che Vedono la Verità non concordano sulle sue conseguenze… significa che uno dei due mente, oppure che uno oppure entrambi sbagliano a tradurre il Vero nel processo che necessariamente lo degrada quando lo si sposta attraverso la comunicazione.

venerdì 7 gennaio 2011

eccheccazzo!



Sbattuto
senza alcuna premura
su un pianeta del cazzo
mi rigiro nel livore 
di non averlo deciso io 
Almeno spero. 
Quale mente perversa 
è stata capace 
di convincermi 
che essere gettati 
in un gelido calderone 
riscaldato dall'odio 
dove i confini del privato 
sono tracciati dalla violenza
sia meglio di niente 
quale orribile sarcasmo 
è riuscito a nascondere 
il suo ghigno benevolo
mentre mi allettava l'egoismo 
quale volontà insaziabile 
ha fatto tutto questo 
ho bisogno di scoprire 
Per ora lotto contro me stesso 
nel vano tentativo 
di riuscire a tacere il mio sconforto 
per non prendere le parti del male 
che ho imparato a riconoscere 
soprattutto 
quando mi ruggisce dentro.

lunedì 29 novembre 2010

Gelo
Il gelo era sceso improvviso, implacabile come un inverno, e si era fatto guardare, come chi non teme di avere qualcosa da nascondere, perché la natura si nasconde solo quando è a caccia di se stessa.
Il gelo della solitudine tempra l'anima, come il corpo di un torturato indurisce il ferro arroventato che lo penetra, oppure la uccide.
Nessuna luce irradiava dal fuoco che stava consumando il corpo di quella che era stata sua moglie, espressione di un'anima che aveva voluto fosse cremato, e l'urlo di disperazione lo allontanò da un Cielo che non riusciva più a guardare sorridendo.
Uscì piano, trascinandosi all'esterno di quella fornace dove neppure le bestemmie danno sollievo, con la mente appoggiata a ricordi che lo trafiggevano di un calore simile a quello dell'ultimo abbraccio.
Sua moglie se n'era andata nella speranza che lui riuscisse a essere forte, e la speranza di lei era rimasta, per lui, l'unica ragione di vita. 
Una ragione che se n'era andata con la sua vita.
Ricordò che le disse di aprirsi a un uomo, quando lui fosse morto per primo, in quella folle maratona che vede al via tutta l'umanità che vive non guardando la morte negli occhi.
La ricerca della felicità gli parve la cosa più stupida che si potesse fare, in un universo che perseguita la vita.
Si diresse verso l'uscita, tra due file di cipressi scuri in volto, come soldati che non potevano dimenticare di essere in una guerra perenne.
Fissò il sole come a sfidarne i gelidi raggi, e lui si nascose dietro a un cielo del colore di un'arma, poi rivolse lo sguardo a terra e capì che la terra, per riflettere il cielo, doveva sciogliersi per accogliere quella tenerezza in sé.
Camminò tutta la notte, in un paesaggio sempre uguale a se stesso che non sarebbe più cambiato, nemmeno all'arrivo del giorno.


sabato 27 novembre 2010

Microstorie


Verità
Come tutti, o quasi, era convinto che la verità fosse solo una sua opinione personale che, sommata ad altre opinioni individuali analoghe alla sua, si sarebbe trasformata da soggettiva in oggettiva. Una questione di quantità, quindi.

Per lui l'unica qualità che aveva la Verità era la solitudine.


Incertezze certe
Dopo alcuni giorni di riflessione maturò la certezza che la certezza dovesse essere un obbligo determinato dalle difficoltà che ha l'incertezza nel raggiungere la perfezione.

Naturalmente… se l’incertezza potesse raggiungere la perfezione del suo stato diverrebbe una… certezza: 
la certezza dell'incertezza.


Professori e studenti
È altamente improbabile che un professore possa ammettere di avere, tra i suoi studenti, un giovane più intelligente di lui. Questo perché se uno studente si trovasse in quella sfera di consapevolezza non glielo farebbe mai sapere, dato che al professore mancherebbero gli strumenti intellettuali per poterlo accertare e, dunque, accettare.

Pensiero forma
La forma è il contorno di un limite, pensava, dando forma, con questo pensiero, a una limitazione meno gravosa.

Limiti

Comprese che, per aver ragione dei propri limiti, avrebbe dovuto restringerli, prima di superarli.

Orizzonte intellettuale
Il limite è un orizzonte che... più si allarga... e meno panorama si vede.

martedì 23 novembre 2010

La rotondità della luce


C'è un silenzio
che segue
ogni parola
in ciò che
la parola
non può dire
e una parola
che accompagna
ogni silenzio
per quello che
il silenzio
vuole significare
C'è amore
nascosto
in ogni moto d'odio
ed è amore
deluso
e c'è odio
pronto al balzo
in ogni parola
d'amore
Nel muoversi
d'ogni cosa
c'è l'immobilità
della Realtà
che ha generato
la Libertà
di poter decidere
per sé e
per gli altri
In questa libertà
c'è una cella
della quale
la menzogna
non ha la chiave
perché solo
la Verità
può aprirla.

venerdì 12 novembre 2010

Confini

Non è difficile notare che ogni cosa è conseguenza di un'altra cosa che l'ha causata, e con la stessa facilità si può vedere che ogni cosa ha un'altra cosa contraria che le si oppone, e nel mezzo di questa opposizione sta un punto di equilibrio nel quale l'opposizione è conciliata.
La caratteristica che unisce ogni elemento dell'universo è che ognuno di essi ha bisogno di tutti gli altri elementi che confinano con lui i quali, a loro volta, necessitano dei loro confinanti in un estendersi di bisogni che indicano confini. Si deve ammettere che ogni cosa ha dei confini che ne limitano le possibilità di espressione. La somma di tutti questi confini sarà, necessariamente, un confine inimmaginabile, ma sempre limitato.
Quale dovrà essere la causa di questo tutto che confina e che chiamiamo "realtà"?
E con quale altra realtà confinerebbe?


Se è un tutto… significa che non esistono altri "tutto" fuori da lui, perché essendo un tutto necessariamente li comprenderebbe.
Se non possono esistere altre realtà confinanti con lui significa che il tutto deve essere tondo, in modo che la rotondità imponga la ciclicità, la quale non riesce mai a raggiungere l'orizzonte che è il suo limite apparente.
Una rotondità così enorme da non poter essere immaginata.
Una rotondità talmente grande da sembrare lineare.
Una rotondità composta da rotondità sempre più piccole, a loro volta somme di altre rotondità che saranno a loro inferiori.
Un'enorme movimento ciclico composto da movimenti ciclici più piccoli.
Una rotondità che ha un centro privo di estensione uguale ai centri di tutte le altre rotondità che la compongono.
Un centro senza dimensione né forma perché è la Causa di tutte le forme, e mai una causa è identica ai suoi effetti.
Mai una cosa è perfettamente identica a un'altra, anche solo per il fatto di occupare spazi diversi.
Il tutto, esteso durevole e limitato, è l'effetto di un centro non esteso, non durevole e illimitato.
Un centro che, pur essendo matrice del tutto, non partecipa al movimento del tutto perché è il suo Asse immobile.


Un centro senza forma che è immagine riflessa del Principio dal quale nascono tutte le forme.


Ogni riflessione è un capovolgimento di ciò che si riflette, così il centro stesso, pur mantenendo la stessa centralità, è capovolto.
Questo centro, nel quale ogni circonferenza trova origine, è la realtà più piccola immaginabile dell'universo e, essendo capovolto, deve anche essere la più grande.


Non si può dare un nome a ciò che ha, in potenza, tutti i nomi in Sé.
Non si può dare forma a chi ha, in potenza, tutte le forme in Sé.
Non si può dire che il Centro che comprende tutti i centri esista, perché se esistesse sarebbe sottomesso a un limite che il Centro non può avere, perché non ha contrari che gli si oppongano.
Ogni centro non è mai il contrario di una circonferenza, perché la comprende in potenza e ne costituisce la causa.
Mai un effetto può essere il contrario di ciò che l'ha causato.


Il Centro che non è relativo è più che l'essere e più dell'esistere.
È in tutte le cose e tutte le cose sono una sua espressione nella molteplicità, ma lo sono capovolgendone l'unicità dell'essenza.
Per questo capovolgimento esiste il male ed esiste il Bene, esiste l'ingiustizia e la Giustizia, l'odio e l'Amore.
Nel Centro tutte le opposizioni trovano riposo.
Nel Centro si vede il tutto per quello che il tutto è e non è.
Nel Centro si è pronti a riconoscere le ragioni del tutto, e a vedere che queste ragioni sono oltre ogni limite e non hanno confini.
L'Infinito è la ragione d'essere del finito, come la Libertà totale è la ragione d'essere di quella parziale.

mercoledì 13 ottobre 2010

Sul Tutto e sul Nulla

Il tutto comprende tutto senza nulla escludere.
Il nulla esclude tutto senza nulla comprendere.

Questo significa che entrambi, sia il tutto che il nulla, sono termini che si escludono totalmente e definitivamente. Questo perché sono due termini totalizzanti ed estremi. Se così non fosse il tutto dovrebbe mantenere traccia del nulla in sé tanto quanto il nulla dovrebbe fare lo stesso. Ma se il nulla conservasse una qualsivoglia traccia del tutto, dentro di sé... non sarebbe più il nulla che dovrebbe essere.

Per questa estremizzazione non si può dire che queste apparenti polarità costituiscano, a rigore, un'opposizione.
Mi spiegherò meglio:

Il nulla in realtà non esiste, esiste solo il tutto che, in quanto tutto, comprenderebbe anche il nulla se questi fosse reale, ma non lo è.
La contrapposizione apparentemente inconciliabile in cui ogni opposizione si trova, su un certo piano di realtà, diventa complementarità su un piano più elevato di osservazione, quello sul quale i due poli dell'opposizione considerata si disegnano vicendevolmente assegnandosi ruoli, tanto necessari quanto risolvibili, nell'equilibrio che è centrale all'opposizione. Questa centralità è l'immagine del Centro dal quale ogni coppia di opposti è generata e nel quale, tramite la ciclicità degli eventi, deve ricongiungersi in quella che sarà una futura unità. In questo percorso ciclico, prima della reintegrazione nell'unità del principio generatore, una delle due polarità diviene subordinata all'altra secondo il grado di prossimità, logico, ontologico e, infine, anche temporale nel quale si trova a essere, nei riguardi del principio centrale.
Questa che ho illustrato è una legge universale, modulata dalla ciclicità a spirale che ruota attorno all'asse che si estende su quella che è una verticale nei confronti del piano orizzontale, quello dove si estende il piano di realtà relativa che si sta considerando.

Il tutto corrisponde alla totalità indefinita dei piani ai quali le spirali tridimensionali, che formano i livelli indefiniti che compongono la realtà della manifestazione, appartengono.
Essendo un tutto deve comprendere tutto, quindi anche il non manifestato ma che si manifesterà, tutto ciò che non è sottomesso alla possibilità di manifestazione e anche quello che potrebbe manifestarsi una volta che si saranno realizzate le condizioni per esserlo. In quanto tutto comprenderà, dunque, oltre all'essere il "Non essere". Il "Non essere", lungi dall'essere l'assenza dell'essere, al contrario anticipa l'essere e lo comprende in pura potenzialità che, con l'essere, diviene attuale.
Il nulla non è, quindi, il contrario del tutto, perché il tutto, tutto comprendendo, esclude soltanto la contraddizione alle sue proprie leggi, e definisce questa contraddizione un "paradosso".
Il nulla, non essendo un paradosso perché altrimenti non sarebbe un nulla, non può essere un'esclusione del tutto.

Il vuoto anche, a rigore, non potrebbe esistere perché, se esistesse, non sarebbe vuoto ma dovrebbe comprendere il germe del pieno, tanto quanto il pieno dovrebbe contenere l'embrione del vuoto, se il vuoto potesse essere, ma per essere davvero un vuoto dovrebbe avere carattere di assolutezza. Ora si capirà che per Assoluto si deve intendere il senza limiti. Questo significa che due assoluti sarebbero contraddittori perché l'uno limiterebbe l'altro. Quindi l'Assoluto deve necessariamente costituire una totalità che nulla esclude. O c'è un tutto assoluto oppure un nulla assoluto. Naturalmente l'Assoluto non potendo avere contrari che lo limiterebbero deve essere oltre il tutto e il nulla. Ma logica vuole che si debba intendere per "oltre"... un tutto relativo e un nulla relativo. Tra un nulla e una totalità appare chiaro che è la totalità a essere associabile all'Assolutezza.
In realtà il nulla e il vuoto sono tra loro sinonimi, ai quali è associato il Mistero senza nome che è più del "Non essere" e dell'essere, perché assoluto. L'essere è, con evidenza, frutto di un'affermazione la quale diviene tale in conseguenza di un'esclusione. L'esclusione è necessaria perché ciò che è affermato non può essere il tutto che, in quanto tutto deve contenere anche ciò che affermato non è. 
L'Assoluto può soltanto essere espresso da una negazione ma, poiché la manifestazione della realtà relativa è una negazione nei confronti del Mistero assoluto e senza nome... una negazione espressa da un'altra negazione sarà la migliore affermazione possibile. Quando dalla nostra dimensione zeppa di limiti, e dunque negativa rispetto al Senza limiti, si nega l'Assoluto... in definitiva lo si afferma.
In ogni coppia di opposti l'uno contiene il germe dell'altro, ma se il tutto potesse contenere il nulla come possibilità ad esso contraria, allora per "tutto" si dovrebbe indicare non più quel tutto, che sarebbe relativo perché avrebbe un contrario, ma l'intero insieme del tutto e del nulla.

mercoledì 6 ottobre 2010

La qualità dell'Ispirazione

Dove non c'è né un dove e neppure un quando ha inizio l'atto creativo.
In quel "non luogo" che sta nel "non tempo" il Mistero assoluto è la Possibilità universale di non essere e di essere.
In quel Mistero non c'è divisione e la potenza è unita all'atto come una cosa sola.
Il Mistero attua ciò che è possibile attuare.
Quando un mondo prende forma, in quel mondo coesistono le possibilità che sono sottomesse alle particolari condizioni di essere che ci sono in quel mondo.
Qualsiasi sia il mondo, in qualsiasi parte sia dell'universo, che cambiano sono le condizioni particolari e generali di quel mondo, ma non le leggi universali che ne consentono l'esistenza e che la motivano.
La matematica, la geometria e la logica sono imperfetti tentativi umani di applicare le conseguenze relative a queste leggi universali.
Imperfetti perché nulla che possa essere espresso può essere assolutamente perfetto.
Se si immagina il Mistero si deve immaginare il Vuoto, perché il Mistero non ha forma ed è al di là di ogni esistenza possibile.
Se in quel Vuoto si immagina l'atto creativo si deve immaginare un punto d'inizio e un punto finale.
Poiché l'Assoluto è unicità priva di divisioni e non costituito da parti che si relazionino tra loro, quei due punti devono essere immaginati come fossero al di fuori di quel Vuoto.
In realtà nulla può essere al di fuori del Mistero che, essendo assoluto, tutto comprende nulla escludendo se non l'impossibilità che è contraddizione alle leggi universali emanate dal Mistero assoluto.
L'atto creativo derivante dalla possibilità di essere riempie la distanza, misurata dalla ciclicità, che divide il punto iniziale da quello finale della creazione.
Il punto è, per definizione, privo di estensione e di forma. Questo significa che l'estensione non è mai riferita a un punto, ma solo alla distanza infinitesimale che divide due punti.
Lo stesso discorso si deve applicare all'istante privo di durata, essendo la durata temporale la distanza che separa due attimi diversi tra loro.
Poiché due assoluti si contraddirebbero a vicenda diventando uno il limite dell'altro, e si sa che l'Assoluto è privo di limiti, si deve dire che il Mistero assoluto non è sottomesso a nulla. Estensione e durata sono condizioni relative ed effetti di Ciò che relativo non è, essendo Causa delle relazioni.
Il Mistero assoluto non è né piccolo né grande, e quindi ogni suo effetto può stare in Esso in potenza o fuori di Esso in atto.
In realtà il Mistero non ha nemmeno un dentro e un fuori ed è più che un qualcosa ed è meno di un qualcosa.
Ogni creazione operata dal Mistero ha in sé, come conseguenza diretta, un Mistero.
Quando un uomo crea attinge dal Mistero che è in lui.
L'atto creativo di questo uomo, che segue la possibilità di essere attuato, riproduce la riflessione con la quale il Mistero assoluto crea riflettendosi nella Possibilità universale.
L'uomo che crea lo fa riflettendo le proprie possibilità particolari e generali.
L'uomo che crea ha un "non luogo" dentro le proprie possibilità che è in un "non tempo".
Egli chiama Ispirazione l'atto col quale attinge nel proprio mistero, immagine ed eredità del Mistero assoluto.
La profondità nella quale l'uomo riesce a immergere il secchio della propria possibilità creativa darà la qualità, che è senso e direzione, di ciò che uno scrittore scrive, perché questa profondità misura la distanza dalla "non distanza" in cui lo scrittore uomo si trova nel "non luogo" che ha dentro di sé.
Distanza che misura la differenza tra la consapevolezza di questo uomo e la Consapevolezza totale che qualifica il Mistero assoluto.

lunedì 20 settembre 2010

Nati già morti






Ogni caverna, come ogni cuore,
è immagine del Cielo vuoto
pieno di forme che mutano in forme
mostrando l’infinità di un’Intelligenza
che è perfezione assoluta
(Da un’incisione rupestre lasciata in una caverna africana)

Nati già morti

Oggi li avrebbe rivisti, tutti insieme, come accadeva ogni tre anni, da quattro secoli.
Da quel tempo l'adunanza era diventata norma, per il popolo che odiava la luce.
A nessuno di loro pareva interessare l'origine del non tempo che l'uomo chiama immortalità, tranne che a lui. L'unico, tra tutti, a non provare alcuna pietà per se stesso.
I millenni sono niente per chi non è sottomesso alla durata, per chi è consapevole di vivere un'esclusione necessaria, in un mondo che, altrimenti, ti prosciuga rubandoti il soffio.
Azek vibrava d'immobilità quando considerava l'impossibilità di essere libero. Un'impossibilità che costituiva ragione per essere disperati.
Fino a dove poteva spingersi il buio per sfuggire alla luce lui lo sapeva: nelle profondità del dolore.

L'Africa nera che li aveva partoriti ora li chiamava a sé, in un vorticare di foglie cadute da alberi sempreverdi. Arrivò al villaggio per ultimo, come sempre, anticipando di poco il primo raggio di odio che l'alba concedeva al cielo.
Scivolando rapido, come un felino ferito, s'introdusse nel sottosuolo da un piccolo buco per topi. In lui convivevano tutte le nature bestiali che si odiavano tra loro.

 Ares era già lì da giorni, lei non sapeva aspettare. Cosa terribile per una vampira.

Non si salutarono guardandosi, e due ringhi impercettibili impedirono ai loro diversi territori di accostarsi.
Il popolo oscuro non si accoppiava, perché il sangue non ha un genere preferito, eppure Azek e Ares si amavano nel silenzio.
Nessuno lo sapeva, nemmeno loro due e, forse, a nessuno sarebbe importato. Il male insegue il bene per convincerlo delle ragioni della sua natura, e mai si farebbe cercare da lui.

La caverna era illuminata dai lampi della disperazione di gente non umana, non animale, capace di diverse forme, ma nessuna adatta a loro.
Tra gli scintillii che si scrutavano ansiosi, nell'inutilità del non potersi aiutare, si levò una voce cupa

—Che Azek dica cosa è cambiato nel nostro esserci, che Azek dia la morte al primo dei nostri bisogni!—
Un sommesso brusio di approvazione rantolò in quelle gole arse da una sete che oggi non sarebbe stata soddisfatta

—Azek sa che il terrore più grande il buio lo prova per il buio, Azek ha visto che due sono le oscurità dell'universo—
La tensione di un dubbio a lungo represso, nell'esiguo spirito che riempiva la grotta, si fece densa come sangue rappreso

—Azek ha sollevato il capo reclinato della sua volontà, e ha guardato attraverso l'occhio che la nostra specie ha perduto negli eoni di un tempo che fu
—Azek è ora nella durata che finge di scorrere, e vede l'illusione che regge il mondo—

Una protesta rabbiosa, come volontà di ferire, fu superata dal bisogno di libertà di esseri stanchi di essere
—Che parli, allora!—

Le sue non erano parole, ma luce sconosciuta, nera come la notte quando capisce di dover arrendersi al giorno

—Azek non può dire come sia accaduto, ma crede che troppa sete estingua la sete
—Il Maligno era distratto dalla propria concupiscenza, quando Azek guardò negli occhi di se stesso—

—Non può essere!— gridò Ares, improvvisamente vittima della paura di perderlo
—Il Maligno è dentro di noi, non può guardare altri che noi!
—Tu non puoi esserti liberato di Lui, perché siete una sola realtà!—

Azek, per la prima volta, si accorse di essere importante per qualcuno. Doveva aspettarselo, perché quando il male abbandona la propria presa il vortice dell'esistenza assume forme che spingono al sacrificio di sé

Come una cavità lasciata libera da un'orda di pipistrelli fuggita via il cuore di Azec, svuotato, pianse qualcosa che gli era sconosciuta, e assomigliava a una speranza di morte che si sarebbe trasformata in una vita vera.

—Io ora sarò libero, compiuto l'ultimo necessario passo
—Azek non berrà più la vita di altri che non può avere per sé
—Azek succhierà dentro di sé la morte che non lo ama!—

Ezra, il vampiro più antico tra loro, si alzò in un impeto di follia animale, ma non urlò

—Che dici, sei impazzito?
—Nessuno può superare la propria natura, nessuno può liberarsi da sé—

Azek finse di non udire e continuò

—Dentro di me ho scrutato un buio diverso, ho visto il perché del vortice e la ragione dell'impossibilità d'uscita
—Fuori di me ho capito il senso di una rinuncia
—Tutto il male che ci avvolge è un servo!—

L'orda si alzò come fosse guidata da una sola volontà, e un coro di ansie con la forma di paure inconfessabili divenne un sibilo, che si avventò contro il buio che comandava alla luce per essere da lei illuminato

—Azek non ha con sé il brillio del sapere, perché nulla può splendere senza ucciderlo!—
La voce di Ezra sentenziava la certezza che il popolo dell'ombra aveva da quando esisteva nel mondo delle forme incostanti

—Azek ora conosce senza sapere della luce, Azek sa attraverso la notte dei tempi
—Azek ha visto un buio superiore all'assenza di luce e alla presenza di luce
—Azek è figlio, come voi tutti, di una totalità priva di parti, senza divisioni in sé
—Azek vuole tornare a essere l'embrione di una possibilità in divenire, libero dalla costrizione che ha trasformato il suo essere in sete mai sazia
—Azek desidera realizzare ciò che voi tutti non avete il coraggio di dire a voi stessi!—

Come in bestie costrette nell'angolo dalle proprie ataviche paure, lunghi artigli sfoderarono la loro ferocia, annaspando in un vuoto lasciato da un nemico ancora sconosciuto, e larve di timori repressi nel sangue iniziarono a contorcersi, come mosche imprigionate in un destino che non riusciva a compiersi senza un cadavere da consumare.

—Che Azek mostri di cosa sta parlando, per non lasciare morire nel vuoto il vuoto di ciò che ha detto!—

Ezra era furioso

Un silenzio irreale ricompose l'ansia in ghigni di disprezzo che lasciavano immaginare coppie di acuminati denti tremanti di rossa emozione

Azek si mosse verso Ares che s'irrigidì di paura, la toccò senza chiederle consenso e la strinse a sé con la forza di un colpo secco

Entrambi crollarono al suolo trafitti da un'invisibile arma, e da due esseri senza anima si levò una sola luce.

L'orda, a quella presenza, si dileguò nei cunicoli come un'esalazione di morte e in quella caverna, tornata vuota come un ventricolo appena nato, prese a pulsare la vita.
Non un essere compiuto, ma un embrione di luce si acquattò, con l’istinto di un predatore, tra quelle rocce ancora umide di disgusto. Era assetato di vita nuova e bisognoso di un gelo da scaldare.
Senza una sola via d’uscita i senza anima vagavano, attraverso la cecità del sottosuolo, cercando altro buio. Avevano visto, anche se solo per un breve attimo, il modo in cui nasceva la luce che odiavano, e l’amore che l’aveva fatta pulsare.
La temevano più dello stesso loro destino, come ogni creatura teme l’ignoto.
Ora erano prigionieri di lei, sapevano che era ancora lì che li aspettava, ne percepivano i riflessi violacei sentendone la forza chiara.
Come talpe vendicative agitavano gli acuiti sensi, alla ricerca di uno spazio sufficientemente largo da contenere il loro numero e lo trovarono.
Ezra, con un moto di affanno cercò di analizzare le possibilità di fuga, nessuno lì dentro avrebbe voluto essere fecondato dal Mistero che li stava aspettando.

La non gente, spaventata dalla possibilità di fusione vista attuarsi nella grande caverna, stava disposta in due gruppi separati, dove maschi e femmine parevano respingersi con disgusto.
Nessuno di loro avrebbe mai accettato di scambiare il proprio dolore con la debolezza di un vivere che avevano sempre spento.
Asura diede una leccata col pensiero a Erca, e ne annusò il fetido alito. Gli era sempre piaciuta Erca, così rapida a dileguarsi in una scia di sangue. Erca lo ricambiò con uno sguardo astioso, distogliendolo in fretta dall’orizzonte rossastro del suo essersi imposto.
Le piaceva Asura, anche se non avrebbe potuto dire la ragione.
Azek e Ares avevano lasciato loro il marchio di un ricordo terribile, con il peso di un pensiero rifiutato che aveva, per nascere, violentato la volontà che lo negava.
Ognuno di quegli esseri si accorse di avere una corrispondenza nel genere sessuale opposto al proprio, e di poterlo desiderare senza doverne bere la vita apparente.
Solo Ezra non aveva opponenti, perché Uria, la vampira antica quanto lui, si era dissolta nel nulla in tempi dimenticati.
Ezra, infettato dalla stessa memoria che aveva fatto irruzione nell’adunanza, ricordava i lineamenti duri di lei che lottavano con la trasparenza dei propri occhi. Era quella trasparenza ad averla indebolita, Ezra lo sapeva, perché la trasparenza è la casa della luce.
Digrignò i denti in un moto di gelosia che non aveva mai provato, rimpiangendo di esserci ancora.

—Quanti tra voi rinunceranno a gioire dell’ombra, a godere del terrore che incutono gli aborti, per aggrapparsi a speranze destinate a morire?— disse enfatico.
—Volete dissolvervi come Azek e Ares unendo la vostra fine al nulla?—

Suria, una bambina di dieci secoli che sembravano anni si scosse dal torpore che l’aveva incantata in una supplica agli occhi di Lixio, il suo orrendo nemico, per la prima volta accesi di sconforto
—C’è qualcosa, in me, che non è un aculeo, disse la bimba
—Qualcosa che potrei spegnere, se lo volessi
—Lo so da sempre…—

Lixio, che avrebbe voluto sopprimerla, era certo lei avesse ragione, anche lui sentiva il disgusto dato dall’insoddisfazione di non poter cercare nelle aperte distanze.
Ormai in quella fossa si stava compiendo un rito, nel quale l’esistenza dei nati morti si divincolava, incastrata nella fessura aperta dal dubbio.
Alla sete di sangue che trovava riposo, nel sole di una coscienza rifiutata, si opponeva una nuova debolezza che minava la furia; nella potenza di un corpo senza malattie si era introdotta la carie del chiedersi il perché di tutto questo.
Mentre il fluido della vita perdeva il suo sapore nerastro, il male piangeva di sé.
Altri dèmoni si accalcheranno in quel posto che non si libera mai, perché sono in molti a ignorare la servitù obbligata in cui il dolore dà coraggio alla vita.
Altre lacrime saranno versate, sporche del sangue innocente di chi ancora spera.
Eppure, ancora una volta la verità di una condizione dell’essere si trovava appesa al cappio nel quale è condannata ogni ombra, quando la forma da cui essa trae vita cessa di essere una forma per sacrificarsi alla Realtà che forme non ha, perché è più del contorno che traccia limiti.
Ancora una volta le opposizioni scoprivano di trovare sollievo innamorandosi l’una dell’altra, nello svelamento della ragione che aveva voluto entrambe.
Ogni vampiro correva sulla sfera folle della propria realtà, scambiando l’orizzonte sfuggente per Eternità, ma quella sfera si sarebbe consumata presto, nello stesso modo in cui il sangue si prosciuga, perché la sete che affligge la vita non di sangue ha necessità, ma di luce.
La Luce li trovò, inginocchiati davanti al loro dèmone, tra le nebbie della loro coscienza che non si era mai spenta.
Ma non toccò nessuno, perché mai la luce si impone, anche se quando si mostra nessuno può più dimenticarne la presenza.
Il fuoco che ardeva al centro di quella che era stata un’orda assetata di fluido vitale non era obbligato a illuminare coscienze. Non il calore crea la luce, ma è la luce che può anche scaldare.
La morte, improvvisamente divenuta amica, raccolse la polvere diventata fango per le lacrime e diede nuove forme a quelle essenze vitali.
A nessuno è negata la possibilità di redenzione, nemmeno al dèmone che fuggì ruggendo, nei profondi abissi dove anime perse vagavano senza cercare la verità.

Molti sono coloro che nascono nel pianto e muoiono piangendo, alcuni nascono già morti, anche al pianto, per questo non lo ascoltano quando rubano vite, eppure il pianto resterà inchiodato al loro destino fino a quando quel destino non si fisserà nella vera e unica immortalità possibile.
Quella Assoluta.

Massimo Vaj 










venerdì 17 settembre 2010

Un'illuminazione

Un'illuminazione può avere svariate gradazioni nelle quali una meraviglia, ma il più delle volte una disperazione, prende forma all'orizzonte dell'inaspettato.
Il ventaglio di possibilità offerte dal Mistero è decisamente indefinibile, e solo un'illuminazione potrà scrutarne i contorni.
Io posso solo immaginare che i due sostegni che reggono, alle due estremità, lo zigzagare del ventaglio, siano lo stupore e la delusione.
Questo perché l'illuminazione, a qualsiasi livello si esprima, dà e toglie contemporaneamente.
Quando si prende coscienza di una realtà lo si fa attraverso l'abbandono di quella falsa che sarà sostituita.
Ieri ho visto una cavalletta atterrare su una larga foglia. È stato un atterraggio senza traumi, morbidamente eseguito da un insetto che, fino a pochi secondi prima di quell'atterraggio, io credevo fosse l'incarnazione del tentativo di suicidio con esagerate possibilità di andare a buon fine.
Invece quella è arrivata come un Boeing pilotato da un esperto comandante, guidato nella manovra di atterraggio da un controllore di volo astemio.
Ora non potrò più paragonare la mia vita a quella delle cavallette.
All'altro capo della possibilità di essere illuminati si trova l'illuminazione spirituale che, più che un atterraggio, ha l'aria di essere un decollo.
Ho sperimentato anche quella, ed è per questo che sono così allarmato di non riuscire a trovare la foglia giusta...