giovedì 7 aprile 2011

Ora che conosco il suo nome

Una trappola per topi. È stata una schifosa trappola questa vita, e finirà come ho deciso che debba finire.

Sarà l'unica cosa che mi riuscirà di decidere, nel mio sbattere contro la volontà del Cielo.
Troppe le cose che non quadravano, e io le chiamavo coincidenze, quando erano solo le tracce di una verità difficile da nascondere. 
Credevo al Caso che da sotto una corona dava ordini incomprensibili alle sue vittime, e solo ora oso chiamarlo con il suo nome.
Credevo che l'amore fosse una prigione per deboli, e il sacrificarsi un bestemmiare la vita.
La decisione di morte segue un futuro che si è estinto in un passato da dimenticare.
Sono nato per una mancanza e morirò per un'assenza. 
La perfezione dell'origine è stata macchiata dal voler mettersi alla prova, e quella macchia non sarà cancellata dal morire, lo so, è la trappola che funziona così.
Serro per un'ultima volta le mascelle e rilasso i muscoli abituati alla corsa frenetica, scendo dalla ruota della mia esistenza, nel batuffolo della lettiera stesa dal destino.
Adesso è arrivato il mio momento, l'unico nel quale sarò padrone di me.
Gli artigli della mano del destino che ho chiamato Caso pare abbiano capito la propria debolezza e mi tentano, ancora una volta, con del latte fresco nel beverino. 
Io non la guardo neppure e resto fermo in un corpo che comincia a puzzare appena cessa di correre.
Il Caso pare intuire il dramma che sta compiendosi e apre la porta della mia vita ostruendola, e mi tocca col dito della maledizione.
Non avevo mai morso così forte, ma ora posso farlo, perché conosco il suo nome.


martedì 5 aprile 2011

Logica vuole...


Chi scrive ha cose da dire e, di solito, dire significa comunicare, attraverso un modo sicuro, ipotesi estremamente insicure. Cosa ci sia da comunicare di così importante da sedersi e perdere tutto quel tempo, escogitando modi interessanti di esposizione, non è facile dirlo, certo è che sono tante le persone che perdono quel tempo. Si dice anche che scrivere aiuti a non perdere la calma e finire con lo sbattere la testa contro uno o più spigoli. 
In effetti se si sta seduti è più difficile attentare a quella cosa dura che contiene la massa molliccia, piena di arzigogoli e circonvoluzioni, che partecipa alla stesura delle storie da raccontare. 
Chi scrive sa che non è facile convincere le persone. 
Si sa che si fa fatica a convincerle anche dando soldi in cambio mentre le si fissa con la sincerità negli occhi, ci si può immaginare cosa si deve escogitare per aiutarli a modificare la loro vita come piace a noi che scriviamo. 
Eppure questa scrittura ha, e l'ha fatto un sacco di volte, inclinato le scelte di vita di intere popolazioni. 
I trattati di resa, nelle guerre, sono scritti per evitare che ci si rimangino in fretta le promesse di pace, per esempio. 
Eccezionale l'invenzione della croce tracciata per firmare, ed è pure una dimostrazione che la scrittura conosce il modo di deformare il senso di certi simboli allo scopo di invertirlo. 
È in questo modo che un simbolo di amore è stato trasformato in uno che esprime fiducia. 
Chi mette la croce non sa leggere e, dunque, si deve fidare. 
I trattati che hanno tracciato i confini delle riserve indiane, per dirne una, sono pieni di croci.
Io scrivo abbastanza spesso, e non per allontanare eventi infausti e pericolosi, nemmeno loro si fanno convincere facile, ma lo faccio per rendere noto che l'avere convinzioni a questo mondo avrà conseguenze nefaste. 
Così scrivo nel tentativo di mostrare quanto le convinzioni degli altri siano lontane dalla verità; naturalmente la verità è quella che conosco io. 
Qui la faccenda assume toni parossistici perché se avessi scritto esagerati nessuno l'avrebbe notato. 
Mi si chiederà cosa sia, per me, la verità, e io non ho altro modo per rispondere che scrivere ancora: la verità è la realtà, tale e quale a ciò che essa è. Mi si dovrà riconoscere che almeno so scrivere, mica è facile definire le cose. 
Per fortuna mi trovo preparato a farlo, dato che conosco in anticipo le domande che mi sono poste. 
La manovra principale che attuo, quando scrivo, è riferita all'utilizzo del ragionamento logico e consequenziale. 
Sta a dire che dopo l'uno c'è il due e poi il tre. 
Se si torna indietro sarà il contrario. 
Questa è logica purissima, eppure non è quasi utilizzata da nessuno. Di norma chi scrive formula un presupposto costruito attorno a un pensiero che gli è passato per la mente senza che sia possibile sapere da dove è venuto, e da lì procede secondo schemi appresi alla scuola dell'infanzia e affinati all'università.
Per tutti la logica assicurerebbe la verità attraverso il suo scolpire ghirigori sotto gli altari dell'intelligenza razionale, che è caratteristica tipica della specie umana. 
Sì, perché le bestie non si fanno fregare facile come noi, e vanno subito al sodo. Comunicano tra loro a occhiate, rizzate di pelo, ringhi sbuffi e smorfie, e ridono molto raramente, facendo in modo che gli umani non se ne accorgano.
Per gli animali la logica è quella dell'attacco e della fuga, e in questo assomigliano agli intellettuali quando questi ultimi stanno in gruppi di più di una persona alla volta.
I segreti del ragionamento logico sono insegnati in modi talmente logici da risultare estremamente complessi: se A è uguale a B e B è diverso da C... risulterà essere diverso da C anche A.
La bestia non sta lì a cincischiare, arraffa A, B e C e fugge svelta. Non sta a considerare la principale legge della logica, "il principio di non contraddizione": se A è uguale a B e B è diverso da C… se si afferma che A è uguale a C si cade in una contraddizione irrisolvibile, dunque una "non verità" che costituisce una "vera" impossibilità. 
Quando una realtà è impossibile non è vera, a differenza di una falsità che è una vera falsità.
Impossibile non significa falso, se lo significasse saremmo tutti in un terribile stato, perché ci saremmo senza meritarcelo.
Logica vuole, invece, che ce lo meritiamo.

sabato 2 aprile 2011

Il terzo principio della dinamica



Su quel pianeta, come nell'intero universo, tutto era condannato a muoversi, e una delle leggi che regolava questo muoversi era quella che imponeva a ogni azione di avere una reazione che le fosse analoga e contraria. Gli abitanti del pianeta utilizzavano quella legge della dinamica per muovere veicoli e per sopravvivere al movimento, attraverso lo sfruttamento dei princìpi del movimento. Motori che producevano energia spingevano, dalla parte opposta a quella dove l'energia usciva con forza, gli stessi motori ai quali stavano attaccate le strutture che contenevano, allo scopo di favorirne il movimento, esseri che mai avrebbero immaginato che la legge della dinamica potesse avere delle applicazioni diverse da quelle che utilizzavano. Eppure le scritture sacre di quel pianeta avevano da tempo avvisato che a ogni azione sarebbe corrisposta una reazione uguale e contraria,  e che quella reazione ci sarebbe stata anche oltre quello che era il dominio della scienza. Chiamavano, quella reazione, paradiso o inferno, secondo la qualità degli equilibri spezzati che sarebbero stati ricomposti dalla reazione contraria scatenata. La scienza non aveva smesso, per questa che le appariva come fosse soltanto una persecuzione morale, di applicare al movimento lo sfruttamento legale della ripercussione, così i veicoli erano progettati senza la preoccupazione del risparmio energetico. Alla scienza non pareva possibile che quello spreco di energia costituisse un'azione che avrebbe provocato reazioni inverse. 
La questione da dover districare riguardava, semmai, quanto la simultaneità tra azione e reazione dovesse essere necessaria nel legame che si stabiliva tra una causa e il suo effetto. Ovviamente avrebbe dovuto esserci simultaneità a che da una causa potesse sortire un effetto perché, altrimenti, quando questo effetto si fosse verificato con un certo ritardo, anche se infinitesimale, si sarebbe attuata una contraddizione irrisolvibile, perché a un evento passato, e dunque inesistente, si sarebbe associato un effetto futuro, ancora inesistente. Per colmare questa assurdità logica si sarebbe dovuti ricorrere a una realtà extra temporale che avrebbe dovuto contenere l'elemento di congiunzione tra la causa e i suoi effetti successivi. Poiché una perfetta simultaneità tra causa ed effetti non è mai assicurata, si dovette ammettere che il rapporto consequenziale che rendeva possibile il mantenimento del legame tra la causa e i suoi effetti dovesse trovarsi al di fuori dello scorrere temporale, in una forma di embrione di memoria pronto a sfogarsi quando gli eventi, ormai maturi, l'avessero consentito.
Era a tutti evidente che l'intreccio di eventi non avrebbe potuto concedere la simultaneità di una realizzazione di effetti che fossero immediatamente successivi a quegli eventi, così furono in molti a chiedersi in cosa potesse consistere quella, tanto supposta quanto necessaria, dimensione sovra-temporale, culla degli eventi in aspettativa di realizzazione.
Alcuni arrivarono persino a ipotizzare che la cosa potesse addirittura riguardare i più reconditi pensieri e desideri, oltre che le azioni compiute, e l'idea che un paradiso e un inferno potessero essere non solo i simboli morali di una punizione cosmica, ma anche realtà concrete in attesa di compiersi si diffuse, insieme alla paura, nelle coscienze ormai abituate a materializzare anche gli aspetti più delicati e sottili dell'esistenza.

Intanto, come un'onda brutale partita molto tempo addietro, alla quale gli esseri di quel pianeta avevano dato il nome di "peccato originale", stava tornando indietro quella temuta forza reattiva, spinta dalla sua potenza equilibratrice moltiplicata dall'attesa, e la moltitudine di intenzioni riparatrici che la costituiva macinava Eoni alla velocità della luce, nel suo dirigersi verso il suo pianeta d'origine, e lo stava facendo senza intenzioni moralizzatrici, e senza alcun desiderio di distruzione, esclusivamente per la legge che stava ristabilendo la giustizia di un equilibrio cosmico perduto, necessario alla sopravvivenza del Tutto.

domenica 13 marzo 2011

L'esame del "Navigare nel vuoto"



L'esame era di quelli che non lasciano scampo, e lei lo sapeva perché tutti lo sapevano, per questo l'avevano chiamato l'esame del "Navigare nel vuoto". 
Erano strana gente i navigatori, perché dovevano esserlo per nascita.
C'era un solo modo per determinare le misteriose qualificazioni che si sarebbero trasformate nella visione del niente, ed era l'esame dell'intelletto che sapeva scansarsi dalle convenzioni dell'intelligenza discorsiva. Così l'esame del "Navigare nel vuoto" scandagliava l'intellettualità di ognuno, misurandone la capacità attraverso il silenzio. Questo era l'unico esame che tutti erano costretti a sostenere. Costretti dalla necessità che hanno le Astronavi di non perdersi nello spazio siderale. I sistemi elettronici che stabilivano le rotte erano estremamente sofisticati nell'anno duecento trenta dopo Ares, l'ultimo Profeta che aveva illuminato la vita interiore dei terrestri, ma le interferenze elettromagnetiche dei soli incontrati nei nuovi viaggi siderali, consentiti dall'avanzato sistema a contrazione temporale, davano scarti nei calcoli di rotta che innescavano pericolose deviazioni, misurabili solo attraverso l'immediatezza intuitiva di alcuni esseri umani che percepivano l'ampiezza di quello scarto in assenza di pensieri. Per questa ragione l'esame era imposto, da una legge planetaria, a tutti gli abitanti della Terra, anche a coloro che erano svantaggiati nella sfera psichica, e persino ai pazzi e ai delinquenti. Erano così rari i navigatori che nella storia della ricerca spaziale terrestre, incaricata di trovare nuove stelle simili al sole, se ne erano contati solo tre, tutti in viaggio da tempo, su Astronavi lanciate in direzioni che occupavano tre dei quattro angoli della croce cosmica. Restava da indagare il quarto, e la gigantesca Nave che ruotava insieme alla Terra, con una precisione che la rendeva immobile nel cielo, era lì, ad aspettare il suo navigatore.

Elsa era un puntino che aveva appena compiuto il suo sedicesimo anno di vita, e si stava chiedendo che stesse lì a fare, isolata, come tutti, in attesa di subire la confusione dalla quale avrebbe dovuto uscire. 
Essere scelti significava dover lasciare la famiglia, gli amici e ogni altro affetto, che sarebbero stati sostituiti dall'amore per l'intera umanità. 
Significava anche dover amare gli individui malvagi, come Ares, il figlio di Dio, aveva profetizzato.

Come un velo l'oscurità chimica l'avvolse, cancellandole ogni percezione spazio-temporale, e si trovò persa nell'oscurità della sua anima.
Come acqua, che cancella la scia lasciata da ogni memoria, lo spazio oscuro si chiuse attorno a lei, lasciandole solo il pulsare dell'angoscia nelle tempie.
Un pensiero prese forma in quell'oscurità, silenziosamente, e lei seppe che lo spazio aveva confini propri.
L'Infinito, che è assenza di limiti, le stava dicendo che le distanze siderali erano il battito di ciglia di un universo che non riusciva a immaginare di essere frutto della necessità di sbagliare.
E quell'errare poteva essere cancellato da chi sapesse di essere al centro del Tutto.

L'Astronave s'illuminò di avventura all'entrata di Elsa sul ponte di comando, e si preparò a lasciarsi guidare verso un confine che non avrebbe mai raggiunto.

venerdì 18 febbraio 2011

Questioni intricate




L'essere detestato dal mondo mi dà qualche flebile speranza di potercela fare. 
Fare cosa? 
Qualsiasi cosa si debba fare senza il bisogno di di piacere al mondo, dato che sono già stato privato della speranza di riuscire a convincerlo delle mie buone intenzioni. 
Fare per piacere a me stesso. 
Cosa ancora più difficile della prima… perché io sono un tipaccio difficile da convincere con le balle.
Certo che è un bel casino: se sei poco intelligente sei facilmente preda delle menzogne che ti racconti, ma quelle bugie risentiranno della tua scarsa intelligenza che produrrà una creatività zoppa, ridicola e poco credibile anche per uno scemo. 
Al contrario accade che la tua intelligenza, quando è sviluppata e raffinata, è anche capace di inventare, su di te, storie verosimilmente attendibili, ma se sei intelligente non ci caschi lo stesso. 
La grande Intelligenza del Creato, quella che obbliga ogni piccola intelligenza alla necessità di essere un pochino più vicina alla Verità di quanto non sia la convenienza bruta, costituisce la trappola che ci induce a scegliere per il Bene universale, ma molti non se ne sono ancora accorti. 
Sarà per la loro scarsa intelligenza o perché sono malvagi nell'anima?
Non sarà che le due cose sono la stessa cosa?

giovedì 17 febbraio 2011

So, nello scritto precedente, di aver detto cose che in pochissimi potranno capire, così ho deciso di rispondere alla difficile domanda che mi è stata posta (Ma come si fa a capire se la sensazione è illusoria o meno?) facendolo in un modo diverso, e più adatto a farsi comprendere.

Un uomo solo

Un uomo aveva vissuto la vita in modo molto intenso, non lasciandosi sfuggire nulla da cui fosse attratto, neppure le delusioni si lasciò mancare e ora, sul letto di morte, non si sentiva pronto a raccogliere l'ultimo frutto. Non era pronto perché non sapeva ancora riconoscere, con certezza, la Verità della sua esistenza. Diversamente da quanto gli era accaduto vivendo, la sua mente e il suo cuore stavano lì, abbracciati di fronte a un panorama oscuro, tremanti d'angoscia per un destino che non capivano, allo stesso modo nel quale non avevano compreso la ragione del loro vivere. Non avevano bisogno di parlarsi, né di distogliere lo sguardo dal mondo e speravano, in quegli ultimi attimi, di poter vedere le vere intenzioni che la vita aveva sempre avuto, dietro ai sorrisi e ai pianti che l'avevano sempre tenuta nascosta.


La vita, intanto, guardava attraverso i loro occhi, perché insieme a loro aveva vissuto e sperato, e atteso invano.


La mente e il cuore erano parte della vita e, come gli occhi di cui si erano serviti per nutrire la propria intelligenza, non erano riusciti a guardare sé stessi, perché erano stati aperti soltanto per riempirsi.

mercoledì 16 febbraio 2011

Sul grado di realtà che hanno le sensazioni


Un fatto illusorio significa che ha il suo proprio grado di realtà, ma che questo grado si riferisce alla realtà nella quale l'illusione si trova a esprimersi. È questa una questione di gradazioni che riguarda tutto ciò che esiste. Ogni realtà esistente è percepibile per mezzo dei sensi, ma anche dell'intelligenza che l'intelletto può esprimere. Le sensazioni devono passare attraverso i sensi per essere e determinare conseguenze, ma esse non sono mai una certezza assoluta. Questo è dovuto al fatto che pure i nostri sensi, limitati anch'essi dalla loro natura, devono, ognuno nel modo che gli è proprio, decodificare gli stimoli che li fanno funzionare. La vista riceve immagini capovolte che il cervello ribalta, l'udito trasforma le vibrazioni in suoni attraverso il timpano che è collegato a un ossicino, chiamato martello che, attraverso altri due ossicini, l'incudine e la staffa, amplifica trasformando le vibrazioni in suoni che il cervello decodifica. Non starò a ricordare quanto accade per il tatto, il gusto e l'olfatto, tutti e tre analoghi nel riconvertire i segnali ricevuti in sensazioni che arrivano dal sistema nervoso, attraverso il meccanismo sinaptico di trasmissione degli impulsi nervosi, alla corteccia cerebrale e al cervello. Tutti questi congegni fisici hanno il compito di trasmettere informazioni preservando, al più alto grado possibile di fedeltà, la realtà trasmessa, ma per fare questo devono manipolare quella stessa realtà. Poiché il processo di manipolazione, per vie e modi diversi modifica la realtà percepita, trasformandola in un adattamento alle esigenze del corpo fisico, si deve dire che è attraverso una certa degenerazione che riceviamo le sensazioni. A questa riduzione qualitativa e quantitativa naturale si associa un'ulteriore modificazione, operata dalla capacità che ha l'intelletto di ognuno di dare il corretto valore alle realtà delle percezioni. Tutto ciò che è esiste, per questo esistere anche una distorsione ha il suo grado di corrispondenza alla realtà che la riguarda: sul piano dove le allucinazioni esprimono loro stesse, e sono espresse da chi le vive, le allucinazioni sono reali. Stessa cosa dicasi per tutto ciò che è, i sogni per esempio. Anche le fantasie sono reali, nel loro proprio dominio. Dunque ne consegue che ogni individuo percepisce la realtà in misura proporzionale a ciò che questo individuo è e conosce. Non ci possono essere certezze assolute nella percezione della realtà, perché il percepire è relativo e può essere individuale e personale, oppure collettivo quando si tratterà di una percezione condivisa da più individui; inoltre la realtà percepita è essa stessa relativa, poiché è all'interno della possibilità di essere percepita. La condivisione di una percezione non darà a questo percepire carattere di assolutezza, e non lo darà perché un insieme di individui è un fatto essenzialmente quantitativo che non garantisce qualità. È necessario, all'acquisizione di una Certezza che sia assoluta e non sottomessa all'errore, che sia assoluto anche il modo attraverso cui si "Vedono" i princìpi che dall'Assoluto muovono, legiferando, la realtà delle relazioni che (si fa per dire) conosciamo.

E arriviamo, finalmente, a dover considerare le funzioni dell'intelletto: oltre ai sensi che percepiscono, al compito di dare significati all'esistenza concorre anche l'intelligenza della quale ogni essere, in diverse misure e proporzioni, è dotato. L'intelletto di ognuno è caratterizzato dall'intelligenza che è considerata la capacità di penetrare il senso della realtà, nei diversi livelli in cui la realtà si mostra o si nasconde. Ma da dove viene la facoltà che chiamiamo intelligenza?
È, questa, una caratteristica sottomessa alla possibilità di essere illusa o di trovare certezze indiscutibili?
Per saperlo sarà necessario fare ricorso alla natura implicita a ogni realtà relativa esistente, natura determinata dal principio universale che assegna a ogni cosa due aspetti, tra loro contrapposti e complementari, che corrispondono alle polarità che caratterizzano ogni unità che si è divisa nella molteplicità. È per questa legge che al sopra è correlato il sotto, al più il meno, al caldo il freddo, al dentro il fuori. Questo principio dice anche che la gamma nella quale l'intelligenza è compresa si trova tra un più e un meno, sia quando l'intelligenza è guardata dal punto di vista qualitativo che da quello quantitativo. Così se da un lato della polarità l'intelligenza è frastornata e illusa al suo massimo grado… dall'altro lato l'intelligenza può essere capace di centrare il senso preciso della realtà della quale è essa stessa una caratteristica fondante. Questo conduce a dover ammettere che c'è la possibilità che l'intelligenza sia molto lontana dalla verità o che sia a essa molto vicina. Lontana e illusa, oppure vicina alla certezza, nessuna intelligenza che sia ancora definita come "individuale" avrà mai la Certezza assoluta di ciò che conosce, e questo perché l'intelletto individuale ha bisogno di spogliarsi dell'individualità, dalla quale è racchiuso, per liberarsi ed espandersi nell'universalità dell'Intelligenza universale che è sua causa essenziale, oltre che sua ragione sufficiente d'essere. L'Intelligenza universale è sinonimo di spirito, ed è ciò che possiamo vedere della Realtà trascendente che relativa non è. La nostra intelligenza da Quella deriva, e di Quella è la figlia minore. Si potrebbe, per dare un'immagine geometrica, limitata ma simbolica di questa parentela, associare l'Intelligenza universale al Centro unico che ha generato una circonferenza che è composta da una molteplicità di punti, ognuno dei quali è il riflesso differenziato di Quello, centrale e unico, dal quale è stato generato. In questo Centro tutto è compreso in una potenzialità universale, la quale è unita alla possibilità di essere attualizzata, o di non esserlo nel caso sia un'impossibilità. Quel Centro è il "Non luogo" della Verità eterna e assolutamente certa. Ogni intelligenza individuale ha come obiettivo il ritorno alla propria fonte e radice dalla quale, ciclicamente, proviene. Ogni intelligenza individuale, puntino sulla circonferenza, è collegata al Centro nel Quale è compresa, comprendendone a sua volta la Centralità Essenziale. È attraverso questa Centralità potenziale che ogni intelligenza individuale potrà intuire il Mistero non relativo dal Quale tutta la manifestazione della realtà relativa è generata. Quando un'intelligenza individuale, attraverso il faticoso cammino di gioia e sofferenza, riuscirà a intuire il Mistero attraverso le Sue leggi universali, allora avrà compiuto il primo passo di una via che la condurrà verso il Centro che ha generato la circonferenza della vita, che è anche il Centro di sé, identico a quello di ogni altro essere esistente. È in questo Centro di sé che si trova la Verità. È in questo Centro universale che l'intelligenza potrà disfarsi dell'egoismo personale per ampliare al massimo grado le proprie potenzialità, che da individuali si trasformeranno in universali. Le sensazioni sono l'imperfetto mezzo attraverso il quale l'imperfezione che ci distingue trasmuterà se stessa nella perfezione della nostra radice, quella che ci unisce al Mistero senza nome.
La chiave che apre a questa possibilità superiore è data dalla consapevolezza dei princìpi universali che legiferano la manifestazione della realtà relativa. Questi princìpi sono le leggi, valide per l'universo intero, che organizzano e caratterizzano la natura dell'esistente, e conoscendoli nella loro perfezione si entrerà nella possibilità di riconoscere, questa volta attraverso la Certezza assoluta, quale è la via speciale che ognuno di noi deve percorrere per giungere al Centro di tutti i centri.

domenica 30 gennaio 2011

Sulla vita, la morte, e la liberazione da entrambe

La liberazione è l'affrancamento dalle costrizioni, perché la libertà è il non essere sottomessi ad alcun obbligo. Costituisce, dunque, il fine metafisico dell'esistenza. Esistenza che ha la sua ragion d'essere che non appartiene all'esistenza. Ogni effetto ha il proprio fine nella causa dalla quale è stato generato, e questa ricerca, implicita nell'essere, deve svolgersi secondo le leggi cicliche che ordinano l'universo. Ciclicità che non chiude mai il cerchio che si apre attraverso la nascita, perché l'incessante scorrere di ogni realtà sposterà il suo punto d'incontro con la morte, disponendo i due poli, quello della nascita e quello della morte quindi, su due piani diversi tra loro anche se contigui e uniti dalla verticale, che hanno in comune, e che attraversa il centro di entrambe. Questa sovrapposizione formerà la spirale che è modulo esistenziale di ogni processo vitale.
Immaginate un piano compreso tra le spire di questa spirale: la direttrice della spirale è l'asse centrale attorno al quale il movimento della vita ruota, mai chiudendo il cerchio che definisce ognuno dei piani che compongono la spirale. Piani che corrispondono alla sezione piana di ogni spira. La spira entra dal basso in questo piano ipotetico che stiamo immaginando, lo delimita e ne esce dall'alto. Il punto di entrata è costituito dalla nascita, quello di uscita dalla morte. Entrambi questi punti non appartengono ancora al piano immaginato sul quale si svolge la nostra esistenza individuale. È per questo che la nascita e la morte non possiamo deciderle, in quanto sfuggono al nostro controllo che è esercitato solo all'interno del piano in cui ci troviamo a essere. Se, in quanto individui che nascono, non possiamo decidere di nascere e nemmeno se morire oppure no, possiamo notare che i due poli, nascita e morte, sono uno il riflesso dell'altro e, come ogni riflesso, ognuno è l'immagine capovolta dell'altro. Se è vero che non possiamo decidere di nascere è altrettanto vero, al suo opposto capovolto, che è possibile decidere come morire, perché quel come è ancora compreso nel piano di esistenza che abbiamo appena considerato. Ogni nascita su un piano di realtà corrisponde a una morte sul piano che l'ha preceduto, e ogni morte sarà una nuova nascita sul piano successivo di esistenza. Non è una reincarnazione, ma l'esprimersi di un susseguirsi di stati dell'essere che sono molteplici e si svolgono su piani dell'esserci diversi tra loro. La reincarnazione è, invece, il continuare a rinascere e dunque a esserci sullo stesso piano di esistenza, cosa in sé che contraddirebbe le infinite possibilità attraverso le quali l'Infinito si mostra non essendo, in quanto privo di limiti, costretto dalla necessità di replicare uno stato dell'essere già vissuto. La liberazione corrisponde all'uscita da tutte le costrizioni che impongono al vortice della vita di ruotare entro limiti e recinti, siano essi dolorosi o piacevoli. La liberazione non è una estinzione dell'essere, ma una sua espansione nelle infinite possibilità che l'aver lasciato i propri limiti concede. Come una goccia d'acqua su una pietra che scotta non è da questa annientata, ma è trasformata espandendosi al di là di tutti i confini, l'individualità costretta dalla propria forma si libererà identificandosi alle proprie, infinite, possibilità.

mercoledì 26 gennaio 2011

Il coraggio di non avere coraggio


Oggi è richiesto coraggio per esprimere delle opinioni politiche circostanziate, perché è un attimo che ti ritrovi a ripeterle in un luogo circondariale.
È il coraggio che consente di giurare il falso, quello che di fronte alla verità te la fa chiamare apparenza.
Il coraggio non è uno stato d'animo e neppure un'inclinazione dello spirito, dato che quando si raccontano palle bisogna evitare di far ridere e, soprattutto, di ridere anche te insieme a quelli che, non avendo coraggio, cercano di irridere il tuo.
Il coraggio lo si coltiva dai dieci anni in poi, dopo aver detto alla mamma che ti ha beccato al cesso, che la privacy consente a ognuno di scrollarselo come gli pare.
Coraggiosi non si nasce, perché bisogna avere la tessera di un partito, possibilmente di destra, ma va bene anche uno di sinistra per cominciare, tanto il passaggio a destra il coraggio te lo assicura.
La prima inclinazione che ti dà il coraggio è sempre in salita, altrimenti non sarebbe coraggio.
La seconda è il riuscire a trasformarla in una discesa, possibilmente in campo.
Il coraggio è quella dimensione dell'essere nella quale non è importante essere da una parte o dall'altra, ciò che conta è essere sempre nel giusto anche quando trenta milioni di persone ti disprezzano e le altre trenta pure, anche se non hanno il coraggio di darlo a vedere…
Il coraggio di tutti quelli che si sono fatti ammazzare per garantire la dignità di essere deboli e indifesi non è vero coraggio, e infatti nessuno di loro se la sente di venire qui a dire che non ho ragione io...


sabato 15 gennaio 2011

Caratteristica peculiare alla specie umana


Ciò che caratterizza, con qualche piccola esitazione, la specie umana, è la facoltà del pensiero, unita alla deprecabile conseguenza del poterlo esprimere a parole, nei gesti, con la scrittura e addirittura attraverso il comportamento.
Ma la cosa che più attrae di questa specie sta nel fatto che le più alte dottrine che è riuscita a produrre, sono unite nell'affermare che l'uomo, per essere universale, deve essere capace di sostituire il pensiero individuale con la consapevolezza immediata che anticipa, precedendolo, il pensiero. Ci sarebbe da ridere se questa non fosse la Verità delle sue possibilità superiori e spirituali.
La Vista interiore degli umani è qualcosa che evoca il vasto orizzonte che entra, in un istante e attraverso un solo punto di fuoco, nella consapevolezza silenziosa che unisce, nella sintesi univoca dei princìpi, tutto ciò che è equivoco della movimentata realtà. La vista esteriore dovrà dunque accordare, insieme al pensiero che ne parla, ma sarebbe meglio se riuscisse a tacere, indiscutibile superiorità alla visione diretta del Vero. La Verità è, per tutti coloro che ne hanno coscienza, la stessa e unica Realtà.
Quando due individui che Vedono la Verità non concordano sulle sue conseguenze… significa che uno dei due mente, oppure che uno oppure entrambi sbagliano a tradurre il Vero nel processo che necessariamente lo degrada quando lo si sposta attraverso la comunicazione.

venerdì 7 gennaio 2011

eccheccazzo!



Sbattuto
senza alcuna premura
su un pianeta del cazzo
mi rigiro nel livore 
di non averlo deciso io 
Almeno spero. 
Quale mente perversa 
è stata capace 
di convincermi 
che essere gettati 
in un gelido calderone 
riscaldato dall'odio 
dove i confini del privato 
sono tracciati dalla violenza
sia meglio di niente 
quale orribile sarcasmo 
è riuscito a nascondere 
il suo ghigno benevolo
mentre mi allettava l'egoismo 
quale volontà insaziabile 
ha fatto tutto questo 
ho bisogno di scoprire 
Per ora lotto contro me stesso 
nel vano tentativo 
di riuscire a tacere il mio sconforto 
per non prendere le parti del male 
che ho imparato a riconoscere 
soprattutto 
quando mi ruggisce dentro.

lunedì 29 novembre 2010

Gelo
Il gelo era sceso improvviso, implacabile come un inverno, e si era fatto guardare, come chi non teme di avere qualcosa da nascondere, perché la natura si nasconde solo quando è a caccia di se stessa.
Il gelo della solitudine tempra l'anima, come il corpo di un torturato indurisce il ferro arroventato che lo penetra, oppure la uccide.
Nessuna luce irradiava dal fuoco che stava consumando il corpo di quella che era stata sua moglie, espressione di un'anima che aveva voluto fosse cremato, e l'urlo di disperazione lo allontanò da un Cielo che non riusciva più a guardare sorridendo.
Uscì piano, trascinandosi all'esterno di quella fornace dove neppure le bestemmie danno sollievo, con la mente appoggiata a ricordi che lo trafiggevano di un calore simile a quello dell'ultimo abbraccio.
Sua moglie se n'era andata nella speranza che lui riuscisse a essere forte, e la speranza di lei era rimasta, per lui, l'unica ragione di vita. 
Una ragione che se n'era andata con la sua vita.
Ricordò che le disse di aprirsi a un uomo, quando lui fosse morto per primo, in quella folle maratona che vede al via tutta l'umanità che vive non guardando la morte negli occhi.
La ricerca della felicità gli parve la cosa più stupida che si potesse fare, in un universo che perseguita la vita.
Si diresse verso l'uscita, tra due file di cipressi scuri in volto, come soldati che non potevano dimenticare di essere in una guerra perenne.
Fissò il sole come a sfidarne i gelidi raggi, e lui si nascose dietro a un cielo del colore di un'arma, poi rivolse lo sguardo a terra e capì che la terra, per riflettere il cielo, doveva sciogliersi per accogliere quella tenerezza in sé.
Camminò tutta la notte, in un paesaggio sempre uguale a se stesso che non sarebbe più cambiato, nemmeno all'arrivo del giorno.


sabato 27 novembre 2010

Microstorie


Verità
Come tutti, o quasi, era convinto che la verità fosse solo una sua opinione personale che, sommata ad altre opinioni individuali analoghe alla sua, si sarebbe trasformata da soggettiva in oggettiva. Una questione di quantità, quindi.

Per lui l'unica qualità che aveva la Verità era la solitudine.


Incertezze certe
Dopo alcuni giorni di riflessione maturò la certezza che la certezza dovesse essere un obbligo determinato dalle difficoltà che ha l'incertezza nel raggiungere la perfezione.

Naturalmente… se l’incertezza potesse raggiungere la perfezione del suo stato diverrebbe una… certezza: 
la certezza dell'incertezza.


Professori e studenti
È altamente improbabile che un professore possa ammettere di avere, tra i suoi studenti, un giovane più intelligente di lui. Questo perché se uno studente si trovasse in quella sfera di consapevolezza non glielo farebbe mai sapere, dato che al professore mancherebbero gli strumenti intellettuali per poterlo accertare e, dunque, accettare.

Pensiero forma
La forma è il contorno di un limite, pensava, dando forma, con questo pensiero, a una limitazione meno gravosa.

Limiti

Comprese che, per aver ragione dei propri limiti, avrebbe dovuto restringerli, prima di superarli.

Orizzonte intellettuale
Il limite è un orizzonte che... più si allarga... e meno panorama si vede.

martedì 23 novembre 2010

La rotondità della luce


C'è un silenzio
che segue
ogni parola
in ciò che
la parola
non può dire
e una parola
che accompagna
ogni silenzio
per quello che
il silenzio
vuole significare
C'è amore
nascosto
in ogni moto d'odio
ed è amore
deluso
e c'è odio
pronto al balzo
in ogni parola
d'amore
Nel muoversi
d'ogni cosa
c'è l'immobilità
della Realtà
che ha generato
la Libertà
di poter decidere
per sé e
per gli altri
In questa libertà
c'è una cella
della quale
la menzogna
non ha la chiave
perché solo
la Verità
può aprirla.

venerdì 12 novembre 2010

Confini

Non è difficile notare che ogni cosa è conseguenza di un'altra cosa che l'ha causata, e con la stessa facilità si può vedere che ogni cosa ha un'altra cosa contraria che le si oppone, e nel mezzo di questa opposizione sta un punto di equilibrio nel quale l'opposizione è conciliata.
La caratteristica che unisce ogni elemento dell'universo è che ognuno di essi ha bisogno di tutti gli altri elementi che confinano con lui i quali, a loro volta, necessitano dei loro confinanti in un estendersi di bisogni che indicano confini. Si deve ammettere che ogni cosa ha dei confini che ne limitano le possibilità di espressione. La somma di tutti questi confini sarà, necessariamente, un confine inimmaginabile, ma sempre limitato.
Quale dovrà essere la causa di questo tutto che confina e che chiamiamo "realtà"?
E con quale altra realtà confinerebbe?


Se è un tutto… significa che non esistono altri "tutto" fuori da lui, perché essendo un tutto necessariamente li comprenderebbe.
Se non possono esistere altre realtà confinanti con lui significa che il tutto deve essere tondo, in modo che la rotondità imponga la ciclicità, la quale non riesce mai a raggiungere l'orizzonte che è il suo limite apparente.
Una rotondità così enorme da non poter essere immaginata.
Una rotondità talmente grande da sembrare lineare.
Una rotondità composta da rotondità sempre più piccole, a loro volta somme di altre rotondità che saranno a loro inferiori.
Un'enorme movimento ciclico composto da movimenti ciclici più piccoli.
Una rotondità che ha un centro privo di estensione uguale ai centri di tutte le altre rotondità che la compongono.
Un centro senza dimensione né forma perché è la Causa di tutte le forme, e mai una causa è identica ai suoi effetti.
Mai una cosa è perfettamente identica a un'altra, anche solo per il fatto di occupare spazi diversi.
Il tutto, esteso durevole e limitato, è l'effetto di un centro non esteso, non durevole e illimitato.
Un centro che, pur essendo matrice del tutto, non partecipa al movimento del tutto perché è il suo Asse immobile.


Un centro senza forma che è immagine riflessa del Principio dal quale nascono tutte le forme.


Ogni riflessione è un capovolgimento di ciò che si riflette, così il centro stesso, pur mantenendo la stessa centralità, è capovolto.
Questo centro, nel quale ogni circonferenza trova origine, è la realtà più piccola immaginabile dell'universo e, essendo capovolto, deve anche essere la più grande.


Non si può dare un nome a ciò che ha, in potenza, tutti i nomi in Sé.
Non si può dare forma a chi ha, in potenza, tutte le forme in Sé.
Non si può dire che il Centro che comprende tutti i centri esista, perché se esistesse sarebbe sottomesso a un limite che il Centro non può avere, perché non ha contrari che gli si oppongano.
Ogni centro non è mai il contrario di una circonferenza, perché la comprende in potenza e ne costituisce la causa.
Mai un effetto può essere il contrario di ciò che l'ha causato.


Il Centro che non è relativo è più che l'essere e più dell'esistere.
È in tutte le cose e tutte le cose sono una sua espressione nella molteplicità, ma lo sono capovolgendone l'unicità dell'essenza.
Per questo capovolgimento esiste il male ed esiste il Bene, esiste l'ingiustizia e la Giustizia, l'odio e l'Amore.
Nel Centro tutte le opposizioni trovano riposo.
Nel Centro si vede il tutto per quello che il tutto è e non è.
Nel Centro si è pronti a riconoscere le ragioni del tutto, e a vedere che queste ragioni sono oltre ogni limite e non hanno confini.
L'Infinito è la ragione d'essere del finito, come la Libertà totale è la ragione d'essere di quella parziale.