domenica 12 giugno 2011

In un istante interminabile


Quanto tempo sia trascorso dall'inizio del tempo non lo si può sapere, come non si può conoscere quanto tempo manchi ancora alla fine della durata, ma lo spazio nel quale quest'ultima misura se stessa non terminerà nello stesso, congelato, istante. 
In un attimo l'attimo immobile cesserà di pulsare nella lagna della vita e di far seguire, a note sempre diverse, altre diversità. 
Lo spazio arresterà la sua corsa nel tempo e, per un interminabile momento, tutto l'esistente si preparerà a intonare l'antica voce del suo nuovo lamento.
Ogni ciclo vitale è frutto di altri cicli più piccoli, determinati dall'essenza della stessa legge che muove il cielo.
In ogni rotazione si esprime un'armonia cosmica che può trasformarsi nel proprio contrario senza, in questo capovolgersi, riuscire a modificare l'armonia generale del tutto.
Insieme a questo vortice io non sono riuscito a danzare; il troppo peso che porto in me lo ha impedito, e ora sento l'inerzia arrivare, con la stessa tristezza amorevole nella quale ogni tramonto prepara il ciclo che verrà.
Non conosco il futuro che sta oltre la mia morte, come non ricordo il passato prima della mia nascita, ma so di dover appoggiare i miei piedi su quelli di un destino sconosciuto che mi dice di esserci in ogni inciampare della mia libertà.

mercoledì 8 giugno 2011

Lo strano sogno di Vidharr


L'universo si sa, è uno, a immagine del Centro che l'ha generato, e tutto comprende non potendo escludere che l'impossibile a realizzarsi in nessuno dei suoi indefiniti piani di realtà, quello dei sogni compreso.
— Lì si realizzano le cose più strambe— 
pensò Vidharr, guardandosi attorno stralunato, nell'impossibilità di cogliere il senso di quello che vedeva. I nani, escluse rare eccezioni, non dormono molto e si danno un gran daffare a costruire castelli e strade in dura pietra, scavare miniere dove estrarre metalli e pietre magiche e corteggiare nane pericolose, con le quali tentare invano di esporsi in vanterie che le nane mortificano senza alcuna pietà, maneggiando una cruda superiorità intellettuale che è l'unica arma che un nano ha problemi a schivare.
 Questa loro natura non li spinge, di solito, a dare eccessiva importanza al corpo dei sogni evanescenti che insidiano la loro connaturata solidità.
 Per la stessa ragione i nani poco apprezzano tutto quello che mette in precario equilibrio convinzioni e conoscenze, le quali si allungano misteriosamente nel loro epico passato, allo stesso modo in cui l'intreccio di grotte, scavate dagli antenati, si perde sprofondando verso il centro del pianeta, infuocato come la fucina che arde nei loro cuori.
 Ma questa volta era uno strano sognare, quello che accompagnava le solide convinzioni di Vidharr verso il pericolo di sgretolarsi, e i responsabili dovevano essere stati i funghi raccolti nella grotta del labirinto oscuro.
 Gli tornavano alla mente antichi ricordi di frasi sussurrate alle sue orecchie appuntite dalla nonna, che gli ordinava di calpestare quei frutti del diavolo e di non guardarli neppure.
 Lui, entrato nella grotta del labirinto oscuro inseguendo un coniglio selvatico, si era perso e aveva vagato per un tempo interminabile tra quei cunicoli, ciechi come la sua anima che aveva dovuto azzittire per riempirsi lo stomaco. Già, lo stomaco. La sua nonnina gli aveva insegnato a diffidare anche di quello, assicurandogli che era l'antro del demonio e che aveva due uscite: una davanti e l'altra dietro, ma tutte e due conducevano all'inferno.
 Come non darle ragione ora che nei suoi occhi quelle fiamme roteavano insopportabili, pulsandogli nel petto come a volergli urlare che il mondo stava lì, davanti alla sua intelligenza, ma non era come lui l'avrebbe voluto, era molto più bello.
 Aveva dovuto mangiarli quei maledetti funghi, per non morire di fame, e non era più sicuro che ne fosse valsa la pena. Adesso che il mondo parlava non attraverso la solita voce che lo aveva tormentato fino a quel giorno, ma per immagini nude, veloci e crudeli come sa essere la verità quando esplode. Di fronte al terremoto di emozioni che gli faceva tremare quel suo cuore di nano, generoso e temerario, che segnava il centro del suo esserci, lui era immobile perché non c'erano frecce da schivare né lance da spezzare. C'era solo un nano e la sua dignità, offesa dal nuovo scorrere degli eventi che l'avevano ricondotto fuori da quel buio, ricomponendo il labirinto della caverna nell'altro labirinto, quello interiore e che, stando fuori dalle sue previsioni, aveva una sola uscita che sfociava nel destare il suo spirito.
 Il bosco era più gigantesco di quando l'aveva lasciato per entrare nel labirinto oscuro, e vivo come non lo aveva mai visto prima.
I rami si muovevano sinuosi e sembravano salutare la sua diversa coscienza che, confusa da tanta bellezza, gioiva come se avesse avuto le ali.
 I piedi si muovevano leggeri tra i rami secchi, e le foglie erano percorse da tutte le sfumature che il giallo conosce. Non un inciampo sul sentiero non tracciato dagli uomini, ma solo da un Mistero che si divertiva a nascondersi, mostrando i propri fantasmi in una vorticosa danza di immagini che inebriavano di vertigine.
Il suo turbinio di pensieri aveva la forma delle nuvole che si rincorrono nel vento, assumendo forme che non si possono fissare, senza meravigliarsi della sfrenata fantasia di un cielo che non era mai stato vuoto.
 Arrivò al villaggio a sera inoltrata, stanco e con gli occhi cerchiati da cornici nelle quali ancora correva l'energia dello stupore.
I bimbi gli corsero incontro in cerca di bacche dolci, ma si fermarono quando sentirono il tremore nelle sue mani e lo videro stanco e sfatto, come un letto dove si è trascorsa la notte a piangere.
La notizia del suo arrivo, dopo una settimana di assenza, si diffuse veloce quasi quanto la contentezza di saperlo vivo, e Ghedra non ebbe nemmeno la forza di corrergli incontro perché quella forza doveva servirle per frenare le lacrime.

— Fannullone di un marito incosciente!— Vidharr sentì tuonare nella testa, e pensò che mai Ghedra si era così avvicinata alla sua realtà interiore.
 L'effetto dei funghi era ancora nel pieno dello sfavillio di meraviglia e Vidharr sapeva che il suo nuovo vedere gli avrebbe rivelato un lato del suo villaggio che non avrebbe mai voluto conoscere.
 Entrò nella sua casa e gli sembrò troppo piccola per un cuore che era stato una cosa sola con la foresta e il cielo, nella consapevolezza di avere un unico Padre, più piccolo anche di un nano, ma più grande dell'universo intero.

Vidharr aveva un corpo temprato meglio di una spada, e sodo come quello di un sasso quando è privo di venature, ma il suo animo era gentile come una mammola appena uscita dalla terra per guardare la primavera, e l'effetto dei funghi lo stava scombussolando più dell'accarezzare una piccola pietra magica.
 Incapace di stare fermo, in quella sua casa che teneva fuori il mondo, decise di uscire e di sedersi sulla pietra tonda che stava al confine esterno del villaggio. Da lì avrebbe potuto guardare, senza essere disturbato, la fantasia del Padre che pennellava la realtà senza tralasciare un solo colore. I tetti di paglia che punteggiavano il villaggio, come i bottoni bianchi decorano un'amanita muscaria, sembravano prendere per i capelli le pareti che li sostenevano, e tutto aveva l'aspetto di stare a gambe all'aria. Nulla scombussola un nano più del ribaltamento delle proprie convinzioni. A pensarci bene era così anche per i gambalunga che, come accadeva per i nani, erano capaci di urtare l'evidenza, spintonandola, pur di appropriarsi della ragione.
 L'aria che ondeggiava divertita attorno ai suoi occhi lo convinse che le allucinazioni hanno un proprio spessore, che assomiglia a quello dei sogni, e che ti può far ridere nel sonno, oppure urlare di terrore.
 Ben presto, a cominciare dai bambini, una moltitudine di nani e nane gli si raccolse vicino, accovacciandosi attorno silenziosa, nell’aspettativa di una rivelazione che uscisse da quegli occhi i quali, diventati più neri e luminosi, mostravano di poter scavare una più profonda galleria dentro ai segreti che custodivano quella che era, per tutti, una realtà che mostrava la propria amorevolezza raramente, e solo alla chiusura del sipario.
 Vidharr, che avrebbe desiderato stare solo e che provava vergogna in quel sentirsi nudo davanti a un mondo che lo incitava, prese a guardarli uno per uno, alla luce delle vampate di fiamma fredda che illuminava quei volti tondi, nei quali erano incastonati occhi che volevano sapere cosa può nascere al di fuori del consueto.
Lui li percepiva come fossero tutti suoi figli, nati da Ghedra, la sua amata moglie, tosta, necessaria e fluida come è la pietra quando affila le lame.
 Non osava pensare cosa lui avrebbe potuto essere senza di lei la quale, in disparte per non forzarlo troppo, quella sera pareva essere dentro al suo cuore, e forse da lì non sarebbe mai uscita.

Allo stesso modo dell'esistenza, che nasce senza chiedere permessi solo perché può, la voce di Vidharr prese a modulare un flebile canto che usciva da quello che pareva essere uno zufolo nella sua gola:

Dolce è la bruma che circonda la sera come fosse profumo di una cosa non vera
Piano si espande come un pianto sommesso rivelando paure che le stanno nel mezzo
Come da storia antica si dimentica presto e ci si riaddormenta attorcigliati al canestro
delle cose volute da incantesimi strani con i cuori induriti come fossero mani
che si allungano a prendere una bruma che sfugge come il cuore di nano che per questo si strugge
    
Le note della nenia, uscita dallo sguardo col quale Vidharr abbracciava il piccolo popolo dei boschi, si dispersero languide senza incontrare resistenze, e molti furono i cuori che le seguirono, almeno tanti quanti erano i luccichii di commozione che riflettevano lo scoppiettare delle fiamme, alzatesi a sfidare il vento che le portava via con sé.
Vidharr non sembrava più lui, e Ghedra fu sorpresa che il suo nano potesse lasciarsi andare ai moti dell’anima, come avrebbe potuto fare solo indietreggiando nel tempo. Ma Ghedra non aveva dubbi che uno come Vidharr, piuttosto di tornare sui suoi passi avrebbe scelto il bivio più pericoloso, e infatti così lui fece.
Si alzò dal sasso battendosi i vestiti, alzando un polverone che fece tossire di risa i nani a lui più vicini; riassettò il fuoco maneggiando i tizzoni rossi con le sue corte dita, che non temevano neppure l’inferno. Poi si sedette a gambe allungate, ché i nani non riescono a incrociarle, e subito Ghedra gli si accovacciò dietro la schiena, per sentirne di nuovo il calore e aiutarlo a star comodo.
— Raccontaci cosa è accaduto nella caverna dell’oscuro labirinto, che ti ha spalancato le pupille da farle sembrare onice raro—
L’onice, per i nani come per i gambalunga, era una pietra dura e nera, e ricordava il cielo senza sole delle grotte scure, simboleggiando il faticoso cammino che un essere percorre dentro di sé.
Vidharr parve solcare con la memoria luoghi lontani, e la sua voce si mosse improvvisa, insieme al brillio col quale il Mistero si nascondeva nei suoi occhi
— Avrei dovuto capire subito che quel coniglio non era quello che sembrava essere— iniziò guardingo
— Correva troppo piano, come se volesse farsi prendere— continuò
— Mi stava a un palmo di distanza e non riuscivo ad afferrargli la coda — Quando mi tuffai, sicuro di prenderlo, mi ritrovai al buio e capii che quello era il destino di chi, interessato solo a cacciare, non si accorge di essere anche una preda—
Dalla platea un diffuso mormorio di ansia seguì quelle parole, dimostrando, se ce ne fosse stato bisogno, che ai nani non piace essere scoperti.
— Ma il coniglio era ancora lì, fermo davanti a me, e mi fissava come a voler sostituire con gli occhi una smorfia di scherno
— Mi lanciai di nuovo e ancora per innumerevoli volte, fino a quando non fu più possibile tornare sui miei tuffi—
— Ohhh!— dissero i bimbi, con l’aria di chi non avrebbe mai più assaggiato una coscia di coniglio.
— Vagai per giorni, maledicendo la mia testa dura, e pian piano mi accorsi di girare in circolo—
— Come in circolo?— chiese un nano anziano, da sotto una lunghissima barba bianca che lo faceva sembrare un Babbo Natale in miniatura, ed era questa la ragione che aveva fatto dimenticare a tutti il suo vero nome
— La caverna dell’oscuro labirinto è circolare?— insistette il piccolo babbo natale
— No— rispose Vidharr
— Ma la magia fa apparire le cose come non sono, oppure come sono veramente e non ce ne siamo mai accorti—
Un brusio di approvazione legò tra loro stati d’animo che ascoltavano sulla punta di piedi troppo grandi, se confrontati al corpo che dovevano portare in giro.
— Quel girovagare per il labirinto somigliava sempre più al non saper dare risposte alla vita, quando lei ti mostra che l’hai sempre osservata dal lato sbagliato—
Un silenzio gelido scese improvviso, perché nessuno lì in mezzo, nemmeno i bimbi, aveva mai pensato di potersi sbagliare
— Noi nani, che grattiamo la schiena al mondo e piantiamo gli alberi che ci proteggeranno domani, non ci chiediamo mai il perché del mondo, noi diamo per scontato che tutto quello che ci circonda è lì, per avere noi in mezzo—
Una voce vicina, proveniente dalla schiena di Vidharr, tentò di correggerlo
— Perché, dove saremmo noi, se non nel mezzo di ciò che ci accade?—
— Mio adorato intrico di peli e muscoli— replicò lui
— Certo che siamo nel mezzo, ma non più di quanto ogni cosa è nel mezzo di tutte le altre cose—
Ghedra si trattenne dal mollargli una gomitata nei reni e non insistette oltre, l’avrebbe stangato più tardi, a casa, ché non le andava che i bambini la potessero vedere
— Dopo, non so dire quanto, cominciai a sperare d’incontrare anche un pericoloso cinghiale, pur di mettere sotto ai denti qualcosa di peloso e diverso da Ghedra— disse, guardandola di sottecchi con la coda dell’occhio, autorizzandola così a suonargliene di santa ragione, una volta che fossero ritornati alla loro casetta
— Ma trovai solo dei piccoli funghi magici…—
I nani, nessuno escluso, potevano mangiare quei funghi solo quando volevano parlare di persona al Padre celeste, e poiché la storia del piccolo popolo racconta che col Padre si parla solo da morti, nessuno li voleva assaggiare
— Ho dovuto farlo, il coniglio prima e il labirinto poi mi ci hanno costretto—
Nessuno gli credette, perché sapevano tutti che Vidharr era un ingordo imbroglione, certamente anche buono, ma si sarebbe mangiato persino le sue unghie se non le avesse avute così corte e nere
— Dopo un’oretta il drago dormiente si prese cura del mio spirito e lo svegliò con un calcio nel sedere—
Ghedra si sentì improvvisamente in sintonia con quel drago anche se, non avendone mai visto uno, non credeva alla loro esistenza, raccontata dalle leggende del popolo dei vecchi nani, sempre ubriachi di frottole
Il folto gruppo che lo attorniava curioso parve sollevarsi dall’erba, e l’erba sembrò anch’essa in un’aspettativa ansiosa
— Terribili vampate mi allargarono gli occhi e vidi nel buio, sia quello che incupiva il labirinto magico che quello che sigillava con un opercolo il mio occhio interno—
Nessuno aveva mai parlato di un occhio interno nei nani, e tutti parvero sul punto di dover sbattere una palpebra che non sapevano dove andare ad aprire
— Sì, nemmeno io avevo mai immaginato di avercelo, eppure i funghi ti fanno guardare il buio illuminando dall’interno il cuore, e i pensieri che vengono fuori da lì diventano, di colpo, più chiari e diversi, capaci persino di considerare il mondo partendo dal suo centro, e non come facciamo noi nani, pesandolo dal di fuori—
Commenti sommessi si accavallarono tra loro come una marea di disapprovazione, e gli sguardi si nascosero dietro sottili fessure, come quelli che caratterizzano i preti dei gambalunga
— Bambini a nanna!— dissero, alzandosi in coro, voci femminili e preoccupate
— Che domani si deve andare nel bosco interno a raccogliere le bacche dolci—
Così, accompagnati in fretta da una nana anziana alle loro capanne, la foresta di pensieri ancora giovani non avrebbe chiuso occhio, cercando di sbirciare tra le canne del muro che li avrebbe divisi dalle parole di Vidharr, il “quasi mago” del labirinto oscuro

— Ma che significa guardare il mondo dall’interno?— chiese una voce che esauriva il pensiero di tutti
— Vuol dire che lo sguardo sul mondo osserva prima le ragioni e dopo gli effetti che provengono da quelle ragioni—
A tutti sembrò un’ovvietà, perché nessuno di loro si sarebbe mai sporto a chiedersi dell’uovo e della gallina, il piccolo popolo le uova e le galline se le mangia, mica ci si fanno sopra i discorsoni
— Così tu, Vidharr, nel labirinto magico hai saputo se viene prima l’uovo o la gallina?—
I nani erano poco inclini ai sofismi impegnativi, in compenso però, sapevano andare al sodo, anche quando non si trattava di uova cotte
— C’è stato un tempo— riprese Vidharr
— Nel quale il tempo non scorreva, ed era come se fosse stato immobile sopra al vortice degli eventi che si preparavano per stringere le pietre nella morsa degli accadimenti futuri—
Non un respiro si fece udire, in quella marea di teste pronte a ridere a crepapelle dietro le balle che sarebbero uscite dalla bocca di Vidharr, che adesso tutti avrebbero volentieri chiamato: “il guerriero rintronato”
— In quel “non tempo” c’erano i semi del mondo, e anche le uova che sarebbero state galline, e oche e uomini e, infine, persino i nani—
Da ancora più in basso di dove stava la ressa un chicchiricchìcchì tentò di avvisare dell’arrivo dell’alba, ma fu interrotto subito, e poco gentilmente, da un calcione che sollevò una manciata di piume che caddero velocemente a terra, svenute come fossero state di piombo
— Sicché noi nani saremmo dello stesso lignaggio dei gambalunga spilungoni che si credono più vicini di noi al cielo?— chiese una nonnina che aveva la voce curva come la sua schiena
— Non ho detto questo, ma solo che tutti proveniamo dalla “Non esistenza”, la quale precede l’esistenza, ed entrambe zampillano dal Mistero scuro che si è fatto chiaro senza che i nostri occhi lo riescano a vedere—…
— Almeno fino a quando i funghi non ne mostreranno l’assenza di forma—
A quel punto nessuno ebbe, per quello scorcio di ormai mattino, più niente da aggiungere, e persino il gallo fu soddisfatto di avere avuto la conferma di ciò che aveva sempre sospettato essere la verità, senza aver mai avuto il coraggio di rivelarla al mondo: viene prima l’uovo della gallina e lui, che era il papà dell’uovo… veniva prima ancora…

lunedì 6 giugno 2011

Oggettività e soggettività


Oggettivo e soggettivo sono due facce della stessa medaglia che, quando appuntata sul petto della coscienza... punge.
Ogni aspetto della realtà relativa assume una valenza specifica in dipendenza del punto di vista dal quale lo si considera. Punto di vista che, a propria volta, potrà essere diretto a una visione degli aspetti generali oppure particolari della realtà osservata. Ciò che è da considerarsi soggettivo può trasformare la propria validità in oggettiva quando quella soggettività è condivisa da tutti, ma dire tutti è uno stare su di un piano quantitativo che non modifica la qualità della cosa osservata la quale, in sé, si disinteressa dei giudizi che non ne cambiano la natura. Dunque l'oggettività di una realtà non può essere affidata alla semplice condivisione operata da una totalità di individui, i quali possono interpretare attraverso l'abito morale col quale hanno abbigliato i princìpi che non conoscono nella loro intrinseca nudità che morale non è, essendo questa determinata dall'intrusione, nei principi universali, del sentimentalismo emotivo, individuale o collettivo. Quello che si può dire è che nel loro potersi scambiare di posto la soggettività e l'oggettività non danno mai certezze di fissità. Bene e male si scambiano quel posto scomodo troppo spesso per meritarsi un nome che le possa qualificare per l'eternità che non potranno conoscere fino a quando saranno oggetto e soggetto di una divisione. È certo, però, che la Certezza conoscitiva, attorno a una realtà considerata, la si ottiene soltanto quando c'è totale identificazione tra chi conosce e chi è conosciuto - questo dal punto di vista di chi conosce - mentre si tratta di assimilazione quando il punto di vista è quello della realtà conosciuta, la quale assimila a sé il conoscente. La realtà tutta procede da un Centro senza estensione né durata, e a questo stesso Centro ritornerà, nel processo ciclico di manifestazione di sé che chiamiamo esistenza. La realtà divide se stessa in bene e male, ma sempre in modo illusorio e non definitivo nel percorso che, da un allontanamento dalla perfezione primigenia, centrale e assoluta, la condurrà alla maturazione delle proprie possibilità di essere, che le daranno modo di ricongiungersi al Centro atemporale dal quale ogni inizio è un riflesso dell'unità che tutto comprende in potenza. Unità non duale nella quale potenza e atto costituiscono una sola Realtà che si esprime perché può. Centro che non ha mai abbandonato a se stessa la realtà delle relazioni in perenne movimento tra loro. In questo Centro male e bene non hanno più ragione d'essere. Questo Centro è in noi e, allo stesso modo questo Centro ci contiene, secondo il punto di vista nel quale sarà considerato. Un punto di vista cessa di essere unilaterale quando coincide con la centralità che tutto osserva e valuta per ciò che la realtà valutata è. In questo caso, e solo in questo, la visuale ottenuta non è più un punto di vista, ma è pura consapevolezza della Verità senza tempo.

domenica 5 giugno 2011

Il problema della coscienza


Ci fu un tempo in cui fu creato lo spazio nel quale metterci il tempo, o il contrario, nessuno se lo ricorda più, fatto sta che in quella fatica del fare ci fu posto per combinare un gran casino. Finché si trattava di spazio e tempo, o il contrario, il problema della coscienza ancora non si poneva, ma sarebbe stata solo una questione di tempo, oltre che di spazio. Sì, perché da qualche parte la coscienza di sé doveva pure essere messa, dopo essere stata imposta.
La coscienza, prima ancora di sapere cosa fosse e cosa comportasse la sua presenza, andava commisurata agli esseri che ne avrebbero goduto, o l'avrebbero subita, secondo gli opposti criteri, rappresentati dai due punti di vista disponibili: quello del Creatore e quello delle creature.
Fu subito chiaro che la coscienza, non avendo un proprio peso specifico né una massa, non la si sarebbe potuta distribuire secondo una misurazione di corrispondenza volumetrica. Altri parametri non vennero subito in mente al Creatore delle creature, così fu deciso di dare a ogni essere una porzione di libero arbitrio, il quale avrebbe generato la necessità, per poter essere utilizzato, della coscienza di sé. Fu il libero arbitrio, quindi, a decidere il grado di coscienza di ognuno.
Per nessun genitore la concessione, seppur in piccole dosi della libertà di scegliere, costituisce manovra da attuare a cuor leggero, ma l'Assoluto non ebbe altra scelta che quella di concederla, perché la sua creazione doveva essere un allontanamento dalla Perfezione che Lui rappresentava e, dunque, una discesa nella possibilità di perdersi o ritrovarsi.
Nessuno potrebbe dire come tutto ebbe inizio, né se quello fu un inizio istantaneo oppure sofferto, e non si conosce neppure quali furono gli esseri comparsi per primi sulla faccia del pianeta che ci ospita. È questione ingarbugliata dal fatto che quando è la perfezione a dare motivo di essere al tutto… i primi esseri devono essere vicini a quella perfezione. Il contrario vedrebbe prossimi all'atto creativo gli esseri inferiori e peggio messi. Di seguito ci sarebbe anche da risolvere la qualità della posizione in cui saremmo noi umani, sulla scala gerarchica che dalla prossimità massima al principio creatore, si allunga verso il basso delle possibilità di essere.
A misurare questa gerarchia ipotetica dovrebbe essere il grado della nostra coscienza, capace di decidere anche la qualità della nostra libertà, e dei nostri drammi interiori.
È a questo punto che il credere o il non credere devono sopprimere il conoscere, altrimenti, se così non si facesse, si dovrebbe ammettere di essere tutti nella cacca.
Questo pensiero mi spinge a considerare la mia gatta sdraiata al sole, e mi riesce difficile credere di essere in una situazione di privilegio esistenziale. Per crederlo dovrò aspettare che attraversi la strada senza preoccuparsi delle strisce pedonali, e anche nell'eventualità tragica di un suo schiacciamento non tutti i miei dubbi sarebbero risolti.

venerdì 3 giugno 2011

La rotondità della luce


C'è un silenzio
che segue
ogni parola
in ciò che
la parola
non può dire
e una parola
che accompagna
ogni silenzio
per quello che
il silenzio
vuole significare
C'è amore
nascosto
in ogni moto d'odio
ed è amore
deluso
e c'è odio
pronto al balzo
in ogni parola
d'amore
Nel muoversi
d'ogni cosa
c'è l'immobilità
della Realtà
che ha generato
la Libertà
di poter decidere
per sé e
per gli altri
In questa libertà
c'è una cella
della quale
la menzogna
non ha la chiave
perché solo
la Verità
può aprirla.

Senza titolo, ma con finale a sorpresa


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giovedì 2 giugno 2011

La verità è come acqua




La verità è come acqua quando è costretta da un contenitore, e il contenitore ha la forma che gli è concessa dai pregiudizi che l'hanno costruito. Quando il contenitore si spezza la verità continua a obbedire alla propria natura liquida, che la porterà in una nuova gabbia pregiudiziale che la costringerà nell'essere sicura di sé, inconsapevole dei limiti che impone alla libertà. È per questo che la liquidità sta a proprio agio solo dove può scorrere, e per lasciarla scorrere è necessario non appropriarsene attraverso il pensiero e le intenzioni. Quando un individuo comunica col Centro di sé, nella conoscenza dei princìpi universali dell'esistenza, quell'individuo non ha più idee proprie, né formula ipotesi. Non può più farlo perché conosce i princìpi dai quali tutto procede. Solo in questo caso la verità resta ciò che è in realtà: uno scorrere sempre diverso della stessa e unica liquidità che obbedisce alle leggi della liquidità. Leggi che quando sono riferite alla realtà si chiamano princìpi universali, e valgono per tutto l'esistente, oltre a valere per Ciò che all'esistente è superiore.

mercoledì 1 giugno 2011

L'Intelligenza universale


Si nasce nella verità dell'essere nati e si vive nella fatica del dover nascondere la verità, disposti a sperare che la memoria si cancelli con la morte, piuttosto del dover guardare, negli occhi, la verità che si è rifiutata. Non c'è, in realtà, una infinita lotta tra il bene e il male, perché se il male sogghigna in ogni imperfezione, il Bene sorride nella Perfezione data dalla somma di tutti i disequilibri. Il male è servo del bene senza saperlo, e questa è la ragione per la quale la prima caratteristica che distingue la malvagità è il bisogno di negare la verità della centralità spirituale.
Lo spirito universale si esprime attraverso l'intelligenza universale, la Quale è disinteressata perché solo il nulla le manca.
Il destino di ogni realtà incompleta sta nella completezza, come il destino di ogni libero arbitrio sta nella possibilità di scegliere il proprio destino da compiere.

martedì 31 maggio 2011

Imbarazzi della logica


L'esistenza è, almeno da quello che se ne capisce, limitata, e ogni elemento compreso nell'esistente nasce e muore, inizia e finisce.
Se la realtà stesse tutta nell'esistenza si dovrebbe affrontare una questione che la logica non risolve: se ogni cosa nasce da un'altra cosa ci dev'essere una cosa che ha fatto inizialmente nascere le altre senza essere nata a propria volta. E qui le "cose" cominciano ad assumere un contorno imbarazzante, sia che si voglia interpretare l'esistenza come espressione di movimento rettilineo, sia che la si intenda essere ciclicamente ordinata. La retta escluderebbe la ciclicità, mentre se essa fosse parte dell'andamento ciclico, costituirebbe il segmento di una curvatura. 
Chiunque potesse guardare fuori da una finestra propenderebbe per questa seconda opinione.
Che tipo di realtà potrebbe aver generato l'esistenza senza essere stata generata a sua volta?
Necessariamente una realtà che non obbedisce alle leggi dell'esistenza.
Che tipo di realtà potrebbe aver generato il movimento al quale l'esistere è sottomesso?
Necessariamente dev'essere una realtà che non è soggetta al doversi muovere.
Ma se una realtà non ha obblighi diversi dal dover rappresentare le proprie leggi, non ha un inizio né una fine, non ha forma e non appartiene né al tempo e neppure allo spazio che sono da lei determinati… che realtà è?
E se questa illimitata Realtà fosse la vera realtà che è assolutamente vera, l'altra alla quale apparteniamo tutti cos'è?
Dev'essere una realtà meno vera di quella dalla quale trae le sue ragioni sufficienti d'essere, dunque negativa rispetto a quella che l'ha determinata.
Pur nella sua positività, vista e considerata stando al suo interno, la realtà relativa che conosciamo è da ritenersi inferiore a quella dalla quale ha avuto le ragioni del suo avvio, quindi negativa rispetto a Quella. 
Se da questa nostra realtà, da considerarsi inferiore e negativa, si affermasse che l'altra Realtà, quella superiore, fosse inesistente… questa opinione sarebbe da considerare la negazione espressa da un'altra negazione e assumerebbe una valenza di affermazione, perché la negazione di una negazione è un'affermazione.
Definendo la realtà dell'esistenza come realtà dell'essere, come si riuscirà a definire l'altra Realtà, quella che le è superiore in quanto causa dell'essere?
L'unico modo è chiamarla "Non esistenza" e di conseguenza si avranno due ordini diversi tra loro: "Non Essere" e "Essere".
Il "Non Essere" precederà e determinerà la realtà limitata che chiamiamo "Essere".
Il "Non Essere" contiene in Sé l'"Essere" in potenza.
Ma se la Realtà che non è relativa, in quanto è causa del relativo, non ha relazioni in sé perché è assoluta, occorre dire che in lei la potenza e l'atto sono una realtà unica e, di conseguenza, per il solo fatto di potere attuare… attua, e lo fa senza alcuna necessità o voglia di fare. Lo fa e basta o, se non può farlo… non lo fa e basta.
Ogni elemento, limitato incompleto e relativo, dell'esistenza, deve essere la conseguenza di questa "possibilità di fare" che appartiene alla Realtà assoluta.
Ogni elemento esistente deve obbedire alle leggi che dall'Assoluto emanano, e deve necessariamente avere in sé un legame con l'Assoluto dal quale ha avuto avvio.
Se l'Assoluto non ha forma né è sottomesso a spazio e tempo… allora in ogni cosa esistente ci dev'essere la traccia di questa assenza di forma che è presenza di un significato superiore all'esistenza e unico, dunque lo stesso per tutti i diversi.
Significato unico e misterioso.
Mistero che è Intelligenza senza limiti.
Mistero che è amore senza limiti.
Mistero al quale ogni nome starebbe stretto.
Mistero che non può contraddire Se Stesso.

martedì 3 maggio 2011

Il Tamarro non è il marito della lucertola




Una sera come tante altre può avere in serbo, anche per uno che ha già capito tutto della vita, una piacevole sorpresa. 
Così pensava un tamarro truce mentre, con la coda dell'occhio, scansionava un mucchio di spazzatura a lato della strada che percorreva tutte le sere per andare al lavoro. Già da lontano gli era sembrato interessante uno scatolone, illuminato dalla luce sfrigolante di un lampione storto, che la sera prima non era lì, e qualcosa dentro doveva esserci, perché stava in bilico in modo innaturale su un cumulo d'immondizia che cercava di scrollarselo di dosso. 
Per stare in quella posizione più precaria del suo esistere, poggiato su un angolo nel rifiuto di coricarsi per riposare, doveva esserci, al suo interno, qualcosa che avrebbe voluto vivere ancora assomigliando, in questa necessità, alla vita di chi lo stava soppesando con il desiderio. Naturalmente questa singolare associazione di pensieri non stava nella testa del sempliciotto che aveva deciso di approfondire la natura della strana situazione in cui si ritrovava. Lui, come dire… presentiva vagamente qualcosa, ma non si sarebbe mai sognato di organizzare il suo intuire, simile a quello di una bestia in cattività, sprofondandolo in una fila sensata di pensieri compiutamente formulati. Il farlo lo avrebbe spaventato assai, e forse anche fatto fuggire a gambe levate, perché l'avrebbe fatto sentire come un ratto che improvvisamente sapesse di essere una cavia da laboratorio. Da un certo punto di vista l'esistenza di un tamarro è affascinante, perché ogni cosa, pur nella sua convinzione di sapere tutto della vita, appare come una sorpresa, quasi mai magnifica certo, ma preferibile ai cespugli spinosi che rotolano nel deserto della sua testa, dandosi l'aria che hanno i pensieri quando si fermano a metà. Arrampicatosi con la dovizia di un ladro di appartamento, che poi era il suo vero lavoro, raggiunse lo scatolo, come lui chiamava i cartoni quando non capiva da che parte si aprivano. Era pesante, ma tenne a bada la sua curiosità evitando di aprirlo, per riuscire a portarlo a valle senza danneggiare quello che, eventualmente, ci fosse stato al suo interno. Un ladro di solito disdegna il raccattare la spazzatura, ma erano tempi duri per tutti questi, e il lavoro raramente dava i frutti sperati anche per chi, dopo essersi mezzo ammazzato, in bilico sui cornicioni delle case, finiva col portarsi a casa solo la rabbia di aver trovato scatole piene di cambiali.
Guadagnata finalmente la strada, asfaltata tra una buca e l'altra, trasse il coltello dalla tasca e aprì, come sempre dalla parte sbagliata, lo scatolo.
Fu come prendere un pugno in faccia: all'interno, accucciato in un angolo dallo spavento, tremava quello che, a prima vista, aveva l'aria di essere un computer. Un brivido di timore gli serpeggiò nelle viscere, perché lui associava i computer ai sistemi d'allarme, e gli partì il riflesso condizionato di un'occhiata che si accertò non ci fossero telecamere nascoste da qualche parte.
Quella notte non sarebbe andato al lavoro.
Insieme al computer c'erano anche un po' di fili, una tastiera impiastricciata da pulire, un mouse e un libretto d'istruzioni in finlandese che, per il grado suo di comprensione, era equivalente all'italiano.
Per fortuna aveva un amico che sapeva usare il computer, perché l'aveva imparato alla biblioteca del carcere dove, periodicamente, andava a disintossicarsi.
La fortuna stava dalla sua parte, dato che il suo amico era appena uscito da Rebibbia e stava cercando una sistemazione provvisoria, nell'attesa di tornare dentro a curarsi la salute.
Lo incontrò ai giardinetti, dove l'uomo spacciava aspirine assicurando fossero pasticche di extasy.
Il resto della storia ricalcò il normale percorso che ogni individuo fa quando si dà all'informatica, con la sola differenza che lui impiegò dieci volte il tempo usuale per capire il minimo indispensabile utile a collegarsi in rete, per poter accedere a uno degli innumerevoli siti dove vanno a intanarsi quelli che della vita sanno tutto.
Un nuovo mondo gli si era spalancato davanti, un mondo al quale lui poteva consigliare la direzione da prendere per potersi ritrovare dove stava seduto lui, sull'orlo di un abisso dove, sotto, stava uno spettacolo superbo che desiderava solo conoscere il suo pensiero giudicante.
Finalmente tutta la sua esperienza, tutto il suo aver sofferto, potevano essere usati per un fine superiore al semplice istinto di sopravvivenza, e già un orizzonte che poteva ricordargli quello avuto da Gandhi o da Martin Luther King, che lui ancora non conosceva, ma non si può mai dire cosa può accadere sul Web, dicevo che un orizzonte da maestro spirituale era lì, a portata di un clic che l'avrebbe trasformato nel pifferaio magico della rete fantastica nella quale, questa volta, non sarebbe stato lui a caderci dentro.
La sua specialità erano i pensierini corti, che lui chiamava, impropriamente, "aforismi", parola che gli ricordava un eczema che ogni tanto gli dava prurito sotto le ascelle. Cazzo se era utile il Web! Gli era servito persino a trovare il rimedio per quel fastidio, così ora scriveva tenendo strette le ascelle, per non farsi colare l'unguento giù per la canottiera e sorrideva felice, scrivendo consigli come avesse avuto una rubrica tutta sua sul giornaletto del carcere.


Persino lui stentava a credere di aver imparato a scrivere l'itagliano…

domenica 24 aprile 2011

La legge del Sempre


Il tempo era ancora una possibilità di essere, e ancora l'alba non era inseguita dal tramonto. Il tutto se ne stava a dormire sotto la coltre dell'eternità, senza russare.
Poi si sa come vanno queste cose, quando si mette di mezzo la volontà di far del bene anche se, per farlo, occorre avere un male da educare.
Mica è una cosa semplice iniziare la creazione partendo dal male, come non lo è il dare una forma al bene, così fu deciso di spaccare in due il poco a disposizione e di lasciar scegliere cosa essere in libertà. Non ci fu un vero allontanamento delle cose dalla loro fonte, eppure sembrò che ci fosse, perché le cose non dovevano sapere di essere sotto il giudizio della legge del Sempre. Questa legge emanava dalla Libertà totale che aveva deciso di essere perché poteva essere. Era una legge alla quale tutto fu concesso, tranne il potersi contraddire, così fu data all'esistente la libertà, ma insieme a quella libertà fu data anche la prigionia, perché si potesse scegliere in libertà cosa essere e dove esserlo. La gioia di dare e il dolore di togliere non poterono separarsi fino a quando non fossero le cose stesse a volerlo, e per volerlo dovevano lottare, perché è necessaria la lotta per strappare di dosso al male gli abiti che il male ha rubato al bene.
Ogni cosa del mondo ha in sé un giardino segreto nel quale si depositano i desideri e le intenzioni. Quando le intenzioni superano i desideri quel giardino è chiamato coscienza ed è il modo in cui ognuno gioca dentro di sé, ma anche l'intero universo ha il suo giardino e in quello non gioca, ma attende. Attende che tutti i piccoli e privati giardini del mondo si aprano al mondo per divenire il giardino più grande che c'è.

martedì 19 aprile 2011

Il Prescelto


Mi son sempre piaciute le storie dove si raccontava di un prescelto, non importava fosse donna o uomo, che avrebbe dovuto salvare il pianeta. Invidiavo i prescelti con tutto me stesso, e da ragazzino mi auguravo che scoppiasse una fabbrica di sostanze chimiche mentre vi passeggiavo vicino, e immaginavo che le esalazioni mi trasformassero in un essere dai poteri eccezionali, da prescelto appunto.
Non m'intimoriva neppure la consapevolezza che i super poteri fossero accompagnati da una super responsabilità. Mi pareva anche logico che un eroe dovesse, di tanto in tanto, salvare una damigella, anzi, era proprio da quella responsabilità che un mondo d'avventura avrebbe spalancato le sue porte al mio volare altero sopra un mondo da proteggere.
Non essendo state soddisfatte le mie aspettative, nonostante io sia vissuto nelle vicinanze di fabbriche tossiche che esalavano veleni, nell'evidente tentativo di trasformarmi in una potenza della natura, ho affidato la mia trasformazione alle droghe, ottenendo alcuni risultati, anche se laterali a quelli sperati: volavo da bestia, avevo una vista non precisamente a raggi X, ma colorata di brutto, non disponevo del super soffio, ma avevo un alito da fegato in trance che teneva lontani gli insetti, anche se i pidocchi pareva ne fossero immuni.
La mia vita ormai aveva tutta l'aria di essersi piazzata onorevolmente in uno degli ultimi posti della gerarchia umana, la stessa che avevo tanto detestato perché esprimeva giudizi taglienti sugli eroi mancati, quand'ecco che, senza che lo avessi chiesto e neppure desiderato… track!
La fregatura mi piombò addosso senza nessun preavviso: io ero davvero un prescelto.
Di certo non del tipo che mena botte a tutti e cuoce le uova con la super vista, ma di un altro genere che ancora non mi era facile mettere a fuoco. Io vedevo cose che altri nemmeno potevano immaginare possibili. Niente a che vedere con le pur cospicue realtà di diverso ordine, alle quali ero avvezzo nei miei frequenti trip con LSD. 
Potevo osservare la realtà attraverso la consapevolezza dei suoi princìpi. Questo mi consentiva di accostare tra loro elementi impalpabili, che non sono osservabili nella coscienza ordinaria, per comporre un quadro d'insieme che rivelava una Verità usualmente celata. 
La cosa che mi sconcertò fu il dover rinunciare alle opinioni, alle mie convinzioni e al mio sapere. Questo è stato il primo prezzo da pagare per conoscere la verità. 
Il secondo fu il dover scegliere tra l'essere la persona che sono sempre stata o un nuovo individuo. 
Il terzo implicava il non poter comunicare le verità alla portata della mia diversa consapevolezza perché non sarei stato capito. 
l quarto era il dover accettare ogni accadimento come fosse il risultato di cause che avevano ragioni d'essere anche quando quelle ragioni non potevo ancora conoscerle. 
Il quinto, e mi fermerò qui per non suscitare troppa pietà, fu il dovermi vedere nelle mie reali intenzioni, conoscermi quindi, e riparare a tutte le mie mancanze. 

Tutto questo senza poter spiccare un volo che superasse i due metri per il lungo e altri due per il largo...

giovedì 7 aprile 2011

Ora che conosco il suo nome

Una trappola per topi. È stata una schifosa trappola questa vita, e finirà come ho deciso che debba finire.

Sarà l'unica cosa che mi riuscirà di decidere, nel mio sbattere contro la volontà del Cielo.
Troppe le cose che non quadravano, e io le chiamavo coincidenze, quando erano solo le tracce di una verità difficile da nascondere. 
Credevo al Caso che da sotto una corona dava ordini incomprensibili alle sue vittime, e solo ora oso chiamarlo con il suo nome.
Credevo che l'amore fosse una prigione per deboli, e il sacrificarsi un bestemmiare la vita.
La decisione di morte segue un futuro che si è estinto in un passato da dimenticare.
Sono nato per una mancanza e morirò per un'assenza. 
La perfezione dell'origine è stata macchiata dal voler mettersi alla prova, e quella macchia non sarà cancellata dal morire, lo so, è la trappola che funziona così.
Serro per un'ultima volta le mascelle e rilasso i muscoli abituati alla corsa frenetica, scendo dalla ruota della mia esistenza, nel batuffolo della lettiera stesa dal destino.
Adesso è arrivato il mio momento, l'unico nel quale sarò padrone di me.
Gli artigli della mano del destino che ho chiamato Caso pare abbiano capito la propria debolezza e mi tentano, ancora una volta, con del latte fresco nel beverino. 
Io non la guardo neppure e resto fermo in un corpo che comincia a puzzare appena cessa di correre.
Il Caso pare intuire il dramma che sta compiendosi e apre la porta della mia vita ostruendola, e mi tocca col dito della maledizione.
Non avevo mai morso così forte, ma ora posso farlo, perché conosco il suo nome.


martedì 5 aprile 2011

Logica vuole...


Chi scrive ha cose da dire e, di solito, dire significa comunicare, attraverso un modo sicuro, ipotesi estremamente insicure. Cosa ci sia da comunicare di così importante da sedersi e perdere tutto quel tempo, escogitando modi interessanti di esposizione, non è facile dirlo, certo è che sono tante le persone che perdono quel tempo. Si dice anche che scrivere aiuti a non perdere la calma e finire con lo sbattere la testa contro uno o più spigoli. 
In effetti se si sta seduti è più difficile attentare a quella cosa dura che contiene la massa molliccia, piena di arzigogoli e circonvoluzioni, che partecipa alla stesura delle storie da raccontare. 
Chi scrive sa che non è facile convincere le persone. 
Si sa che si fa fatica a convincerle anche dando soldi in cambio mentre le si fissa con la sincerità negli occhi, ci si può immaginare cosa si deve escogitare per aiutarli a modificare la loro vita come piace a noi che scriviamo. 
Eppure questa scrittura ha, e l'ha fatto un sacco di volte, inclinato le scelte di vita di intere popolazioni. 
I trattati di resa, nelle guerre, sono scritti per evitare che ci si rimangino in fretta le promesse di pace, per esempio. 
Eccezionale l'invenzione della croce tracciata per firmare, ed è pure una dimostrazione che la scrittura conosce il modo di deformare il senso di certi simboli allo scopo di invertirlo. 
È in questo modo che un simbolo di amore è stato trasformato in uno che esprime fiducia. 
Chi mette la croce non sa leggere e, dunque, si deve fidare. 
I trattati che hanno tracciato i confini delle riserve indiane, per dirne una, sono pieni di croci.
Io scrivo abbastanza spesso, e non per allontanare eventi infausti e pericolosi, nemmeno loro si fanno convincere facile, ma lo faccio per rendere noto che l'avere convinzioni a questo mondo avrà conseguenze nefaste. 
Così scrivo nel tentativo di mostrare quanto le convinzioni degli altri siano lontane dalla verità; naturalmente la verità è quella che conosco io. 
Qui la faccenda assume toni parossistici perché se avessi scritto esagerati nessuno l'avrebbe notato. 
Mi si chiederà cosa sia, per me, la verità, e io non ho altro modo per rispondere che scrivere ancora: la verità è la realtà, tale e quale a ciò che essa è. Mi si dovrà riconoscere che almeno so scrivere, mica è facile definire le cose. 
Per fortuna mi trovo preparato a farlo, dato che conosco in anticipo le domande che mi sono poste. 
La manovra principale che attuo, quando scrivo, è riferita all'utilizzo del ragionamento logico e consequenziale. 
Sta a dire che dopo l'uno c'è il due e poi il tre. 
Se si torna indietro sarà il contrario. 
Questa è logica purissima, eppure non è quasi utilizzata da nessuno. Di norma chi scrive formula un presupposto costruito attorno a un pensiero che gli è passato per la mente senza che sia possibile sapere da dove è venuto, e da lì procede secondo schemi appresi alla scuola dell'infanzia e affinati all'università.
Per tutti la logica assicurerebbe la verità attraverso il suo scolpire ghirigori sotto gli altari dell'intelligenza razionale, che è caratteristica tipica della specie umana. 
Sì, perché le bestie non si fanno fregare facile come noi, e vanno subito al sodo. Comunicano tra loro a occhiate, rizzate di pelo, ringhi sbuffi e smorfie, e ridono molto raramente, facendo in modo che gli umani non se ne accorgano.
Per gli animali la logica è quella dell'attacco e della fuga, e in questo assomigliano agli intellettuali quando questi ultimi stanno in gruppi di più di una persona alla volta.
I segreti del ragionamento logico sono insegnati in modi talmente logici da risultare estremamente complessi: se A è uguale a B e B è diverso da C... risulterà essere diverso da C anche A.
La bestia non sta lì a cincischiare, arraffa A, B e C e fugge svelta. Non sta a considerare la principale legge della logica, "il principio di non contraddizione": se A è uguale a B e B è diverso da C… se si afferma che A è uguale a C si cade in una contraddizione irrisolvibile, dunque una "non verità" che costituisce una "vera" impossibilità. 
Quando una realtà è impossibile non è vera, a differenza di una falsità che è una vera falsità.
Impossibile non significa falso, se lo significasse saremmo tutti in un terribile stato, perché ci saremmo senza meritarcelo.
Logica vuole, invece, che ce lo meritiamo.

sabato 2 aprile 2011

Il terzo principio della dinamica



Su quel pianeta, come nell'intero universo, tutto era condannato a muoversi, e una delle leggi che regolava questo muoversi era quella che imponeva a ogni azione di avere una reazione che le fosse analoga e contraria. Gli abitanti del pianeta utilizzavano quella legge della dinamica per muovere veicoli e per sopravvivere al movimento, attraverso lo sfruttamento dei princìpi del movimento. Motori che producevano energia spingevano, dalla parte opposta a quella dove l'energia usciva con forza, gli stessi motori ai quali stavano attaccate le strutture che contenevano, allo scopo di favorirne il movimento, esseri che mai avrebbero immaginato che la legge della dinamica potesse avere delle applicazioni diverse da quelle che utilizzavano. Eppure le scritture sacre di quel pianeta avevano da tempo avvisato che a ogni azione sarebbe corrisposta una reazione uguale e contraria,  e che quella reazione ci sarebbe stata anche oltre quello che era il dominio della scienza. Chiamavano, quella reazione, paradiso o inferno, secondo la qualità degli equilibri spezzati che sarebbero stati ricomposti dalla reazione contraria scatenata. La scienza non aveva smesso, per questa che le appariva come fosse soltanto una persecuzione morale, di applicare al movimento lo sfruttamento legale della ripercussione, così i veicoli erano progettati senza la preoccupazione del risparmio energetico. Alla scienza non pareva possibile che quello spreco di energia costituisse un'azione che avrebbe provocato reazioni inverse. 
La questione da dover districare riguardava, semmai, quanto la simultaneità tra azione e reazione dovesse essere necessaria nel legame che si stabiliva tra una causa e il suo effetto. Ovviamente avrebbe dovuto esserci simultaneità a che da una causa potesse sortire un effetto perché, altrimenti, quando questo effetto si fosse verificato con un certo ritardo, anche se infinitesimale, si sarebbe attuata una contraddizione irrisolvibile, perché a un evento passato, e dunque inesistente, si sarebbe associato un effetto futuro, ancora inesistente. Per colmare questa assurdità logica si sarebbe dovuti ricorrere a una realtà extra temporale che avrebbe dovuto contenere l'elemento di congiunzione tra la causa e i suoi effetti successivi. Poiché una perfetta simultaneità tra causa ed effetti non è mai assicurata, si dovette ammettere che il rapporto consequenziale che rendeva possibile il mantenimento del legame tra la causa e i suoi effetti dovesse trovarsi al di fuori dello scorrere temporale, in una forma di embrione di memoria pronto a sfogarsi quando gli eventi, ormai maturi, l'avessero consentito.
Era a tutti evidente che l'intreccio di eventi non avrebbe potuto concedere la simultaneità di una realizzazione di effetti che fossero immediatamente successivi a quegli eventi, così furono in molti a chiedersi in cosa potesse consistere quella, tanto supposta quanto necessaria, dimensione sovra-temporale, culla degli eventi in aspettativa di realizzazione.
Alcuni arrivarono persino a ipotizzare che la cosa potesse addirittura riguardare i più reconditi pensieri e desideri, oltre che le azioni compiute, e l'idea che un paradiso e un inferno potessero essere non solo i simboli morali di una punizione cosmica, ma anche realtà concrete in attesa di compiersi si diffuse, insieme alla paura, nelle coscienze ormai abituate a materializzare anche gli aspetti più delicati e sottili dell'esistenza.

Intanto, come un'onda brutale partita molto tempo addietro, alla quale gli esseri di quel pianeta avevano dato il nome di "peccato originale", stava tornando indietro quella temuta forza reattiva, spinta dalla sua potenza equilibratrice moltiplicata dall'attesa, e la moltitudine di intenzioni riparatrici che la costituiva macinava Eoni alla velocità della luce, nel suo dirigersi verso il suo pianeta d'origine, e lo stava facendo senza intenzioni moralizzatrici, e senza alcun desiderio di distruzione, esclusivamente per la legge che stava ristabilendo la giustizia di un equilibrio cosmico perduto, necessario alla sopravvivenza del Tutto.