mercoledì 28 luglio 2010

Siamo così in pochi



Io ci ho provato, ignorando i consigli degli antichi maestri, nella convinzione che fosse possibile, se non proprio comunicare la centralità dell'Essenza, che è assolutamente incomunicabile, almeno a dire dei princìpi dell'universo e la logica che da questi è ordinata.
Mi pareva assurdo pensare soltanto al mio lavoro interiore, e poi raccogliere erbe mediche da vendere al mercato, come i saggi di un tempo suggerivano di fare, per non correre il rischio di essere individuati e messi al rogo.
Noi siamo così in pochi, sempre meno che in passato, e conosciamo tutti la stessa cosa, della quale non possiamo dire perché non è una cosa, non può essere confrontata e non ha contrari. Io ho sempre vezzeggiato la parola, e attraverso il parlare ho girato attorno, innumerevoli volte, al Mistero silenzioso, aggirando la sua superficie nel tentativo di dare una flebile forma al niente che da Quello promana, nell'insensato bisogno di ricambiare il dono che da Quello inspiegabilmente ho ricevuto.
Siamo così in pochi a dover tacere attraverso di Lei, l'Intelligenza silenziosa che non ci appartiene, e ci usa come dev'essere utilizzata la Libertà.
La libertà di non poter dire di Lei senza essere giustamente considerati ridicoli usurpatori del diritto che ognuno ha di guardare da sé la Verità che non appartiene a nessuno.
Alcuni di noi, i migliori tra noi, sono stati macellati dalle piccole intelligenze che non sopportavano i miracoli fatti dal vuoto del Cielo. Altri come noi, si sono chiusi nella caverna del cuore, serrando i loro occhi fisici alla presenza necessaria dello stupido male.
Siamo così in pochi, noi che vediamo questo miracolo grande, così immenso nel suo essere piccolo, che altri diversi da noi ne sospettano la presenza solo quando hanno timore di subirne il giudizio.
Se noi non fossimo così in pochi questo mondo scivolerebbe più lentamente verso il baratro che si è scavato, e che implica la propria fine, e forse siamo così in pochi per non poterne più arrestare la corsa. La morte è necessaria per l'uomo che è nato, come per la civiltà che lui ha eretto, ma la morte in uno stato dell'essere è nascita in un altro stato, e non c'è una morte che non sia contemporaneamente un'altra vita, a parte quella che si ricongiunge alla Libertà assoluta. Noi pochi a questa Libertà ci rivolgiamo, amandola senza doverle sacrificare altro che noi stessi.

sabato 24 luglio 2010

Storie vere



Per chi ama scrivere, creando da quel nulla che ogni scrittore si ritrova a essere, raccontare storie vere è una tortura. La verità costituita dalla realtà non va troppo d'accordo con chi le preferisce storpiature fantasiose, da far passare come fossero preferibili agli accadimenti reali. Non che la fantasia non abbia il suo legittimo grado di realtà, se c'è è reale anche lei; come i miraggi può condurre a perdersi tra le dune dei desideri impossibili a realizzarsi se non nei sogni notturni. Naturalmente anche i sogni sono reali, nel loro proprio dominio, e possono farti scoppiare il cuore di paura.
La realtà, per difendere la propria consistenza, non smette di sottolineare come contraddittorie e insostenibili tutte le ipotesi che l'uomo le disegna attorno. In tutte queste formulazioni di matrice umana qualcosa di essenziale è sistematicamente occultato, nella speranza del formulatore che nessuno se ne accorga. Per fortuna la realtà è totale, occupando tutti gli angoli dell'universo, e tace, ruotando attorno agli uomini come una cacciatrice armata di frecciatine velenose, che scocca appena ci dimentichiamo della sua presenza. Lei usa diversi tipi di veleno da spalmare sulla punta dei suoi dardi, il più pericoloso dei quali è l'incantamento d'amore. Sì, perché insieme all'amore ci mischia l'odio. Se così non fosse ci ritroveremmo tutti ad amare tutti senza alcun merito, e la vita perderebbe di significato e valore, senza contare la gelosia che questa follia susciterebbe. Diversamente, se si diventasse capaci di amare senza dover possedere l'oggetto amato, allora la gelosia perderebbe il suo peso possente, e il volersi bene non si trasfigurerebbe nell'ammucchiata cosmica che il "Partito dell'amore" auspicherebbe. Il Presidente di questo Partito ha un'impellente necessità d'amore, che contraddistingue tutti coloro che hanno dovuto, per contingenze superiori di ordine economico e politico, trascurare la sfera affettiva che, per loro, è diventata come una palla da bowling che resta agganciata a dita diventate artigli.

Dita


Questa cosa dell'appartenere a un pirla che crede di essere uno scrittore ci fa impazzire dalla gioia. Lui crede di essere padrone assoluto delle sue dita, mentre noi lo compatiamo solidali. Non che sia facile padroneggiare i suoi pensieri, ma se ci si mette d'accordo non è difficile dargli l'impressione di essere lui a scrivere. La manovra è un poco complessa e differente per ognuno di noi, in dipendenza dei legami sinaptici che abbiamo coi dendriti del suo, chiamiamolo pure, cervello. Sono collegamenti incrociati di ardua gestione, se dovessimo agire in dieci, ma per fortuna il cretino usa solo due di noi, io e il mio corrispettivo dell'altra mano, quelli che di solito usa per mandare affanculo il mondo. Non è strano che, per farlo, l'uomo usi il dito medio, proprio quello che, rappresentando la via di mezzo, dovrebbe essere il più equilibrato? Ma non stiamo a sottilizzare sui misteri dei meandri dell'animale di cui siamo una parte più attiva di quanto lui creda, e concentriamoci sul da farsi, ché lo scemo si sta organizzando per scrivere le solite quattro idee rimescolate tra loro con quella che chiama "creatività". Si tratta, in fondo, di essere più veloci del suo pensiero che, vi assicuriamo, è cosa da niente. La strada che deve fare l'ispirazione, povera in canna che quello si ritrova, per arrivare al risultato finale, è abbastanza lunga da consentirci di anticiparne i funesti effetti. Più o meno funziona così: lui, lo "scrittore creativo", vive alla cazzo pensando di essere un genio della sopravvivenza, e quando la noia lo ammazza si fionda alla tastiera del Mac, e apre la botola del suo ego. Da lì si accede ai bassifondi dell'anima che dà sulla scala a chiocciola che sprofonda nello spirito. Luogo misterioso anche per due dita intelligenti come noi. Da lì recupera una secchiata di sensazioni che lui chiama, pomposamente, "Intuizioni", e le riversa nell'androne della coscienza. Quella, disordinata com'è, le raccatta accumulandole nel pensiero che attiva i neuroni i quali, spintonandosi, ci inviano ordini. Ora che questi arrivano noi due abbiamo già iniziato a scrivere altro. Lui all'inizio ci rimane un po' male, ma poi si convince, essendo suo il corpo, di avere poteri straordinari e ride, meravigliato delle cose che gli consentiamo di leggere. È stupefacente che anche adesso, dopo questa nostra confessione, pensi di essere lui ad averla immaginata…
Noi dita, a differenza del cervello, siamo disponibili a essere lavate senza che questo modifichi la conoscenza che ci siamo fatte accarezzando la realtà. È per questo che affrontiamo gli avvenimenti considerandoli nei modi, delicati o cruenti, suggeriti dalle conseguenze che da quelli hanno avuto seguito. Noi dita raramente ci sentiamo a disagio, nell'anticipare le stupide posizioni preconcette che cervelli, privi di obiettività, adottano per non faticare nella ricerca di argomentazioni a sostegno.
È per questo che i cervelli con il compito di scrivere i libri di storia o le enciclopedie assumono dita prezzolate, dunque rese innocue, per digitare le loro falsificazioni.
Le dita, è noto, non hanno emozioni proprie, eccetto il disprezzo che nutrono per la dabbenaggine con cui i cervelli filtrano le informazioni destinate ad appesantire la loro incoscienza. Quando lo "scrittore" al quale siamo attaccate, e del quale riempiamo gli spazi lasciati vuoti dalla sua intermittenza intellettuale, era uno studente, si faceva acriticamente propinare delle balle cosmiche senza batter ciglio. Riuscirono persino a fargli credere che un guerriero di nome Attila, un Unno, sia stato il più sanguinario condottiero e Re che la storia ricordi ma, nel contempo, anche colui che si fece fermare, nella sua conquista facile, dalle raccomandazioni di un vecchio Papa di nome Leone e dal suo innocuo crocifisso.
Noi dita comprendiamo le gravose limitazioni di un cervello costretto dal non poter toccare di persona la realtà, che deve ribaltare le immagini che la retina gli invia al contrario, e che si schiaccia contro la fronte ogni volta che il corpo arresta, di colpo, la propria corsa, ma proprio per queste ragioni dovrebbe astenersi dall'elaborare ipotesi fantasiose sull'esistenza. Un rapporto con la vita afflitto da tante pesanti limitazioni dovrebbe indurre il cervello a emulare il comportamento dell'intestino, al posto di ergersi sulla cresta delle cime tempestose sulle quali alpeggia la consapevolezza universale.
Che il cervello si chieda chi traccia la croce del voto politico che lo metterà in croce.
È questo il modo attraverso il quale noi dita organizziamo i crimini del potere mafioso che governa il paese, e lo facciamo allo scopo di mostrare ai cervelli la loro inutilità.
Così come il cervello usa noi dita per esprimere consenso, dissenso oppure, in associazione ai coglioni, anche l'esecrazione della cattiva sorte, le dita minacciano il cervello di accecare quel poco di lui che vede. Il cervello non la prende bene e manda ordini che impongono alle dita di grattare distretti dell'organismo squallidi e puzzolenti. Non che le dita apprezzino granché questo suo senso umoristico, e lo si capisce dal fatto che prolungano la grattata tanto da far perdere il controllo al cervello che non può impedire un arrossamento che richiederà una grattata riparatrice aggiuntiva, volta a peggiorare una situazione che era già compromessa in partenza. Naturalmente quella appena ricordata non è la più sgraziata tra le possibilità che si offrono per aggravare un conflitto perennemente in atto tra l'intuire delle dita e il cogitare supponente della materia grigia; non bisogna infatti dimenticare che le dita si assumono la responsabilità di appiccare fuoco al corpo, mentre il cervello è intento ad autocommiserarsi, o a protestare per la vita grama della quale ha faticato a prevedere le nefaste conseguenze realizzatesi.
L'enorme vantaggio che noi dita abbiamo nei confronti del raziocinio (si fa per dire) che caratterizza il lavorio mentale dell'organo che occupa, abusivamente, il piano rialzato dell'organismo umano, sta nella maggiore distanza che ci separa dal Cielo e che ci concede di prepararci al peggio. Quello stesso Cielo misterioso che invia messaggi troppo carichi di valenze simboliche che, a tradurne il senso, c'è da perdere la gioventù. Noi dita, invece, non ci fidiamo dei gorgoglii sinaptici dei neuroni, che funzionano a impulsi elettrici come le lavatrici, e affidiamo il nostro intuire alla benevolenza dell'Intelligenza ordinatrice del Cosmo, la stessa che ci ha dato l'abilità e le unghie per pulire i condotti respiratori che consentono di inalare la vita dal Cielo. Chi avrebbe l'ardire di affermare che sparare a casaccio ipotesi sull'esistenza sia più importante del respirare?
Che gli frega al cervello di mancare il bersaglio con le sue idee balzane, buttate giù senza tenere in alcun conto le variabili capaci di trasformare un tetto protettivo... in una grondaia a penzoloni alla quale noi dita ci attacchiamo per salvare la pelle?

Nella particolare gerarchia in cui è ordinato lo specializzarci di noi dita, il primo posto non è occupato dalla presunta santità con la quale i cervelli predicano bene e razzolano male, ma dalle dita dei chirurghi che aprono i cervelli allo scopo di eliminare, senza esagerati danni collaterali, quel settantacinque per cento di cervello che nessuno sa a cosa dovrebbe servire. Tutti gli organi e i componenti del corpo umano sono commisurati alle loro funzioni, ma per il cervello la cosa pare non abbia importanza. Lui funziona con solo un quarto della sua massa fisica e un decimo di quella emotiva. Non è questo un
segno inequivocabile d'immaturità?

mercoledì 30 giugno 2010

La scatola nera

—Meno male che dove non c'è un dove anche il tempo pare immobile, altrimenti questa sala d'attesa mi avrebbe snervato
—Due tizi armati di ali mi hanno detto che mi avrebbero chiamato loro, e che non c'era fretta, almeno finché non avessi capito come aprire la mia scatola nera
—Io che cazzo ne sapevo di quella scatola, e mi dà fastidio che debba essere pure nera
—Quei due stronzi vogliono che io creda sia la mia anima, glielo leggo nelle intenzioni, visto che tengono gli occhi chiusi
—C'è una tristezza qui dentro che pare un mortorio, solo quei due che si baciano tra le lacrime mi ricordano di essere nella sala d'aspetto del reparto "Nuove nascite"
—Avessi almeno un nome, ma mi hanno tolto pure quello quando sono morto, e adesso mi chiamano con un "Hei tu"!
—Ma quante volte devo sentirmi dire che è arrivata la mia ora?
—Mi fanno entrare in un'altra dimensione del cazzo, dopo avermi dato tutti gli elementi per non credere alla sua sussistenza, e mi sbattono di qua e di là senza rispetto alcuno, mentre l'assenza di misericordia traspare da tutti i loro sorrisetti maliziosi
—Se questi sono gli angeli figurarsi come saranno i dèmoni, a meno che non siano proprio loro i dèmoni…
—Fanculo, qui è come nella vita passata
—Nessuno che ti dice una cosa giusta e tutti si scandalizzano che tu non abbia ancora capito cosa ci stiamo a fare in questa bolgia d'imbroglioni stronzi—


—Te lo diciamo noi cosa ti aspetta, e ti aspetta quello che dovrai essere— una fila di essenze dietro a volti irreali, nell'immobilità giudicante, si presenta con l'aria di fare una menata


—Sentite, facciamola breve che mi sono rotto i coglioni di tutta 'sta trafila demente— mi sento dire isterico
—Che cazzo volete da me, visi pallidi?— loro non muovono un ciglio, dandosi l'aria di conoscermi meglio di come mi conosco io, cosa manifestamente priva di valore dal momento che io non mi conosco affatto


—Non mi direte che la giostra si deve pagare dopo aver concluso il giro, vero?— il mio tentativo di scoprire, provocandoli, chi fossero quei visi sparisce nel vuoto in cui tutto è infangato e quelle espressioni, insinuatesi illegalmente nel mio sentire, sembrano cercare qualcosa che non trovano.


—Tu sei una manifestazione di luce, e sei stato dotato di un'intelligenza capace di oggettività, e l'oggettività è verità
—Il non aver applicato al tuo vivere la possibilità di apertura incondizionata verso la trascendenza mostra che, per te, l'intelligenza è un lusso che non ti puoi concedere
—Ora noi valuteremo, per il potere concessoci dal Mistero senza nome, il grado esistenziale e la forma che assumerai nella sfumatura in cui una nuova esistenza aspetta le tue fatiche—


Tra tutte le cose che potevano dire quella che avevano appena sputato al moncone che restava di me era la peggiore. Non potevo credere a quello che avevo capito essere il risultato di una vergognosa trappola, nella quale ero stato tirato in mezzo come un animale che si dovrà rimangiare il proprio vomito


—E come mai nessuno, prima d'ora, mi ha mai detto che ero intelligente?
—Adesso arrivate voi e mi volete togliere quello che non ho mai avuto?
—E questo Mistero, che si tiene nascosto agli occhi del mondo e che manco si mostra adesso, mentre me le manda a dire dai suoi sicari?
—Chi è o cosa è?— stavolta ero furioso davvero, come uno che dopo ore di coda si sente dire di avere sbagliato sportello, dallo stesso impiegato che gli aveva dato l'indicazione sbagliata.
Quelli non avrebbero mosso un muscolo nemmeno se l'avessero avuto.


—Il Mistero non È, perché l'essere sarebbe una costrizione insostenibile per Lui— sibilarono a una sola voce


—Eccoli lì, prima a dirti che sei un essere creato a Sua immagine e somiglianza, poi che a Lui fa schifo l'essere... io non ne posso più di 'ste cagate cosmiche, ridatemi il mio nulla e cancellatemi dal programma di recupero ché tanto è destinato a fallire!— avessi avuto un corpo senza quelle mutilazioni me ne sarei andato seduta stante, da quel ridicolo consesso di inquisitori spirituali.


—Il tuo destino universale è nel Centro che ti aspetta come sempre, e a noi non è concesso togliertelo, ma la strada per raggiungerlo... quella sì che te la possiamo allungare, e anche riempirla di bivi
—In quegli incroci, in mezzo ai quali dovrai scegliere il male minore, non sarai più aiutato dall'intelligenza che tu hai fino a qui insultato, e che il Mistero abbia pietà di te...
—Nascerai come uomo!—


Cosa fosse un uomo ormai sarebbe stata la cosa che mi avrebbe interessato di più, in quella miriade incalcolabile di realtà complesse che galleggiava nel buio cosmico, e mi lasciai accompagnare senza metterla giù dura, come avrò probabilmente fatto tutte le altre volte, chissà dove, quando e in quali forme.


Per quel "non scorrere", dove nascita e morte si sovrappongono mancandosi di poco, la nascita somiglia a un pianto di dolore, mentre nel posto umido, nuovo e sconosciuto dove ora sono stato imprigionato, sento aria di festa attorno a me, e mi pare proprio la prova che l'intelligenza me la devono avere tolta del tutto.

lunedì 28 giugno 2010

L'odio


L'odio non si riesce proprio a descriverlo, ed è un peccato doversi affidare alle prove.
Purtroppo il bisogno di spiegare cos'è non coinvolge solo gli scrittori; interi popoli sono impegnati a costituire esempi fin troppo espliciti su questo sentimento, che sa trascinare le comunità degli umani più della sagra dell’albero della cuccagna.
Sì, perché sul palo dell’odio non c’è il grasso spalmato che ostacola la salita, e ci si arrampica in tanti e tutti insieme, nell’euforia di avere tante ragioni da vendere, senza pensare che in cima non è appeso nulla e che il palo non reggerà il peso di tutti.

Grazie disgrazie



Tommy non sapeva se fosse un buon segno o l’inizio di una catastrofe, ma attraverso la fessura dei suoi occhi riusciva a vedere una moltitudine di persone in lacrime che lo toccavano, facendosi il segno della croce subito dopo. Non che lui avesse qualcosa da ridire sulla croce, ma gli pareva strano che prima lo toccassero. L'ultima cosa che la sua memoria aveva tatuato sulla propria spalla era un'intensa luce, esplosa proprio mentre stava mandando un messaggio di auguri, col telefonino, non si ricordava più a chi. Certamente a uno di questi che lo stava toccando prima di segnarsi. Stette immobile ancora un poco, nel timore di potersi alzare da quella comoda prospettiva ma, alla fine, si decise ad aprire un occhio. Uno di quelli che lo aveva appena toccato fece un passo indietro e glielo richiuse, come si fosse sentito responsabile di quello strano riflesso della palpebra che si era ritirata. Tommy non fiatò, e gli parve quasi giusto dover tornare al buio appena lasciato. Dopo qualche altro segno della croce si decise e aprì l'altro occhio, che focalizzò zia Teresa, quella zoppa che non moriva mai. Lei lo fissò senza allarmarsi e glielo richiuse con dolcezza. A quel punto Tommy provò ad alzare il capo, ma i muscoli non rispondevano ai comandi pigri che gli aveva inviato. Riprovò ordinandoglielo, ma non accadde niente. Allora aprì tutti e due gli occhi, urlando con lo sguardo al coperchio che stava rimettendolo nel buio pesto del quale non riusciva a liberarsi. Sentì ancora il rumore del trapano che avvitava il suo destino all'oscurità e uno struscio sopra la faccia, che doveva essere la voce di una composizione di rose arrivate a sostituire il cielo che non avrebbe più rivisto. Tutto sommato lì dentro si stava comodi, e l'unica cosa che gli spiaceva stava nel messaggio di auguri che aveva mandato a qualcuno di quegli stronzi lì fuori. Il discorso del prete gli parve persino bello, non fosse stato per quel "Accettalo con te, Signore, come noi lo abbiamo accettato qui, con noi, sulla terra"…

Consigli sullo scrivere un capolavoro



Scrivere una storia è facilissimo, a patto di non avere la storia già tutta scritta nella mente. Quando si sa già cosa dire ci si trova nella stessa condizione in cui è un manuale d'istruzioni, che è freddo, preciso, saputello e anche stronzo. Sono queste delle qualità, a parte lo stronzo, che servono a poco. Occorre che lo scrittore inventi, quando deve fare cronaca, oppure si attenga ai fatti quando deve inventare. Non è semplice come sembra, perché la verità è sempre in agguato, pronta a svergognare chiunque, e allo scrittore avanza solo la possibilità di convincere il lettore che la verità sta raccontando palle. Per fare questo è necessario che chi scrive creda per primo alle bugie che racconta, perché se non ci crede lui non può pretendere che ci creda chi è più intelligente di lui. Uno scrittore di talento deve dare per scontato di essere più stupido del più idiota tra i suoi lettori, e questa è una manovra ardua, perché chi crede alle palle che racconta difficilmente dà credito alla verità. Una volta superate queste prime difficoltà, che scremeranno chi ha talento naturale da chi ce l'ha artificiale, si può partire con lo scrivere un capolavoro, l'opera d'arte arriverà dopo, quando i lettori del capolavoro si saranno convinti che se fosse venuta in mente a loro, una cosa così acuta e intelligente, l'avrebbero depositata in banca e non data alle masse ignoranti.
Lo scrittore deve saper rendere interessante anche una cagata che tutti conoscono per averla sentita narrare dalla nonna sclerotica, che dopo due minuti che parla viene voglia di ucciderla senza rimorsi. Già, i rimorsi, ecco un'altra caratteristica essenziale che non deve coltivare uno che scrive falsità.
Scrivere implica conoscere in anticipo le aspettative del lettore, in modo d'aggirarle rivoltando la storia tante volte quante sono necessarie per spiazzare il lettore. Poiché i lettori sono molti -almeno si spera- si renderà necessario prenderne uno a casaccio come modello, secondo le ben note leggi della statistica. La cosa si complicherà parecchio per gli scrittori single e senza amici, che abitano in villette non a schiera fuori dai centri abitati.
In pratica si inizia a raccontare accompagnando il lettore a farsi delle convinzioni che in seguito saranno demolite, dimostrandogli che la colpa è sua se non ha notato quel piccolo particolare del racconto che noi avremo opportunamente nascosto tra le righe del sottintendere.
Operando in questo modo, ogni volta che il lettore pare abbia in mano il bandolo della matassa, non si avrà più la necessità di un finale intelligente, perché il lettore accetterà qualsiasi cosa pur di chiudere il libro e regalarlo al suo peggior nemico. D'altronde l'arte dello scrivere si appoggia sulla diffusione, e a noi che cazzo ci frega se quei due sono nemici. Chi pensa che il passa parola che determina il successo di un'opera abbia solo valenze positive, non ha capito la ragione per cui la Divina Commedia è il libro più conosciuto e meno letto dopo la Bibbia.

La sala d'aspetto




Morire non deve spaventare, perché si è sempre aiutati dal deliquio che attutisce il dolore, mentre nella sala d'aspetto che ti attende dopo non c'è una sola possibilità di perdere conoscenza.
Chi s'immagina che il morire sia semplicemente qualcosa che cessa di essere deve solo sperare di crederci fino in fondo, perché solo in quel caso gli sarà concesso di dormire ancora un poco e riposare, fino a quando non si può dire, e non sarà piacevole scoprirlo. Io ho preferito stare sveglio e guardare gli eventi, nella convinzione avuta nella vita lasciata alle spalle, che è sempre meglio sapere che illudersi, se si ha la forza di sopportarlo.

Non so ancora perché di questa sala d'aspetto non si sapeva nulla, quando si respirava in un corpo che pulsava liquidi, ma immagino sia per la stessa ragione che ci impediva di imporre al cuore, col pensiero, la vita o la morte.

La sala è delimitata dalla natura di una domanda, la quale è una per ognuno, ma uguale per tutti.
Io ora sono dall'altro lato di quella domanda, per la quale mi è stato concesso di vedere la risposta, per questo posso raccontare della sala, e del Mistero che continua dopo.

Nella sala non c'ero che io e i miei dubbi, e un velo sul cuore della mia intelligenza.

Lo scopo della sala è quello di scostare quel velo senza sostituirlo con la pazzia.

L'Intelligenza che rivela svelando non ha necessità che la domanda sia posta, né risponde a parole, ma io quelle devo usare se voglio dire a voi della mia pena.

Avevo davanti a me il cielo, nero e spesso dell'incoscienza, pieno di numeri scritti con la luce, che si risolvevano e complicavano in formule indecifrabili, che diventavano stelle sempre più grandi e misteriose. Tutti quei calcoli erano cominciati da un numero, l'uno, e in tutti quei numeri successivi quella unità era lì a sorreggerli, motivandone il senso.
Non c'era, in ogni parte di quella inestricabile complicazione di numeri, un numero che non dovesse la sua necessaria esistenza all'uno iniziale, del quale costituiva una modificazione.

Qualsiasi risultato di quel vivo calcolare sarebbe dipeso dalla legge impressa dall'unità primordiale, pallottola di un pallottoliere del quale non si poteva vedere il telaio.
Quell'unità era una totalità che tutti i calcoli aveva dentro di sé prima che si potesse calcolare.

Le conseguenze di questo erano stupefacenti, perché l'inizio e la fine coincidevano nell'unità, ma in tutto il correre che li separava ci stava la nostra sofferenza del vivere, insieme alla nostra gioia.

Ogni evento nel quale ci si trova è reso possibile dai nostri bisogni e dai nostri sogni, ogni goccia di pioggia, ogni raggio di sole è dedicato esclusivamente a ognuno di noi.
L'intero universo esiste, perché ognuno di noi è.
L'universo è personale e riservato, nel suo non essere una proprietà.
Se piove perché abbiamo bisogno di bere, piove per ognuno di noi, solo per ognuno di noi.
Se il sole deve asciugarci, ogni suo raggio è dedicato a ognuno di noi. Tutto il sole esiste, perché ognuno di noi è.
Quando si osserva il cielo nero che contiene la possibilità del giorno lo si vede pieno di calcoli che brillano; quei numeri sono, per ognuno di noi, diversi e dedicati a ognuno di noi, ma da tutti sono visti come fossero gli stessi dedicati a nessuno.

C'è una ragione per la quale io, ora, posso parlare.
Questa ragione vale solo per me, nessuno di voi mi potrà capire e io, per questo, non riuscirò a svelarvi il Mistero che vedo, per questo la sala d'aspetto aspetta anche ognuno di voi.
Lei è unica per ognuno, e risponderà alla domanda che ognuno avrà nel cuore della propria intelligenza.
Nessuno di voi saprà in anticipo che quella domanda è la stessa per tutti, ognuno crederà che sia solo sua, la sua propria domanda, e che la risposta sarà a misura di ognuno, e così è, perché tutti noi siamo quell'Uno, senza ancora saperlo.

domenica 27 giugno 2010

Sul fine e i mezzi per raggiungerlo

Questo scritto è dedicato e rivolto a tutti coloro i quali sono convinti che, poiché l'esistenza deve la sua sopravvivenza alla violenza dell'inter-divoramento dei suoi elementi, questo sopraffarsi vicendevole, che poi vede il più forte sopravvivere a scapito del debole, viene interpretato come fosse una buona ragione perché sia emulata quella forza che garantisce il guadagno di un vivere indegno. Il mio breve studio mostra che costoro hanno torto e, con loro, intere correnti ideologiche e di pensiero degradato che hanno segnato di crimini e genocidi la triste storia dell'umanità.

C’è chi pensa che il fine giustifichi i mezzi e chi dice che è, invece, l’insieme dei mezzi usati per raggiungerlo.
La questione sollevata dall’accostamento di queste due visuali, in opposizione tra loro, è così interessante e importante da dover essere sviluppata e chiarita, perché le conseguenze che ne derivano sembrano altrettanto inconciliabili dei due punti di vista che si fronteggiano, ed è importante trovare una soluzione che sia in armonia con i principi universali dell’esistenza.
Se questo fine fosse rappresentato da un numero, scomponendo a ritroso questo numero si vedrebbe che i numeri ottenuti da questa divisione porterebbero al numero rappresentato da questo fine per differenti vie di calcolo, le quali sono altrettanti modi diversi di calcolare, per somma o sottrazione o per moltiplicazione e divisione, questi numeri parziali che condurranno a quello totale. Così, se il fine fosse dieci, le dieci unità che lo compongono arriverebbero al dieci per somma di unità, ma potrebbero arrivarci anche per moltiplicazione, con un due per cinque o con un tre più tre più tre più uno, oppure tre per tre più uno, o cinque più cinque etc.
Questo modo di arrivare al fine utilizzerà I numeri che sono compresi nel dieci, e sarebbe la rappresentazione di un fine che è esplicato dai mezzi che gli appartengono.
L’altro caso, invece, può riferirsi a una sottrazione o a una divisione, e il numero dieci essere ottenuto, per limitarci a un paio dei molteplici e possibili esempi, da trenta meno venti o da quaranta diviso quattro. Né il primo, il trenta, e neppure il secondo, il venti, allo stesso modo del quaranta, sono compresi nel dieci, eppure conducono allo stesso identico fine: il dieci.
Si è costretti ad ammettere, di conseguenza, che il fine sia possibile raggiungerlo sia con mezzi compresi in quel fine, sia con altri che non lo sono.
Eppure risalta, con evidenza, che gli esempi fatti fino a ora sono di un ordine essenzialmente riferito all’aspetto quantitativo dei numeri. Che succederebbe quando il fine da considerare appartenga a una diversa sfera di realtà e che questa sia da valutare sotto l’aspetto qualitativo, come accade per la quasi totalità delle realtà, semplici o complesse?
Si potrebbe, in questi ultimi casi, applicare la stessa logica valida per i numeri?
Qualità e quantità sono due principi che possono anche essere considerati, sul piano della realtà in cui si trovano, poli opposti di quella stessa realtà, considerabile rispetto a uno o all’altro dei due. Necessariamente ogni qualità conterrà la traccia di una quantità, nei confronti della quale sarà dominante, e ogni quantità, viceversa e sull’altro lato, avrà in sé quella di una qualità verso la quale prevarrà.
La distanza che separa qualità e quantità determinerà anche un percorso nel quale i due termini misureranno distanze tra loro diverse, attraverso gradi diversi.
Questo significa che il polo qualitativo perderà in qualità e guadagnerà quantitativamente avvicinandosi a quello quantitativo e quello quantitativo aumenterà la propria qualità allontanandosi dalla quantità nel suo procedere verso il polo qualitativo.
In questo percorso entrambi i poli assumeranno le caratteristiche del polo al quale si avvicineranno e perderanno quelle che lasceranno dietro di sé, e quindi vicino al polo che si allontana. Questo percorso non è lineare, ma ciclico, così che ognuna delle due polarità, al suo estremo, si trasformerà nell’altra e ricomincerà sul piano contiguo il suo ciclo dinamico. Ciclo che ha come fine il raggiungimento di equilibri più vicini alla perfezione, quando è un ciclo evolutivo, mentre se sarà involutivo degraderà in un peggioramento del suo stato, il quale provocherà la rottura dell’equilibrio lasciato. Ritornando alla ragione di questa analisi, occorre dire che quando un fine è caratterizzato da una natura principalmente qualitativa, questo fine non potrà essere ottenuto da azioni che siano quantitativamente dominanti perché, con questo, verrebbero a mancare gli elementi che determinano e conferiscono qualità, a ragione della distanza nella quale si invertono le caratteristiche dei due termini dell’opposizione prima considerata. Al contrario, invece, quando il fine sarà essenzialmente di un ordine quantitativo, sarà possibile ottenerlo anche con mezzi nei quali la qualità non domina, consentendo di andare oltre alla rigorosità qualitativa.
Per rifarci al calcolo matematico, per l’analogia che deriva da quello, si deve dire che se è vero che un fine quantitativo è raggiungibile anche attraverso una diminuzione o una divisione degli elementi quantitativi che, esorbitando quel fine, si devono ridurre per arrivare a raggiungerlo, è altrettanto vero, al suo opposto, che un fine qualitativo è ottenibile soltanto da un aumento e mai da una perdita di qualità. Come ultima considerazione è necessario ricordare che mai il fine deve essere confuso coi mezzi impiegati per raggiungerlo, perché anche se esso sarà il risultato dei mezzi utilizzati, sarà sempre maggiore della somma di questi mezzi, così come è per ogni totalità in relazione alle parti di cui è composta.

sabato 6 settembre 2008

Io di fronte a me



Quella ripidissima scala, che conduceva alla stanza della musica pregata del Monkey Temple, mi stava spezzando le ginocchia e sui quadricipiti ci potevo friggere le uova.
— Fanculo a tutte le religioni del mondo!—
 riflettevo mentre salivo, incazzato con le facce demoniache di due statue leonine che mi osservavano dalla sua cima irraggiungibile, e che erano per me la prova della truffa salmodiata che faceva leva sull'atavica paura dell'ignoto. Ero un anarchico allora, con un'idea della libertà che non è mai cambiata, in tutti questi anni di tentativi di piantargli dentro le unghie. Solo che la Libertà Assoluta io la concepivo come fosse relativa e immediatamente applicabile alla mia vita.
Vivevo lì, un po' lontano da Swayambhu, in un loculo di fango senza mobili, con una stuoia in terra che spruzzavo ogni tanto di DDT cancerogeno, intuendo lo sguardo in aspettativa delle pulci, a miliardi e abituate al veleno, che speravano fossi io a morire per primo, così da potermi divorare senza fretta.
In Italia ero un disegnatore tecnico, al mio esordio, nel campo dei radar e degli apparecchi di telecomunicazione prodotti dalla Face Standard e ITT Americana, poi all'Alfa Romeo di Milano, dove disegnavo modifiche alle auto e codificavo nuovi disegni, trafficando con così tanti numeri che non mi licenziai neppure, fuggii e basta. La mia fu una vera fuga dai numeri, che allora detestavo, perché a me piace ancora disegnare. Io sono un disegnatore nato, e ora anche un apprendista studioso di matematica.
In Nepal, invece, mi guadagnavo da vivere spacciando hashish e marijuana ai turisti, da sotto ai miei lunghi capelli lisci che parevano ricci per i pidocchi che li filavano impazienti e voraci, e anche perché non avevo il coraggio di lavarmi, gettandomi nudo sotto al getto enorme che sboccava da un drago in pietra, in una vasca di cemento e pietre, enorme e gelida, piena di gente in fila sotto zero (era inverno), che rotolava in terra per la violenza del getto sotto al quale passavano correndo; un getto d'acqua che tentava di sciacquarti via anche la vita. Così sollevavo il ghiaccio sulla superficie di una botte che raccoglieva l'acqua piovana, a lato della cuccia dove dormivo, che era culla di larve ibernate di esserini indecifrabili e mi sciacquavo appena, col turbidume marcescente che ondeggiava sotto.
Avevo stretto amicizia con un francese di nome Patrick, più mingherlino di me e più sveglio, col quale conversavo in Inglese perché il Francese l'ho imparato dopo. Trafficavamo insieme e ci stravolgevamo con lo spirito di ragazzini che giocano. Lui era di Parigi, un po' più intellettualoide di me che tutti consideravano un violento che litigava con tutti, a causa di qualche rissa avuta coi Nepalesi, i quali non sono miti e accomodanti come gli Indiani. Io ero di Quarto Oggiaro e lì picchiarsi era normale se non si voleva essere messi brutalmente sotto. Ero pure un karateka allenato, per avere appreso questa arte in anni di lavoro sul tatami, da ragazzino, ma non ne rispettavo rigorosamente i principi di pace e serenità. Per questi fatti eravamo spesso in polemica e lui aveva la deprecabile convinzione che fosse suo dovere abbandonarmi, da solo, in mezzo alle risse. E quando si traffica, non coi numeri, i litigi ci sono. Qualche tempo più tardi queste mie attitudini mi condussero dritto al carcere di Kathmandu.
Comunque quel giorno eravamo tranquilli e seduti in un chai shop a vendere marijuana, quando un ragazzone Americano ci mostrò due strisce di fogli spessi, assorbenti e bianchi, ripiegati a fisarmonica, e ci disse che erano trip troppo forti per lui anche dividendone ognuno in quattro parti. Ce li vendette a un prezzo bassissimo che odorava di truffa, ma se davvero lo fosse stata l'avremmo ritrovato facilmente, perché era straordinariamente alto e con l'aria da borghese molto perbene, una rarità per chi non scalava le montagne. Lo pagammo e ingoiammo l'ultimo della fila, quello piegato d’avanzo e male. Il più grosso di tutti... 

Patrick era più esperto di me nei viaggi psichedelici, aveva fatto molti più trip del mio centinaio ed era psichicamente, all'apparenza, più avvezzo a non farsi trascinare dalle emozioni violente. Io invece avevo un candore che mortificava la stupidità, e tantissima voglia di vivere capendo il mondo, ma nessuna capacità o inclinazione personale poteva attutire l’onda brutale che ci stava investendo.
L'hashish (charas ricavato dallo sfregamento manuale delle infiorescenze della marijuana) a quel tempo era ancora di ottima qualità, in Nepal, ed era stato legale fino all'anno prima. Venduto in appositi baracchini per strada, faceva parte della cultura atavica di quei popoli, e nessuno si scandalizzava vedendo qualcuno in difficoltà, con manifestazioni fuori controllo che non entravano di precisione nel canone della moderazione. Per questo, quando dopo dieci minuti dall'assunzione io e Patrick crollammo con la testa sul tavolo, nessuno si preoccupò troppo. Quel “chai shop” (locale del tè) era un localino poco più grande di un capannone di paglia; era gestito da due fratelli Tibetani che ci conoscevano bene, coi quali discutevamo di tutto e che, per le mie idee di sinistra, già avevano tentato di strozzarmi una volta che dissi essere il Dalai Lama un fascista.
Io e Patrick capimmo, con apprensione, che le ragioni dell'Americano che ci aveva venduto l'LSD erano fin troppo giustificate, e che non ci aveva mentito affatto dicendoci che, anche se presi a un quartino per volta, erano esageratamente forti.

Dopo solo un quarto d'ora le prime vampate d’energia diventarono una vibrazione insostenibile, lo sguardo si fece appannato e si spense nel buio più nero: eravamo diventati ciechi. Disperatamente, uno di fronte all'altro, non potevamo parlarci né toccarci e neppure muovere le teste che si erano appiccicate con le guance al piano del tavolo. Io non potevo vederlo, ma sapevo che lui provava la stessa mia paura di non tornare più a vedere. Avrei voluto farmi coraggio e fargli forza, sapendo che era così anche per lui, ma non potevamo fare altro che lasciarci andare alla nostra incoscienza criminale e all'effetto dell'acido, che eccedeva in tutto, tranne che in comprensione delle nostre debolezze.
Con lo scivolare di un tempo che sembrava immobile, alla prima ondata di terrore si sostituirono sensazioni così estreme che anche la paura della cecità scomparve, e si dileguò in un nero profondamente lontano e solido, nel quale il pensiero osservava stupito una miriade di spirali colorate, stelle rotanti di quel cielo oscuro. 
Spirali che vorticavano e si attorcigliavano salendo, come stessero evaporando. Il mio pensare diventò una voce lontana e quasi non più mia, perché la mia individualità era scomparsa, esplosa nella paura. 
— Chi sono, cosa sono senza il mio io?—
 chiesi angosciato a quel buio, desiderando che dietro di lui qualcuno potesse rispondermi.
— Sto per morire?—
 gridai ancora
— È questo il morire?—
— Chi sei tu che parli col mio pensare?—
 mi chiesi, senza più riconoscermi
La mia preoccupazione non poteva coinvolgere l'idea di un Dio, non ero un bambino che credeva, io credevo solo a quello che mi si presentava davanti e ora, davanti, non avevo un Dio, ma qualche parte di me che non avevo mai conosciuto. 
E volevo conoscerla o, se proprio non fosse stato possibile, almeno capire come fare a parlarci senza dover pagare quel mostruoso prezzo che mi aveva incastrato nella disperazione.

Noi tutti siamo consapevoli della nostra individualità, e sappiamo che lei è unica, anche quando abbiamo un gemello o vediamo che parte di questa individualità pare essere ricalcata su quella di uno dei nostri genitori, o sul miscuglio di alcune caratteristiche di entrambi. Mai ci sfiora il dubbio che, nel nostro essere quella unicità, forse totalizzante, ci possa sfuggire un qualche suo lato, magari proprio il più importante. 
In quel tremendo e lungo attimo io quella parte l'avevo sopra di me, lontana ma evidente. La cosa che mi colpiva maggiormente era che sentivo di essere quella parte prima e più di ogni altra parte di me, e che quello era l'aspetto non responsabile delle mie azioni, ma capace di giudicarle. 
Ero troppo sconvolto per essere ancora spaventato, e stavo come sta un gabbiano con le ali rotte, che galleggia tra i flutti di una tempesta, sballottato tra scogli neri e taglienti.
Quelle spirali, che in quel buio roteavano di colori si acquietarono, lasciando quel vuoto nero per ricomporsi in immagini che si distorcevano davanti agli occhi i quali, a fatica, riassorbivano di nuovo la luce. Per prima cosa cercai Patrick e mi accorsi che lui cercava me.
Senza poter parlare né toccarci stavamo lì, come bambini appena nati e già quasi morti.
Si sedette al nostro tavolo un tipo con gli occhiali quadrati a fondo di bottiglia, antipatico e supponente, e ci disse di non farla tanto lunga che un acido non aveva mai ucciso nessuno, insistendo che ci alzassimo e andassimo a fare un giro per i terrazzamenti di riso asciutti, lì fuori, a riprenderci. Non so come potesse sapere che era un acido che c'impastava a quel tavolo e non, invece, morfina, ma certo non poteva immaginare in che situazione ci trovassimo. Al nostro silenzio ci scosse infastidito e, alla fine e finalmente, se ne andò insultandoci.
Riprendere un poco di padronanza motoria non fu facile e richiese forse un paio d'ore, ma è impossibile determinare con precisione il tempo trascorso in acido, quando l'unico riferimento sei tu, il tuo interno e, insieme a loro, tutto il resto che ondeggia gommoso.
Riusciti finalmente ad alzare il capo dal tavolo guardammo le immagini davanti a noi fluttuare in gelatinose volute opache, che si scomponevano e ricomponevano in bolle, riflettenti le stesse immagini rimpicciolite di quel locale che si deformava in loro, tante volte quante erano loro. I suoni persero la vibrazione, tenebrosa ma comprensibile, avuta per qualche momento, e cominciarono a comportarsi come le bolle, in una folle sintonia armonica. Immagini e suoni si fondevano in bulbi sonori incomprensibili, simili al rincorrersi dell'acqua che sgorga da una fontana. Si componeva, in quello scorrere, musica tonda, come echi di vibrazioni che mutavano in un chiacchiericcio chioccoso, occupando il posto di ogni altra sensazione.
La meraviglia era totale, moltiplicata dal replicarsi indefinito delle immagini che correvano, frammentandosi in fotogrammi, rapidi nel tracciare scie di cloni di sé, in sfere sonore che giravano, spiraleggiando nell'aria densa.
Si sedette vicino a noi un tipo alto e bello, con l'aria d’essere Austriaco, il viso incorniciato da capelli castani a lunghi boccoli fitti e aristocratici il quale, essendosi accorto del nostro essere in una visuale psichedelica, ci sorrise con simpatia comunicandoci che anche lui sapeva. Ci fece un discorso simile a, o forse proprio, una formula matematica che io non capii, ma che pensai dovesse rappresentare il mordersi la coda della ciclicità che non voleva concedere vie d'uscita a se stessa.
Il sole era già alto quando uscimmo dal locale, e la luce abbagliante parve metterci al centro dell'attenzione di un nugolo di bambini che conoscevamo per averli visti scorrazzare spesso lì intorno. Quei bimbi si resero subito conto della nostra particolare vulnerabilità. L'acido amplifica quello che si è già, e quando l'ego è rimpicciolito in quella proporzione due sono i destini che si appresta a subire, specchiando e amplificando quello che succede anche nell'essere della propria normalità: o si chiude nella difensiva sofferenza della solitudine, o si apre alla generosità suicida. Non ci sono vie di mezzo quando il tumulto dell'anima prende il sopravvento. Io mi persi nel secondo fato e iniziai a regalare prima gli spiccioli, e poi le rupie di carta a quei folletti gioiosi, immagine della mia allegria senza scampo. 
Patrick mi guardava sorridendo imbarazzato, lui non sapeva esattamente quanti soldi avessi, ma erano pochi, circa trecento rupie, l'equivalente di ventimila lire di allora, come duecento euro di oggi. Un lampo di preveggenza mi disse che stavo mettendomi nella situazione in cui si trovavano quei bambini, ma non riuscivo a smettere di essere generoso.
      Attratta da quella calca di bambini, si avvicinò Carlotta. 
Era una ragazza Italiana, delle parti di Torino, che avevo conosciuto a Kabul in una pleasure room (si legge fumeria), e mi aveva raccontato la sua tristissima vicenda che l'aveva spinta a fuggire in Oriente: suo marito era finito in galera per spaccio di stupefacenti e lei aveva, nel contempo, perso il suo bambino che le era morto in una di quelle apnee nel sonno che affliggono i neonati. Disperata e in balia di una grave patologia depressiva era partita a casaccio, e raccontava la sua storia a chiunque fosse disponibile a stare un poco con lei ad ascoltare.
Carlotta era una bionda naturale, con lunghi capelli disordinati in riccioli lunghi, stretti da perline conchiglie e ninnoli dei più svariati, che avevano trasformato la sua folta chioma in una giungla tintinnante, la cui gioia contrastava tristemente con stati d'animo che non erano attutiti nemmeno dai sogni.
A Kathmandu la conoscevano tutti perché, nel suo continuo peggiorare, era come impazzita e urlava isterica contro tutto e tutti. Non aveva più i documenti, che le avevano rubato insieme ai pochi soldi che aveva e stava lì, senza visto, a urlare disperazione.
In questo il Nepal è profondamente dissimile dall'Italia, qui la polizia ti porterebbe in qualche Centro d'accoglienza o casa famiglia dove, anche nel calore di persone affabili ti avrebbero comunque, e forse anche giustamente, non posso dire quanto, privato della libertà.
 In Nepal no, lì dove si finisce in galera per poco, anche per un permesso di soggiorno scaduto da due ore, nessuno le faceva nulla. I Nepalesi sanno che dalla pazzia esce un io diverso e indifeso, e la considerano un tocco di Dio che porta con sé una necessità d'aiuto quindi, quando stai male tutti ti aiutano, ti ospitano a casa coi loro bambini anche se urli, ti vestono, ti nutrono, fai la spesa gratis ai mercati, sbraiti davanti ai poliziotti e loro si girano come se la loro attenzione fosse richiamata altrove. Questo è come fosse un prolungamento della loro consapevolezza religiosa, questa è la comprensione della sofferenza altrui. Ho avuto molti esempi di queste storie bellissime d'accoglienza io che, con i Nepalesi, popolo orgoglioso e a volte irascibile col quale ho avuto più di molti problemi, non vado proprio d'accordo.
Stavo dicendo che, mentre i bambini mi circondavano di manine allungate desiderose di spiccioli, arrivò Carlotta. Quando si è in acido la pazzia degli altri non pare così lontana dalla propria, quindi le sorrisi e le chiesi se poteva tenermi i soldi, perché io non potevo più gestirli. Lei, che erano mesi che non ne toccava, acconsentì senza meravigliarsi, li intascò e se ne andò dove non sapeva nemmeno lei.
 Finalmente liberato da quel peso m'incamminai, con Patrick, verso dove non sapevamo nemmeno noi.

Benché la meraviglia o il terrore, nella dimensione psichedelica siano totali, e una nuvola possa sembrare una chiesa, un drago o il castello di Dracula, e un foruncolo il primo segno di un incipiente tumore o una macchiolina colorata e ridicolmente divertente, non è lo spettacolo esteriore coi suoi arabeschi che costituisce la meraviglia maggiore, o l’incubo peggiore, dell’esperienza allucinatoria.
È il suo effetto sulla coscienza che sconcerta, analogo al rincorrersi del circonvoluto arzigogolio dei pensieri. Effetto che ricalca le forme che riempiono la vista, l’udito, l’olfatto, il tatto e il gusto, e che si scambiano continuamente di posto tra loro. L’LSD amplifica e spezzetta, ingigantendoli, o fonde tra loro, rimpicciolendoli, i minuscoli e infimi componenti della realtà che in questa amplificazione, verso l’alto o verso il basso, dentro o fuori, surreali tanto quanto reali, mostrano, in queste interiezioni sì la stessa realtà, ma per vie diverse e in vesti inconsuete, attraverso la correlazione analogica che sussiste tra gli elementi del tutto e la loro somma che dà forma a quel tutto. 
Un tutto il quale è sempre maggiore e più vicino alla perfezione di quanto lo sia la somma dei suoi componenti imperfetti.
Derivando necessariamente ogni cosa dallo stesso Principio unico che la genera, irradiandola e dividendosi in questa cosa, ogni elemento del tutto deve essere simbolo del tutto, al grado che gli appartiene e l’acido, coi suoi effetti, non può ovviamente sfuggire a questa legge universale dalla quale è generato lui stesso. Quindi l’effetto dell’allucinogeno rispecchia, a suo modo ma secondo la Legge unica, la realtà e tutti gli aspetti che la realtà mostra, anche i meno evidenti. Come anche avviene, senza l’aggiunta degli effetti psichici dati dagli allucinogeni, nella realtà che tutti, normalmente, conosciamo. Solo che molti di questi aspetti, in acido sono lì, sfrontatamente davanti, anche se ancora non tutti li possono vedere e decodificare, nemmeno con l’aiuto dell’acido. Ma questi predispone l’individuo (mica tutti), coi suoi effetti sconvolgenti sull’io, alla considerazione degli elementi grandiosi o infimi della realtà, scatenando una sequenza, tanto immaginifica quanto solida di pensieri cosmogonici, di carattere universalizzante, che lasciano senza fiato e a volte anche senza raziocinio. In quei modi dilatati e laterali della coscienza l’osservazione di una famigliola che passeggia può ricondurre il pensiero che stava, per esempio, deviando sul tragico, alla riflessione sulla necessità di associazione nel cosmo e il bisogno dell’altro per la sopravvivenza dell’insieme, che lotta col timore per il diverso da sé; oppure dare la netta sensazione che, in questo insieme, ognuno di noi è una componente incompleta, ma altrettanto indispensabile a quell'insieme.
Dalla grande parte al tutto, dal tutto alla piccola parte si mostra, con evidenza, la relazione analogica che lega le diverse realtà che prendono vita dalla stessa e unica esigenza d’amore, della quale è ricamato l’universo intero ma, soprattutto, che disegna l’intenzione sacra della sua unica e trascendente Causa.

Quando la terra sotto ai piedi si deforma e allunga verso il cielo, prendendone il posto e il cielo, per nulla disturbato, scivola sotto, comunicare diventa arduo, oltre che non necessario.
In acido una semplice occhiata parla per ore e la distanza che separa il vedere dal dire, non è più percorribile. Come viaggiatori nell'ignoto di un sogno faticoso ci piegavamo in avanti, nel vento della difficoltà di essere così lontani dalla tranquillità, al punto di non doverne temere le conseguenze.
Si incrociavano gli sguardi di più persone nello stesso istante, leggendone l'indifferenza o le preoccupazioni, e tra una pietra e l'altra del muretto che segnava il sentiero trascorreva l'apparenza di un'ora in pochi secondi, e quegli stessi secondi ridiventavano, subito dopo, lunghi una giornata.
Io e Patrick ci dividemmo più volte e ci incontrammo ancora, con sguardi stupefatti, dentro quel Cosmo diventato familiarmente diverso, dove tutto era vivo e ti osservava arrancare con le tue certezze ridicole. Arrivò la sera rossastra, ma ancora il trip stava salendo quando, normalmente, sarebbe dovuto scendere.
Era certo colpa di un dosaggio fuori misura il cui effetto avrebbe dovuto, prima o poi, esaurirsi.
L'acido lisergico deve essere diviso in singole dosi, dal laboratorio che lo sintetizza, e questo dosaggio è commisurato al grado di purezza della sua sintesi e purificazione chimica, così che solo gli acidi di qualità elevata che derivano dalla claviceps purpurea possono essere dosati in quantità massiccia, senza avere conseguenze sgradevoli sull'organismo fisico. 
L'insieme delle componenti psichiche, invece… quello è sempre a rischio.
Solo nel culmine di quella notte, stranamente calda e luminosa (era gennaio a mille e ottocento metri di altitudine e c'era la neve) il cuore riprese padronanza di sé, e il viaggio si stabilizzò nei colori e nei suoni più creativi che avessimo mai visto e udito.
In quei momenti realizzai di non avere più una rupia in tasca, di essere a tredicimila chilometri da casa, al freddo, con Patrick (in quasi totale bolletta pure lui) come unico amico, felice di essere ancora un vedente, arruffato e stupido, ma vivo. 
Altri due giorni durò quel trip quando, di solito, dovrebbe scendere dopo un giorno.
Senza dormire, quasi senza mangiare né bere, e con nel cuore e in testa nuove questioni sollevate da quel terribile caos, che andavano ordinate di nuovo, ma non più scopate sotto il tappeto della convenienza bruta, cercavo Carlotta e i miei soldi i quali, ora, per mia necessità erano diventati potenzialmente i suoi.
Fu lei a trovarmi, mi cercava da due giorni e me li rese semplicemente, con un sorriso, preoccupata dall'essersi bevuta un bicchiere di latte pagandolo con loro. Non ricordo nemmeno se la ringraziai, tanto ero emozionato e felice, almeno tanto quanto lo era lei di avermeli resi. Non la rividi mai più, da allora, perché non molto tempo dopo mi ritrovai in una cella di quattro metri quadrati, ma so che della generosità e della bellezza di Carlotta il mondo è pieno, solo che non la si può riconoscere se non nel rischio dell’averne avuto il bisogno.

L'incredibile viaggio nel mio buio non aveva depositato certezze, nella cenere delle sicurezze fasulle che aveva bruciato, ma mi aveva tatuato il sospetto che quella spirale, che permeava quel modo psichedelico di osservare la realtà, fosse più che una modalità ordinante un universo diverso.
Invece che dissuadermi dal riprovarci, l'essere riuscito a sopravvivere a un’esperienza insopportabile mi disponeva a pensare che ce l'avrei fatta ancora, altre volte che si fosse presentata, a sopportare quella fatica terribile pur di avere una qualche possibilità di vedere più chiaro, nel mio buio colorato e misterioso. Continuai per anni a fare trip, spinto da un bisogno di capire che non fu soddisfatto dai trip.
Avevo, destinata a durare poco, ancora tutta la striscia d’assorbenti che avevo comperato dall'Americano e provai, qualche giorno più tardi, ad assumere un quarto di una dose singola allo scopo di capire la proporzione della quantità che avevo preso quella prima volta, con la quantità che si incontra normalmente, quando ci si fa un trip di quelli buoni che ci sono in commercio. Un rosa Pink Floyd, per esempio. Un quartino di quei trip era molto più forte di un Pink Floyd o di un Purple Haze o di una Micropunta nera, o un White California o di un Piramidino in pellicola o un Vulcanino viola ed era paragonabile a un Brown Explosion, che era l'acido più forte che, in Europa, fosse mai stato commercializzato. Quell'ultimo della striscia era il più grosso dei quindici che la componevano, perché risultato di un errore di taglio e piegatura della stessa, e quindi era come se io mi fossi fatto cinque Brown Explosion in una volta sola. Una inimmaginabile follia.
Probabilmente è stato commesso un grave errore di valutazione nella piegatura di quegli assorbenti. L'acido lisergico si misura in microgrammi che sono, ogni microgrammo, la milionesima parte di un grammo, e la dose medio-alta è costituita da circa duecentocinquanta microgrammi. Quindi mille microgrammi sono quattro trip forti, diecimila sono quaranta, centomila sono quattrocento e da un milione, equivalente a un grammo, se ne ricavano quattromila. È quindi facile far casino nel dosaggio, corrispondente al modo di piegatura delle strisce assorbenti.
L'immagine della spirale, con la sensazione della sua possibile importanza, mi accompagnò per molti anni ancora e quando scoprii, finalmente, il suo significato profondo capii, in conseguenza a quello, che quel terribile acido aveva rappresentato il segno di una predestinazione. La predestinazione al dover guardare con lo Spirito che è in me, e a non dover più utilizzare la mente per cercar di penetrare l'esistenza. Esistenza della quale intuisco l’essenza nell'immediatezza della conoscenza dei suoi principi universali. Principi che sono superiori al tempo e che si mostrano solo successivamente alla mente, ma nella loro immediata correlazione con l'Intelletto universale, Centro di ogni realtà. La comunicazione con questo Centro, per prima cosa, concede la conoscenza diretta delle Sue leggi ed è data dalla Sua volontà, che stabilisce l’adeguatezza delle misteriose qualificazioni individuali che aprono alla vista sottile. Per questo conoscere non ho più fatto altre esperienze di ricerca attraverso sostanze. Per questo sono consapevole che il dire della realtà non relativa può solo essere compreso da coloro che questa realtà già sperimentano consapevolmente. Io so per tutto questo, con certezza assoluta, che il vero comprendere non può essere insegnato né comunicato perché ognuno, per volontà del Cielo, deve aver salvaguardata la propria libertà di capire da sé chi è lui stesso e cos'è la vita.

I Monasteri di “cippa lippa”

Ci sono, su questo pianeta, innumerevoli luoghi, in genere organizzati dagli uomini, ma molte altre volte dai demoni, che si occupano di distribuire il “sapere”. Il più delle volte a pagamento, più raramente, ma senza per questo essere granché più onesti, aggratis (più o meno). E frotte d’individui, con l'attitudine della gazza, ne sono attratti. A volte sono capaci di aspettare a lungo e di sacrificare tutto quello che hanno, per avere il privilegio di indossare quello che credono essere il più prezioso gioiello che si può avere dall'esistenza. E per avercelo sbavano, ansimano e spingono e sgomitano, sul sentiero che è in salita verso il basso e che è ornamento volgare dei commercianti del “conoscere”. I venditori delle iniziazioni sono terribilmente ironici e irridono la babbioneria dei viandanti della ricerca esteriore. Sulle spiaggie di Goa, ad Angiuna, in India, ti vendono l'iniziazione anche di secondo grado, saltando il primo, solo dopo che ti hanno infilato un tubo del clistere nel culo allo scopo di purificarti, prima del sacrissimo sapere che, pare, ti s'infili dal didietro in tutta la stazza del suo secondo grado. “Sapere” il quale, tornati in occidente permetterà, a questi nuovi e “avanzati iniziati”, di camminare per strada a mento alto, sussurrando discretamente e a bassissima voce solo agli amici che lo meritano, di essere portatori di qualcosa che loro, i possibili futuri ammiratori, non potranno mai capire, almeno fino a quando non si faranno fare anche loro un “clistere sacro” purificatore. Moltissimi Ashram Indiani, tutti gli agriturismo del reiki, i circoli buddisti di periferia, il retrobottega di alcune sedi fasciste, i buddisti di "sinistra" senza il “dio personale”, i salumieri vegetariani del conoscere a rate a tasso zero e i seguaci degli scrittori di conoscenza che trattano ciò di cui non immaginano la reale portata e la pericolosità del considerare questo ordine di cose, perché, in fondo, manco loro credono a quello di cui sparlano. E la giostra gira, insieme alla testa, di coloro che non capiscono che il dardo del conoscere arriva dall'alto e non dal “dietro”, e non colpisce mai coloro la cui attenzione è rivolta al basso, perché stanno cercando il gioiello nella fogna del guadagno personale dove, a volte, stanno anche delle pietre che, anche quando preziose, non sono nulla rispetto al Sapere del Cielo. Questo conoscere immediato che viene dal Cielo è negato dai libri, è combattuto dai sapienti della terra, dai ricchi del conoscere. Dal Guadagno. Perché questo Conoscere è il Conoscere della perdita. Della perdita dell'egoismo e della ricchezza e dell'orgoglio e dell'odio e della presunzione e dell'ego. Perché il Sé che sta in mezzo a ognuno di noi e nel quale siamo immersi, che è nostra ragione di essere è donazione di Sé. Nient'altro.
È per queste ragioni che tutti i posti del sapere dei quali ho appena accennato possono, a ragione, essere accomunati tutti, sotto il nome di: monasteri di “cippa lippa”.

Dio e il male

Il problema che voglio affrontare riguarda la relazione nella quale si trova l’aspetto personale della Realtà che chiamiamo Dio, e il male che affligge il mondo.
Ne voglio parlare perché ho visto che quando le persone soffrono, o vedono gli altri soffrire, si chiedono il perché Dio non interviene a che questo male cessi.
Dal punto di vista umano ci pare assurdo che Dio possa eliminare il male e non lo faccia o, ancora più assurdo, che lo voglia fare, ma che non possa farlo. Perché sappiamo che Lui è Onnipotente e Misericordioso.
La questione, che ci colpisce così da vicino, riguarda il fatto che il male è una condizione relativa e non assoluta. Quello che chiamiamo "male" è quella realtà che consente al Bene di essere, attraverso una relazione di lotta che ha, come scopo finale, lo stesso scopo dell'esistere. Questo fine è la Conoscenza di sé e della realtà, la quale ci circonda e contiene con i suoi principi, e la conseguente attuazione, nella propria esistenza, dei valori che si sono così conosciuti. Il male relativo al bene e il bene relativo al male ci permettono di vivere, ed entrambi sono la conseguenza delle Leggi che Dio emana nell'esistenza e che sono il Suo riflesso, capovolto come tutti i riflessi.
Ora occorre precisare che l'Onnipotenza di Dio non può annullare ciò che Dio è, inoltre, se si vuole essere rigorosi al Principio che Lui rappresenta, bisogna dire anche che ciò che chiamiamo Dio "è" più dell'esistere oltre al fatto che, essendo Lui il principio dell'esistenza, proprio per questo non partecipa direttamente all'esistenza come, anche nella realtà relativa, nessuna causa partecipa ai suoi propri effetti.
E Dio, che è Libertà totale, Potenza e Atto indissolubilmente uniti irradia, nella realtà relativa, la propria Unità che, nel relativo riflesso, da Immobilità Centrale diviene movimento, da Unicità diventa molteplicità, il sopra necessita del sotto, il dentro del fuori, il superiore dell'inferiore. Il Bene diviene così relativo e, per questa ragione, conterrà il male come una possibilità di essere, e il male, a sua volta, conterrà il germe del bene. Ognuno dei due potrà trasformarsi quindi nell'altro, come il giorno si trasforma nella notte e la notte nel giorno, e questo perché nel giorno è già presente, in potenza, la notte e viceversa nella notte c'è l'embrione della luce. Noi viviamo perché il battito del nostro cuore segue la stessa legge: sistole e diastole sono il nome che noi diamo alle fasi cardiache di questa alternanza. Camminiamo nella stessa armonia di equilibri, muovendo in avanti il piede destro insieme alla mano sinistra e lasciando indietro il piede sinistro e la mano destra. Respiriamo inspirando ed espirando, vegliamo e dormiamo per lo stesso principio. Naturalmente, questa stessa legge comprende e la regola, e l’eccezione a questa regola, entrambe poi si ricompongono nell’Unità dalla quale provengono e alla quale ritornano nel movimento ciclico che è il modulo d’espressione di tutto l’universo manifestato e anche di ciò che manifestato non è. E questa alternanza è legge Divina, che origina e permette la vita intera. Dio può eliminare un male, ma non tutto il male perché, se lo facesse, tutta l'esistenza cesserebbe di avere un fine e si ritirerebbe nella sua Causa, che è Dio stesso. E noi cesseremmo di avere un motivo per esistere e rimarremmo chiusi nella potenzialità dell'imperfezione che è contenuta nella Perfezione.

Contraddizioni implicite e nascoste

Contraddizioni implicite e nascoste

È consuetudine affermare che è più importante condividere il proprio sapere piuttosto che avere ragione oppure, ed è un altro errore analogo al primo, dire che colui il quale pensa di avere ragione sia uno stupido.
Le considerazioni che seguono sono volte a confutare questi due punti di vista limitati e contraddittori.
La realtà relativa che noi tutti, più o meno, conosciamo perché ci siamo, a differenti gradi di profondità o di elevazione, immersi, si esprime attraverso il confronto dei suoi elementi e, di conseguenza, ogni dialettica che consideri questi elementi deve confrontarli a sua volta tra loro, nel particolare o nel generale, dall’individuale all’universale, allo scopo d'individuare concordanze o contraddizioni. Risulta chiaro che il confronto è quindi indispensabile alla comprensione della vita, e che colui che lo rifiuta non è interessato a questa comprensione. Questo però non significa affatto che sia uno stupido. Nella grande maggioranza dei casi lo è, ma non sempre, perché c'è la possibilità che già la possieda nella sua perfezione relativa questa Conoscenza che, per i più, è un mistero. La realtà relativa è sempre in movimento e quelle che paiono complete certezze oggi, si mostreranno essere incomplete domani, perché la relazione mutevole in cui si trovano le realtà mutevoli cambia di continuo e varia al variare dei punti di vista dai quali le si osserva. Se diciamo che lo zucchero è dolce lo possiamo fare perché c'è qualcos'altro amaro che ci dà la misura di questo dolce. Allo stesso modo noi conosciamo la luce per il buio che ce la descrive. È proprio questo confrontare continuo e obbligatorio che rivela la contraddizione di cui ho detto all'inizio, e questo perché quando si considera il relativo, nella sua realtà globale, lo si deve fare nel suo rapporto con ciò che relativo non è. È proprio questo che gli conferisce realtà o che gliela toglie, secondo la prospettiva dalla quale si osserva questa dialettica dinamica. Realtà che, quando considerata dal punto di vista del manifestato relativo, è solida e vera nel suo mutamento, mentre quando valutata attraverso il "Non relativo" essa perde consistenza proprio a ragione del suo mutevole cambiamento che la rende limitata e impermanente.
Se non si vuole considerare il "Non relativo" ci si pone nella condizione di chi crede di poter conoscere il dolce senza sapere dell'amaro, e questo è contraddittorio per chi attribuisce intelligenza al confrontare. In più esiste una gerarchia, e temporale e logica, che ordina il reale rispetto alla sua Causa. È la stessa legge che, anche nel relativo, impone la stessa gerarchia tra ogni causa ed il suo effetto. In altre parole significa che la causa viene prima del suo effetto, in senso temporale, e in quello logico, per il fatto che lo determina, questo effetto. L'Assoluto e "Non relativo" è causa del relativo e lo comprende quindi, dal più alto punto di vista possibile, quello centrale, non è veramente in opposizione col relativo perché lo contiene ma, nel contempo, è necessario a spiegare il relativo. La legge immobile che obbliga il tutto al movimento continuo e che, a sua volta, non può muoversi né cambiare ne è un esempio chiaro: l'asse attorno al quale ruota l'esistenza, il punto unico centrale che irradia l'indefinita miriade di punti della circonferenza sono entrambi simboli, anche nella realtà relativa causata dal Principio che relativo non è e che, a Sua volta, ordina la manifestazione che, in una piccolissima sua parte, noi conosciamo (si fa per dire).
Da tutto questo si dovrebbe anche dedurre che ci sia la possibilità di un essere che conosce il vero, se non ancora nella sua totalità di relazioni, almeno nei suoi principi universalmente veri e che, per questo, non è tenuto a confrontarsi con chi il vero conosce parzialmente solo nel suo cambiamento continuo. Chi se la sente d'immaginare, per esempio, il Cristo in una qualsiasi sorta di polemica?
Come ultima considerazione è necessario dire che il "Non duale e non relativo", nella Sua Essenza, è incomunicabile proprio perché nessuna consequenzialità lo può contenere, e quindi solo la parabola e l'esempio possono dare un'idea dei Principi universali che legiferano, a causa Sua, l'esistenza, mentre per l'insondabile Mistero dell'Assoluto niente lo esprime meglio di questo detto Sufi: Il Mistero è come l'infinità interna della certezza, la quale non può esaurirlo.


Queste considerazioni sono rivolte a tutti, indistintamente, quelli che sono interessati a rifletterci sopra. Nel suo inciampare nelle difficoltà che questo ordine di cose semina ovunque, lo scritto già contiene un esempio di principio universale, ed è quando dice che la legge che obbliga il relativo all'incessante cambiamento è fissa e non sottomessa al continuo mutare che lei stessa impone, così come, per spiegarmi meglio, anche nel relativo ogni causa non è modificata dai suoi effetti, non potendo il fuoco incenerire il calore che lo genera. Questa legge quindi costituisce uno dei Principi universali che regolano l'esistente e, per questo è al di fuori e, come dire, al di sopra della manifestazione e non vi partecipa direttamente. Per questo lo si dice universale. Anche ciò che noi chiamiamo Dio, per la stessa ragione, non partecipa direttamente alla Sua creazione, pur contenendola. In più, l'aspetto affermato e quindi personale di Dio, costituendo la Prima affermazione dell'Unico, proprio per questo è anche la prima determinazione e, come tale, non può mantenere l'Assolutezza, la quale non può essere "affermata" per via della Sua indeterminazione e dell'obbligo che l'Assoluto ha di essere considerabile solo attraverso una negazione la quale, nella dimensione relativa che è essa stessa negazione rispetto all'Assoluto, diviene la migliore affermazione possibile, essendo la negazione di una negazione.
Dio "è" in realtà, più che essere. Per questa ragione chiedersi se Dio esiste è, da questo punto di vista Centrale, una contraddizione in termini. Questo poi, che ho appena chiamato "punto di vista", in realtà non è un punto di vista, ma è "il punto di vista" perché centrale, della realtà, che non ha un opponente dalla parte opposta, come hanno tutte le diverse visuali che stanno sulla superficie della sfera analoga al reale, perché si trova nel Centro di questa simbolica sfera.
Se qualcuno fosse sfiorato dall’idea che ciò che ho appena scritto sia farina del mio sacco, lo devo disilludere, perché nemmeno una parola è mia di questa conoscenza, la quale non è individuale, ma universale e quindi sovra-individuale. Io sono solo un imperfetto e scalcinato "espositore" della conoscenza metafisica che è una come l'Assoluto dal quale proviene, e ricordo che solo la contraddizione ai principi universali, la quale rappresenta la pura impossibilità, le è opposta.

P.S: È, a questo punto, opportuna una citazione di un detto Africano che dice: “Quando si parla dell'UNO... diventano molti...”_________________

“La Verità sta nel mezzo” è un detto mal compreso

Ci sono "luoghi comuni" i quali, alla loro origine, comuni non erano, ma lo sono diventati una volta che sono stati considerati dai limiti intellettivi impliciti nell'incapacità di comprendere il senso profondo della verità.

Il detto degli antichi cinesi che è riassunto dal nome: "Invariabile mezzo", in seguito poco compreso dai latini i quali, in ogni caso, tradussero bene con il concetto che asserisce: “La Virtù sta nel mezzo” traslato anche, e opportunamente, in "La Verità sta nel mezzo", dal momento che la virtù indica il rispetto della verità, si appoggia a una simbologia spaziale per comunicare che la Verità sta nel mezzo dell'ipotetico cerchio della realtà. Questo significa che, preso un piano della spirale dell'esistenza, e intendendolo come se fosse un cerchio, trascurando per comodità la distanza infinitesimale che separa le spire nella vista tridimensionale, la Verità si trova sulla verticale che unisce questo cerchio a quello più elevato e successivo. Questa Verticale si trova nel mezzo perché è il punto di equilibrio del cerchio, essendo equidistante da tutti i punti che si trovano sulla sua circonferenza. Gli antichi saggi non intendevano affatto dire che non esiste il nero e non esiste il bianco, ma che tutto è grigio. Intendevano dire, invece, che ogni piano orizzontale della spirale dell'esistenza è collegato a tutti gli altri dall'asse verticale, che costituisce il riflesso dell'immobile riferimento attorno al quale si esprime la vita. Viene anche chiamato "Volontà del Cielo", o anche "Via di Mezzo". L'essere che esaurisce tutte le possibilità del piano orizzontale sul quale si trova a vivere, inevitabilmente si situa nel centro di questo piano che è l'unica via d'accesso al piano più elevato e successivo. Quando qualcuno non ama la fatica del pensare, taglia sempre corto dicendo che la verità sta nel mezzo e non valuta che, per esempio, la Verità unica non può essere la mediazione di due menzogne, e nemmeno può ridurre una verità, con maggior grado di relatività, avvicinandola alla menzogna che le si contrappone. La Verità è nel mezzo della realtà, perché costituisce la ragione d'essere centrale della realtà. In altre parole il suo Principio, e tutti i punti che si trovano sulla sua irradiata circonferenza, a loro volta sono "veri", quando siano visti nella loro relazione col Centro che li determina e che costituisce, nello stesso istante sovra temporale, sia la loro origine che la loro finalità d’essere, entrambi aspetti di quell'Unità immobile, simbolo manifestato dell’Assoluto, che è l'asse attorno al quale ruota il vortice dell'esistenza. La menzogna, invece, nega il Centro e non si relaziona con Lui, e la difficoltà a essere riconosciuta e scoperta è in relazione al suo grado di sofisticazione che dipende dalla sua vicinanza allo stesso Centro da lei negato. Centro il quale, a sua volta, conferisce alla menzogna il suo proprio grado di verità e quindi anche di realtà. Nel senso che vuole la menzogna essere una “vera” falsità. In definitiva la menzogna è il rifugio della contraddizione ai principi universali che legiferano la realtà relativa e che sono l’emanazione più vicina alla centralità del Mistero dell’Assoluto.
È importante notare che l’entrata nella spira, che delimita un piano qualsiasi della spirale dell’esistenza, appartiene anche all’uscita della spira che la precede, mentre la porzione della spira che si trova all’uscita dal piano è in comune con la spira che segue. L’inizio della spira è la nascita, la fine della spira è la morte. Entrambe queste porzioni di spira non stanno completamente sul piano che da loro è delimitato. Questo significa che la morte in uno stato è la nascita su un altro stato contiguo e diverso. Essendo questa nascita una porzione di spira che non appartiene del tutto alla spira che l’accoglierà, ne deriva che la nascita sfugge alla volontà dell’essere che nasce, il quale non ha la facoltà di decidere se e quando e dove nascere, mentre la morte, pur essendo, in questo continuo movimento, inevitabile all’interno del movimento, potrà, per inversione analogica… rientrare nella facoltà individuale della decisione personale della sua messa in atto. L’inversione analogica è la possibilità data dal fatto che il riflesso di ogni cosa è capovolto come l’immagine che si guarda allo specchio. Così il sotto è come il sopra capovolto, il relativo come l’inversione del suo Principio ma, poiché è contenuto in questo suo Principio… non è in opposizione a Lui, ma solo il Suo mezzo d’espressione, mentre l’Assoluto è rappresentato, nel relativo, dal Centro che è la via di mezzo immobile dell’equilibrio.

Critica a Carlos Castaneda

Carlos Castaneda è stato un mistificatore che, più volente che nolente, ha trasformato il pesante e leggero riflesso del Mistero che chiamiamo "vita", in un sistema di pensiero il quale, dietro un’accattivante apparenza magica, di magico ha solo la capacità di dare forma e peso a ciò che non ne può avere costruendo, in questo modo, una caricatura per ingenui che è parodia della Verità. Castaneda ha voluto dare una fisicità a quello che immagine fisica non può essere, perché appartenente a quella sottilissima sfera che si esprime solo all'Intuire superiore, che è rivolto all’Intelligenza Universale perché suo figlio, ed è anche capace, proprio perché Universale a sua volta e quindi comprendente l'individuale, di esprimersi nell'individuo con la visione del reale, il quale non si muta per questo in immagini fisiche, ma in una superiore certezza che solo secondariamente si evidenzierà agli occhi della mente, ma non con contorni e forme visibili da uno stato di seconda consapevolezza. I contorni e le forme della vita, precedenti all’apertura dello sguardo spirituale, sussisteranno e persisteranno ancora, dopo questa apertura interiore, ma s’illumineranno in una visione superiore che non avrà più necessità di interpretare quella che costituisce la velatura del reale per gli occhi usuali. La certezza che "Vede", vede consapevolmente attraverso il dono di comprendere le connessioni dei minutissimi elementi, invisibili all'occhio esterno, che danno vita e senso al reale. Normalmente le persone, non avendo consapevolezza dei Principi universali, non sono nemmeno in grado di riferirsi alla loro stringente logica consequenziale, la quale ordina gli elementi, grandi o piccolissimi di cui è formata la realtà, che necessariamente sfuggono alla valutazione dell'interpretazione individuale che non possiede la capacità dell’osservare dal Centro dal quale proviene tutto ciò che è.
È l'osservazione della realtà, attraverso i Principi del "Senso dell'Eterno", che conferisce la Visione del Vero universale, senza la falsificazione operata dalla mediazione individuale. In altre parole... non è l'individuo che "Vede", ma il Centro che, esprimendosi nell'individuo consapevole, riconosce la Verità perché l'individuo si scansa dall'interpretarla a suo uso e consumo. Questo scansarsi è il solo “merito” che può arrogarsi questo individuo che comunica col proprio Centro universale e, quando deciderà di uniformarsi a questa centralità… sceglierà, con questa decisione, la possibilità di essere libero.