sabato 14 agosto 2010

Bilie


Jhvh, il Dio degli ebrei e Allah, il Dio dei musulmani, stavano giocando a bilie in un cielo ancora vuoto dove i danni, nell'eventualità di tiri sbagliati, sarebbero stati limitati. Entrambi non erano dei gran tiratori, e non avevano la prudenza che caratterizza l'Assoluto, loro Padre e diretto superiore.
Di bilie ne avevano un'infinità, perché l'Assoluto non ha limiti creativi e, anzi, non ce n'era una che fosse uguale all'altra.
Avendone così tante nessuno dei due Dei giocava al risparmio, e sprecavano colpi su colpi, non preoccupandosi di dove le bilie sarebbero cadute.
Il tempo ancora non esisteva e nessuno potrebbe dire, con precisione, quanto quei due giocarono, anche se oggi si ipotizza fosse l'equivalente di una settimana senza il sabato né il venerdì. Sicuro è che, a un certo punto del gioco, presero a litigare tra loro. Nessuno dei due era assolutamente perfetto come l'Assoluto Padre e, in fondo, non avevano nemmeno bisogno di quella perfezione, dal momento che ogni loro errore sarebbe precipitato nel vuoto cosmico di un universo che ancora non esisteva. Cosa quei due avessero da litigare non si può dire, e non perché non lo si voglia. Non c'è bisogno di ricordare che litigano ancora oggi, e che non è consigliabile metterseli contro, attribuendo ragioni e torti arbitrariamente.
Intanto quelle bilie precipitavano, attirandosi e respingendosi, in un ruotare impresso dalla relativa perfezione che ogni regalo dell'Assoluto Padre ha in sé, come risultato del legame che ogni effetto ha con la Causa che l'ha voluto.
Poiché quando una cosa piccola si allontana dal Centro creativo, che è sua ineffabile culla senza contorni, prende forma e sostanza, qualità e quantità, un sopra e un sotto, un dentro e un fuori, le bilie s'ingigantirono alquanto.
Una di queste bilie cadute, proprio quella della quale i due Dei si litigarono la paternità, portava impresse sulla sua superficie le impronte di Jhvh e di Allah, insieme a gocce del loro sangue.
Da quell'unto il sangue bevve, rinvigorì e crebbe, e ancora oggi riempie corpi che perpetuano, nei figli, il peccato originale dei Padri.

mercoledì 11 agosto 2010

Libro elettronico o cartaceo?


Orgoglioso del suo lettore elettronico passeggiava nel parco, costeggiando il laghetto dove starnazzavano una dozzina di papere non alfabetizzate e che, di conseguenza, non potevano apprezzare la magnificenza di un'innovazione tecnologica che faceva a meno della polvere da sparo. Il libro all'interno del supporto digitalizzato si stava facendo intrigante, tanto da farlo sudare dall'eccitazione; spesso i racconti erotici hanno questo inconveniente. Anche le sue mani divennero umide, lasciandosi sfuggire il lettore che cadde a terra, facendo un rumore che frantumò l'illusione di perennità delle nuove tecnologie. Lui non era uno sprovveduto, e aveva riempito la sua sfiducia nell'elettronica con un formato cartaceo dello stesso libro, tascabile con copertina morbida di carta riciclata. Lo trasse, mentre mollava un calcio alla salma del lettore a terra, dalla tasca posteriore dei larghi jeans, e lo aprì alla pagina dove l'altro si era fermato. Sarà stata la difficoltà di mettere a fuoco la nuova e più morbida visuale stampata, o forse per la distrazione di uno dei suoi occhi, divertito alla vista delle papere che si litigavano un transistor, ma un suo piede non s'avvide di una buca e lo slancio inflitto dalla caduta fece decollare il libro, che si tuffò tra le paperelle inorridite. Lui, sdraiato a terra, non poté evitare di guardare il cielo, nella perdita della speranza di continuare a leggere i gridolini di piacere che i due protagonisti della storia cacciavano. Com'era bello il cielo, e due nuvole che si sormontavano gli ricordarono di tutto, tranne i due amanti che continuavano a godere, sollevando onde di piacere che le papere non apprezzarono.

lunedì 9 agosto 2010

Timidezza


Nascere timidi è quasi peggio che farlo con sfacciataggine, perché se la seconda disposizione d'animo raccoglie un'enormità di brutte figure, tra le rare soddisfazioni, la prima assicura l'indifferenza totale del mondo, esclusa la sua parte malvagia.
Io sono nato sfacciatamente timido, e di peggio c'era solo il non nascere affatto.
Trovo stupefacente che l'universo mi abbia tenuto un posto dove soffrire in pace nella mia solitudine, perché significa che si è accorto della mia presenza.
Almeno lui.
Uno dei vantaggi della solitudine è che ti dà il modo di riflettere, lo svantaggio sta nel fatto che l'argomento di riflessione è sempre il medesimo: la solitudine.
Oggi ho scoperto che anche il cielo è timido. Come spiegare altrimenti le sue sfuriate?
In fondo l'introversione ti consente di non partecipare al caos della vita, e te la fa osservare dall'alto della paura di esserne coinvolto. Questo starne fuori occasionalmente scatena emozioni fulminee e fa lacrimare, in un vuoto di speranze analogo a quello del cielo.
Mi sono accorto che un lato della natura è timido come lo sono io, l'ho visto nel frinire dei grilli che non si vedono mai, nelle albe che non accendono il sole di colpo, nei morti che scompaiono senza salutare.
Lo capisco dai sussurri d'amore, che diventando urla dicono di un amore finito.

Nel vento che mostra alle foglie di essere anche delicato, nella luce che accende gli occhi quando la memoria si sveglia.
Il segreto celato dietro all'evidenza degli orizzonti è timido, eppure amorevole, nel suo non voler accecare di luce menti colme di tenebra.

domenica 8 agosto 2010

La matrice del Fato


Che non si nasca da zero gli pareva un'ovvietà, e non avrebbe potuto pensarla diversamente dopo aver vissuto un'esistenza che ricordava il concerto di un violino stridulo, al quale mancavano metà delle corde. Gli eventi che avevano spostato gli obiettivi che rincorreva avevano tutti lo stesso accordo: il no.
Era nato in corsa, sobbalzando nella pancia di sua madre, mentre lei correva al pronto soccorso rilasciando una scia d'acqua dietro di sé.
Un forcibe gli afferrò la testolina ancora molle, trascinandolo fuori dalle contrazioni per sbatterlo in mezzo al mondo. Nella sua vita si impresse la feroce piega di un destino che ricordava quello di una mosca, atterrata sul piatto girevole di un vecchio grammofono che, dopo averle spezzato le ali, le regalava l'opportunità di dover schivare il chiodo saltellante di una puntina nevrotica che correva.
A scuola arrivava sempre in ritardo, correndo come un ladro per riuscire a copiare i compiti da qualche caritatevole compagno.
Ormai, per lui, correre era la consuetudine e questa inclinazione lo avvantaggiò, sia nel lancio di bottiglie molotov, che nella fuga subito dopo.
Non gli sembrò nemmeno sconveniente, finita la scuola, rifiutare il lavoro per raccogliere i frutti dell'urgenza di un vivere che non mette a fuoco la vita, così si specializzò nel borseggio con destrezza.
Sfilare portafogli, defilarsi e poi fuggire, non lasciava spazio alla riflessione anche se, a volte, pure il riflettere gli consigliava di correre.
Corse il cellulare che lo portò in prigione, e pure l'ambulanza che da quel carcere lo condusse al neurodeliri, dove pillole rosa non riuscirono a tenere seduta la sua ansia.
Oggi c'è stato il suo funerale, seguito da pochi amici in libertà condizionata o in permesso speciale. È stato l'unico momento calmo della sua non vita, almeno fino a quando un pietoso insetto non convinse il cavallo a rispettare il Fato che, fino a quel momento, aveva guidato il feretro che ora lui stava accompagnando all'ultima dimora. Un nitrito incontenibile si alzò al cielo, e fu preludio dell'ultima cavalcata che, di corsa, passò oltre a un cimitero esterrefatto e invidioso. Nessuno ebbe dubbi che la sua anima sarebbe entrata, nei gironi infernali, trafelata e speranzosa di non doversi fermare lì.

sabato 7 agosto 2010

Le radici dell'io


Dove volete che siano le radici dell'io?
Quale sarà la matrice centrale della realtà che genera le individualità particolari?
Se l'io è ciò che ci fa sentire identici a noi stessi, e centrali al cambiamento continuo del nostro organismo, quale natura dovrà avere la Centralità universale, sempre identica a se stessa, nonostante il variare incessante delle proprie manifestazioni?
L'essere è un microcosmo analogo al macrocosmo universale, e l'io di ogni individuo è il riflesso della Centralità universale che tutto permea, così che le radici dell'io sono necessariamente legate al loro principio. Tanto quanto ogni io è diverso da ogni altro, l'affondare le sue radici in Ciò che è uguale per ognuno è l'obbligo dato dall'universalità che si deve riflettere nella molteplicità di ogni sua forma particolare. L'uomo chiama Sé spirituale questa centralità, che non è in opposizione all'io individuale, perché l'universale non si oppone all'individuale, ma lo comprende avendolo generato.

lunedì 2 agosto 2010

Il Maestro di nessuno e la chiave


L’iniziazione spirituale è un evento misterioso, e non potrebbe essere altrimenti, perché costituisce la via attraverso la quale i princìpi universali, che reggono la realtà modulandone il dispiegamento, sono svelati dal Mistero assoluto. È il fiat lux, interiore e silenzioso, immagine di quello dal quale il caos nel generoso buio si è manifestato nel brillare che ci contiene, sovrasta e penetra.




Un uomo si ergeva in modo che nessuno potesse notare la sua stanchezza, perché aveva una funzione da svolgere, assegnatagli dal Mistero: accompagnare i discepoli spinti fino al suo eremo, dal Mistero in persona, a essere pronti alla visione della Verità unica senza, per questo, dover impazzire.
A questo scopo vestiva curando che il suo aspetto suscitasse riverenza e timore, in chi gli domandava sul sapere che lo teneva dritto e candido, in quella grotta umida e fredda, che costringeva tutti a piegarsi.
Lui sorrideva dentro di sé, in quello spettacolo per tonti che aveva escogitato, allo scopo di spingere fuori strada coloro che percorrevano i pericolosi sentieri delle alte cime, nell'intento di porre a lui questioni che non potevano essere soddisfatte a parole.
Lo chiamavano Maestro quando, in realtà, lui mostrava il contrario della Verità.
Non che dicesse falsità, parlava così poco che in quel poco non restava spazio per dire bugie, ma la rigidità dei suoi modi duri, i suoi abiti e la fermezza della posizione instancabile che teneva da anni, incurante dei capricci del gelo di quelle altitudini, gli conferivano un'aura di potenza misteriosa che solo la consapevolezza spirituale poteva concedere, e solo all'eletto che non aveva temuto la vittoria sui propri limiti.
Lui sapeva bene che se avesse indicato la giusta via, diversa per ognuno, a ogni aspirante che gli chiedeva indicazioni interiori, avrebbe commesso uno sbaglio difficile da riaggiustare. 
Così aveva messo in piedi quel ridicolo teatrino, come se la Verità si trovasse celata in mezzo alla pienezza contenta di sé, lasciando l'impressione che il Vero fosse una specie di rigoroso temporale dell'anima che non aveva più un tetto sulle proprie, infinite, aspirazioni.
Quale altro modo per conoscere le reali intenzioni di chi si avventurava sino a lui?
Solo a chi avesse avuto la forza e il carattere di non cadere in quel tranello, avrebbe potuto comunicare il Silenzio che prelude alla visione del Vero che si mostra in abiti che la Verità non ama.
Quando lui era ancora un giovane contadino, primo di nove fratelli e senza il diritto di aspirare alla vita monastica, si ruppe una gamba in seguito alla spinta di uno Yak, su un sentiero a quattromila metri di altitudine. Fu soccorso dal pastore più mal messo mai incontrato, più ignorante delle sue stesse bestie il quale, oltre a curargli il corpo, gli spostò lo sguardo verso l'interno di sé senza che lui potesse avvedersene. Nei giorni successivi, tornato al suo villaggio, una misteriosa serie di domande attorno al perché della vita gli si affacciò inusualmente alla coscienza, che sentiva la necessità di ordinare le inaspettate intuizioni del suo spirito, in modo che la mente potesse considerarle attraverso la logica. Fu un'esperienza terribile, perché quando la Verità dei princìpi sui quali la realtà è fondata si mostra, per prima cosa ti mostra ciò che sei nelle tue reali intenzioni. Al primo sconcerto, che si protrasse per un'intera luna, si sostituì lo stupore di non aver mai saputo guardare i legami che annodano tra loro tante parziali verità ferite, alla perfezione dell'unica e indivisa Verità. In seguito fu la meraviglia a prendere il sopravvento sugli altri stati d'animo, che stavano a bocca aperta sullo spuntone di roccia che apriva lo sguardo dell'Intuire alla visione di un insieme che comprendeva l'alto e il basso, il dentro e il fuori di una magnifica realtà che stava tutt'attorno al centro dal quale un nuovo e diverso osservare valutava ciò che, per ora, riusciva a scorgere della possibilità universale. Quel vedere era solo il primo passo mosso verso l'ignoto, e lui lo capiva allo stesso modo di un bimbo che sente il bisogno di muovere anche l'altro piede dopo aver spostato il primo verso il centro di sé. 
Non ebbe modo di incontrare una seconda volta quel pastore, anche se lo cercò per anni, e quando raggiunse finalmente la capacità di essere sincero e rispettoso con se stesso, poté ascoltare la Voce del Centro, rispetto alla quale la sua vecchia coscienza, di cui quest'ultima aveva preso il posto, gli appariva come un servo sempre disposto a farsi comprare.

Molte nuvole avevano attraversato il cielo della sua mente, da allora, più di quante assediavano le alte cime che lo deridevano in silenzio, e ancora tanto lungo appariva il sentiero da percorrere che conduceva alla montagna invisibile, quella così piccola da stare dentro all'attimo.
Lui ascoltava la Voce silenziosa e smascherava ogni impossibilità che si scontrasse con la Legge che gli si mostrava nuda, in tutto il fulgore di un'Intelligenza alla quale lui si dissetava.

La Voce aveva condotto al suo anfratto spoglio altri assetati, ma lui sapeva di non poter dar loro da bere. Dovevano imparare a riconoscere da soli la fonte, perché l'Essenza non zampilla dalle parole, come l'acqua non sgorga prima che un'apertura interna lo consenta.
Intimoriva le persone con gesti severi, gli stessi che usava per accarezzarle senza farsi scorgere; le lasciava all'aperto a consegnare le loro invocazioni al vento pungente, che non osava introdursi nello scomodo giaciglio di un vecchio pazzo, perché il vento teme la calma.
Molti tornarono presto sui loro passi delusi, altri tennero duro a lungo, ma mai nessuno fu disposto a rinunciare alle proprie opinioni.
Lui era il Maestro di nessuno, e ignorava ancora molte cose del Mistero, anche di essere chiamato così nelle valli sottostanti.

Una notte arrivò da lui un ragazzo il quale, sfinito dalla fatica e mezzo congelato, gli svenne davanti. 
Il Maestro di nessuno lo portò nell'anfratto roccioso, e lo riscaldò con gli occhi senza neppure toccarlo.
Il mattino seguente un'oscura tempesta frustò di scaglie gelide la grotta, impedendo al ragazzo di guardare i disegni coi quali le stesse leggi che danno forma ai pensieri si divertono a immortalare nelle pareti la fantasia delle forme, sempre diverse, che imprimono onde in quel mare di roccia.
Due giorni dopo il cielo si distese d'azzurro, e la montagna poté riguadagnare la vista sul mondo. 

— Cosa cerchi?— chiese il Maestro al ragazzo

— Maestro…— rispose il giovane
— Sto cercando la chiave che apre tutte le porte—

— La chiave serve solo se c'è una porta da aprire, e la porta è costruita dall'uomo per nascondere ciò che non riesce a immaginare— disse, senza alzare gli occhi dal vuoto, il vecchio saggio
— La chiave è forgiata dal punto di vista dal quale si osserva il mondo, e ogni punto d'osservazione non vede l'orizzonte dall'altro lato
— È per questo che tante sono le chiavi quanti sono gli occhi che guardano—

— Ma io cerco la sola chiave che apre tutte le porte del Cielo— insistette il giovane

— Quella non è una chiave— rispose il Maestro
— Perché la chiave è forgiata dalla domanda e se la domanda cambia, la chiave non entra più nella serratura della risposta
— La chiave che dà la risposta ha un profilo adatto alla domanda fatta, e a ogni domanda corrisponde una risposta che nega quella domanda   e avrà una chiave diversa che le si adatterà
— Per questo la chiave delle chiavi non è una chiave—

— Cos'è, allora, Maestro?—

— Per rispondere all'infinita creatività del Mistero è necessario poter vedere le leggi stabili che da Quello si allontanano—

— Come fanno a essere stabili se si allontanano dal Centro immobile, Maestro?
— Non devono muoversi per allontanarsene?—

— Sì, devono muoversi come si muove il sole, che mantiene una fissità maggiore dei pianeti che gli ruotano attorno, nei confronti del Sole di tutti i soli
— Le leggi fisse dell'universo non sono assolute, l'Assoluto è unico e senza parti, ma sono la realtà più vicina a Quello e si allontanano dall'Assoluto portando l'Assoluto dentro di sé—
— Queste leggi sono al centro dell'universo e di ogni cosa che è nell'universo
— Sono la voce e la volontà di Libertà dell'Assoluto
— Sono le sbarre della prigione che conduce a essere liberi—

— Quali sono queste leggi, Maestro?—

— Io posso soltanto dirti dove puoi andare a cercare senza possibilità di trovare
— La tua mente non può trovare la Verità cercandola
— Il tuo cuore non troverà l'amore cercandolo
— L'Amore troverà te se avrai il cuore aperto
— La Verità ti troverà se avrai la mente vuota—


Il giovane guardò il Maestro e capì il perché del suo nome. Uscì da quella grotta più confuso di quando ci era arrivato, ma nei giorni seguenti una miriade di domande che non si era mai posto prima gli affollarono la mente e il cuore, e i princìpi che regolano vita e morte gli si mostrarono nella loro imperturbabilità. Fu un'esperienza terribile, perché quando la Verità dei princìpi sui quali la realtà è fondata si mostra, per prima cosa ti mostra ciò che sei nelle tue reali intenzioni.

mercoledì 28 luglio 2010

Siamo così in pochi



Io ci ho provato, ignorando i consigli degli antichi maestri, nella convinzione che fosse possibile, se non proprio comunicare la centralità dell'Essenza, che è assolutamente incomunicabile, almeno a dire dei princìpi dell'universo e la logica che da questi è ordinata.
Mi pareva assurdo pensare soltanto al mio lavoro interiore, e poi raccogliere erbe mediche da vendere al mercato, come i saggi di un tempo suggerivano di fare, per non correre il rischio di essere individuati e messi al rogo.
Noi siamo così in pochi, sempre meno che in passato, e conosciamo tutti la stessa cosa, della quale non possiamo dire perché non è una cosa, non può essere confrontata e non ha contrari. Io ho sempre vezzeggiato la parola, e attraverso il parlare ho girato attorno, innumerevoli volte, al Mistero silenzioso, aggirando la sua superficie nel tentativo di dare una flebile forma al niente che da Quello promana, nell'insensato bisogno di ricambiare il dono che da Quello inspiegabilmente ho ricevuto.
Siamo così in pochi a dover tacere attraverso di Lei, l'Intelligenza silenziosa che non ci appartiene, e ci usa come dev'essere utilizzata la Libertà.
La libertà di non poter dire di Lei senza essere giustamente considerati ridicoli usurpatori del diritto che ognuno ha di guardare da sé la Verità che non appartiene a nessuno.
Alcuni di noi, i migliori tra noi, sono stati macellati dalle piccole intelligenze che non sopportavano i miracoli fatti dal vuoto del Cielo. Altri come noi, si sono chiusi nella caverna del cuore, serrando i loro occhi fisici alla presenza necessaria dello stupido male.
Siamo così in pochi, noi che vediamo questo miracolo grande, così immenso nel suo essere piccolo, che altri diversi da noi ne sospettano la presenza solo quando hanno timore di subirne il giudizio.
Se noi non fossimo così in pochi questo mondo scivolerebbe più lentamente verso il baratro che si è scavato, e che implica la propria fine, e forse siamo così in pochi per non poterne più arrestare la corsa. La morte è necessaria per l'uomo che è nato, come per la civiltà che lui ha eretto, ma la morte in uno stato dell'essere è nascita in un altro stato, e non c'è una morte che non sia contemporaneamente un'altra vita, a parte quella che si ricongiunge alla Libertà assoluta. Noi pochi a questa Libertà ci rivolgiamo, amandola senza doverle sacrificare altro che noi stessi.

sabato 24 luglio 2010

Storie vere



Per chi ama scrivere, creando da quel nulla che ogni scrittore si ritrova a essere, raccontare storie vere è una tortura. La verità costituita dalla realtà non va troppo d'accordo con chi le preferisce storpiature fantasiose, da far passare come fossero preferibili agli accadimenti reali. Non che la fantasia non abbia il suo legittimo grado di realtà, se c'è è reale anche lei; come i miraggi può condurre a perdersi tra le dune dei desideri impossibili a realizzarsi se non nei sogni notturni. Naturalmente anche i sogni sono reali, nel loro proprio dominio, e possono farti scoppiare il cuore di paura.
La realtà, per difendere la propria consistenza, non smette di sottolineare come contraddittorie e insostenibili tutte le ipotesi che l'uomo le disegna attorno. In tutte queste formulazioni di matrice umana qualcosa di essenziale è sistematicamente occultato, nella speranza del formulatore che nessuno se ne accorga. Per fortuna la realtà è totale, occupando tutti gli angoli dell'universo, e tace, ruotando attorno agli uomini come una cacciatrice armata di frecciatine velenose, che scocca appena ci dimentichiamo della sua presenza. Lei usa diversi tipi di veleno da spalmare sulla punta dei suoi dardi, il più pericoloso dei quali è l'incantamento d'amore. Sì, perché insieme all'amore ci mischia l'odio. Se così non fosse ci ritroveremmo tutti ad amare tutti senza alcun merito, e la vita perderebbe di significato e valore, senza contare la gelosia che questa follia susciterebbe. Diversamente, se si diventasse capaci di amare senza dover possedere l'oggetto amato, allora la gelosia perderebbe il suo peso possente, e il volersi bene non si trasfigurerebbe nell'ammucchiata cosmica che il "Partito dell'amore" auspicherebbe. Il Presidente di questo Partito ha un'impellente necessità d'amore, che contraddistingue tutti coloro che hanno dovuto, per contingenze superiori di ordine economico e politico, trascurare la sfera affettiva che, per loro, è diventata come una palla da bowling che resta agganciata a dita diventate artigli.

Dita


Questa cosa dell'appartenere a un pirla che crede di essere uno scrittore ci fa impazzire dalla gioia. Lui crede di essere padrone assoluto delle sue dita, mentre noi lo compatiamo solidali. Non che sia facile padroneggiare i suoi pensieri, ma se ci si mette d'accordo non è difficile dargli l'impressione di essere lui a scrivere. La manovra è un poco complessa e differente per ognuno di noi, in dipendenza dei legami sinaptici che abbiamo coi dendriti del suo, chiamiamolo pure, cervello. Sono collegamenti incrociati di ardua gestione, se dovessimo agire in dieci, ma per fortuna il cretino usa solo due di noi, io e il mio corrispettivo dell'altra mano, quelli che di solito usa per mandare affanculo il mondo. Non è strano che, per farlo, l'uomo usi il dito medio, proprio quello che, rappresentando la via di mezzo, dovrebbe essere il più equilibrato? Ma non stiamo a sottilizzare sui misteri dei meandri dell'animale di cui siamo una parte più attiva di quanto lui creda, e concentriamoci sul da farsi, ché lo scemo si sta organizzando per scrivere le solite quattro idee rimescolate tra loro con quella che chiama "creatività". Si tratta, in fondo, di essere più veloci del suo pensiero che, vi assicuriamo, è cosa da niente. La strada che deve fare l'ispirazione, povera in canna che quello si ritrova, per arrivare al risultato finale, è abbastanza lunga da consentirci di anticiparne i funesti effetti. Più o meno funziona così: lui, lo "scrittore creativo", vive alla cazzo pensando di essere un genio della sopravvivenza, e quando la noia lo ammazza si fionda alla tastiera del Mac, e apre la botola del suo ego. Da lì si accede ai bassifondi dell'anima che dà sulla scala a chiocciola che sprofonda nello spirito. Luogo misterioso anche per due dita intelligenti come noi. Da lì recupera una secchiata di sensazioni che lui chiama, pomposamente, "Intuizioni", e le riversa nell'androne della coscienza. Quella, disordinata com'è, le raccatta accumulandole nel pensiero che attiva i neuroni i quali, spintonandosi, ci inviano ordini. Ora che questi arrivano noi due abbiamo già iniziato a scrivere altro. Lui all'inizio ci rimane un po' male, ma poi si convince, essendo suo il corpo, di avere poteri straordinari e ride, meravigliato delle cose che gli consentiamo di leggere. È stupefacente che anche adesso, dopo questa nostra confessione, pensi di essere lui ad averla immaginata…
Noi dita, a differenza del cervello, siamo disponibili a essere lavate senza che questo modifichi la conoscenza che ci siamo fatte accarezzando la realtà. È per questo che affrontiamo gli avvenimenti considerandoli nei modi, delicati o cruenti, suggeriti dalle conseguenze che da quelli hanno avuto seguito. Noi dita raramente ci sentiamo a disagio, nell'anticipare le stupide posizioni preconcette che cervelli, privi di obiettività, adottano per non faticare nella ricerca di argomentazioni a sostegno.
È per questo che i cervelli con il compito di scrivere i libri di storia o le enciclopedie assumono dita prezzolate, dunque rese innocue, per digitare le loro falsificazioni.
Le dita, è noto, non hanno emozioni proprie, eccetto il disprezzo che nutrono per la dabbenaggine con cui i cervelli filtrano le informazioni destinate ad appesantire la loro incoscienza. Quando lo "scrittore" al quale siamo attaccate, e del quale riempiamo gli spazi lasciati vuoti dalla sua intermittenza intellettuale, era uno studente, si faceva acriticamente propinare delle balle cosmiche senza batter ciglio. Riuscirono persino a fargli credere che un guerriero di nome Attila, un Unno, sia stato il più sanguinario condottiero e Re che la storia ricordi ma, nel contempo, anche colui che si fece fermare, nella sua conquista facile, dalle raccomandazioni di un vecchio Papa di nome Leone e dal suo innocuo crocifisso.
Noi dita comprendiamo le gravose limitazioni di un cervello costretto dal non poter toccare di persona la realtà, che deve ribaltare le immagini che la retina gli invia al contrario, e che si schiaccia contro la fronte ogni volta che il corpo arresta, di colpo, la propria corsa, ma proprio per queste ragioni dovrebbe astenersi dall'elaborare ipotesi fantasiose sull'esistenza. Un rapporto con la vita afflitto da tante pesanti limitazioni dovrebbe indurre il cervello a emulare il comportamento dell'intestino, al posto di ergersi sulla cresta delle cime tempestose sulle quali alpeggia la consapevolezza universale.
Che il cervello si chieda chi traccia la croce del voto politico che lo metterà in croce.
È questo il modo attraverso il quale noi dita organizziamo i crimini del potere mafioso che governa il paese, e lo facciamo allo scopo di mostrare ai cervelli la loro inutilità.
Così come il cervello usa noi dita per esprimere consenso, dissenso oppure, in associazione ai coglioni, anche l'esecrazione della cattiva sorte, le dita minacciano il cervello di accecare quel poco di lui che vede. Il cervello non la prende bene e manda ordini che impongono alle dita di grattare distretti dell'organismo squallidi e puzzolenti. Non che le dita apprezzino granché questo suo senso umoristico, e lo si capisce dal fatto che prolungano la grattata tanto da far perdere il controllo al cervello che non può impedire un arrossamento che richiederà una grattata riparatrice aggiuntiva, volta a peggiorare una situazione che era già compromessa in partenza. Naturalmente quella appena ricordata non è la più sgraziata tra le possibilità che si offrono per aggravare un conflitto perennemente in atto tra l'intuire delle dita e il cogitare supponente della materia grigia; non bisogna infatti dimenticare che le dita si assumono la responsabilità di appiccare fuoco al corpo, mentre il cervello è intento ad autocommiserarsi, o a protestare per la vita grama della quale ha faticato a prevedere le nefaste conseguenze realizzatesi.
L'enorme vantaggio che noi dita abbiamo nei confronti del raziocinio (si fa per dire) che caratterizza il lavorio mentale dell'organo che occupa, abusivamente, il piano rialzato dell'organismo umano, sta nella maggiore distanza che ci separa dal Cielo e che ci concede di prepararci al peggio. Quello stesso Cielo misterioso che invia messaggi troppo carichi di valenze simboliche che, a tradurne il senso, c'è da perdere la gioventù. Noi dita, invece, non ci fidiamo dei gorgoglii sinaptici dei neuroni, che funzionano a impulsi elettrici come le lavatrici, e affidiamo il nostro intuire alla benevolenza dell'Intelligenza ordinatrice del Cosmo, la stessa che ci ha dato l'abilità e le unghie per pulire i condotti respiratori che consentono di inalare la vita dal Cielo. Chi avrebbe l'ardire di affermare che sparare a casaccio ipotesi sull'esistenza sia più importante del respirare?
Che gli frega al cervello di mancare il bersaglio con le sue idee balzane, buttate giù senza tenere in alcun conto le variabili capaci di trasformare un tetto protettivo... in una grondaia a penzoloni alla quale noi dita ci attacchiamo per salvare la pelle?

Nella particolare gerarchia in cui è ordinato lo specializzarci di noi dita, il primo posto non è occupato dalla presunta santità con la quale i cervelli predicano bene e razzolano male, ma dalle dita dei chirurghi che aprono i cervelli allo scopo di eliminare, senza esagerati danni collaterali, quel settantacinque per cento di cervello che nessuno sa a cosa dovrebbe servire. Tutti gli organi e i componenti del corpo umano sono commisurati alle loro funzioni, ma per il cervello la cosa pare non abbia importanza. Lui funziona con solo un quarto della sua massa fisica e un decimo di quella emotiva. Non è questo un
segno inequivocabile d'immaturità?

mercoledì 30 giugno 2010

La scatola nera

—Meno male che dove non c'è un dove anche il tempo pare immobile, altrimenti questa sala d'attesa mi avrebbe snervato
—Due tizi armati di ali mi hanno detto che mi avrebbero chiamato loro, e che non c'era fretta, almeno finché non avessi capito come aprire la mia scatola nera
—Io che cazzo ne sapevo di quella scatola, e mi dà fastidio che debba essere pure nera
—Quei due stronzi vogliono che io creda sia la mia anima, glielo leggo nelle intenzioni, visto che tengono gli occhi chiusi
—C'è una tristezza qui dentro che pare un mortorio, solo quei due che si baciano tra le lacrime mi ricordano di essere nella sala d'aspetto del reparto "Nuove nascite"
—Avessi almeno un nome, ma mi hanno tolto pure quello quando sono morto, e adesso mi chiamano con un "Hei tu"!
—Ma quante volte devo sentirmi dire che è arrivata la mia ora?
—Mi fanno entrare in un'altra dimensione del cazzo, dopo avermi dato tutti gli elementi per non credere alla sua sussistenza, e mi sbattono di qua e di là senza rispetto alcuno, mentre l'assenza di misericordia traspare da tutti i loro sorrisetti maliziosi
—Se questi sono gli angeli figurarsi come saranno i dèmoni, a meno che non siano proprio loro i dèmoni…
—Fanculo, qui è come nella vita passata
—Nessuno che ti dice una cosa giusta e tutti si scandalizzano che tu non abbia ancora capito cosa ci stiamo a fare in questa bolgia d'imbroglioni stronzi—


—Te lo diciamo noi cosa ti aspetta, e ti aspetta quello che dovrai essere— una fila di essenze dietro a volti irreali, nell'immobilità giudicante, si presenta con l'aria di fare una menata


—Sentite, facciamola breve che mi sono rotto i coglioni di tutta 'sta trafila demente— mi sento dire isterico
—Che cazzo volete da me, visi pallidi?— loro non muovono un ciglio, dandosi l'aria di conoscermi meglio di come mi conosco io, cosa manifestamente priva di valore dal momento che io non mi conosco affatto


—Non mi direte che la giostra si deve pagare dopo aver concluso il giro, vero?— il mio tentativo di scoprire, provocandoli, chi fossero quei visi sparisce nel vuoto in cui tutto è infangato e quelle espressioni, insinuatesi illegalmente nel mio sentire, sembrano cercare qualcosa che non trovano.


—Tu sei una manifestazione di luce, e sei stato dotato di un'intelligenza capace di oggettività, e l'oggettività è verità
—Il non aver applicato al tuo vivere la possibilità di apertura incondizionata verso la trascendenza mostra che, per te, l'intelligenza è un lusso che non ti puoi concedere
—Ora noi valuteremo, per il potere concessoci dal Mistero senza nome, il grado esistenziale e la forma che assumerai nella sfumatura in cui una nuova esistenza aspetta le tue fatiche—


Tra tutte le cose che potevano dire quella che avevano appena sputato al moncone che restava di me era la peggiore. Non potevo credere a quello che avevo capito essere il risultato di una vergognosa trappola, nella quale ero stato tirato in mezzo come un animale che si dovrà rimangiare il proprio vomito


—E come mai nessuno, prima d'ora, mi ha mai detto che ero intelligente?
—Adesso arrivate voi e mi volete togliere quello che non ho mai avuto?
—E questo Mistero, che si tiene nascosto agli occhi del mondo e che manco si mostra adesso, mentre me le manda a dire dai suoi sicari?
—Chi è o cosa è?— stavolta ero furioso davvero, come uno che dopo ore di coda si sente dire di avere sbagliato sportello, dallo stesso impiegato che gli aveva dato l'indicazione sbagliata.
Quelli non avrebbero mosso un muscolo nemmeno se l'avessero avuto.


—Il Mistero non È, perché l'essere sarebbe una costrizione insostenibile per Lui— sibilarono a una sola voce


—Eccoli lì, prima a dirti che sei un essere creato a Sua immagine e somiglianza, poi che a Lui fa schifo l'essere... io non ne posso più di 'ste cagate cosmiche, ridatemi il mio nulla e cancellatemi dal programma di recupero ché tanto è destinato a fallire!— avessi avuto un corpo senza quelle mutilazioni me ne sarei andato seduta stante, da quel ridicolo consesso di inquisitori spirituali.


—Il tuo destino universale è nel Centro che ti aspetta come sempre, e a noi non è concesso togliertelo, ma la strada per raggiungerlo... quella sì che te la possiamo allungare, e anche riempirla di bivi
—In quegli incroci, in mezzo ai quali dovrai scegliere il male minore, non sarai più aiutato dall'intelligenza che tu hai fino a qui insultato, e che il Mistero abbia pietà di te...
—Nascerai come uomo!—


Cosa fosse un uomo ormai sarebbe stata la cosa che mi avrebbe interessato di più, in quella miriade incalcolabile di realtà complesse che galleggiava nel buio cosmico, e mi lasciai accompagnare senza metterla giù dura, come avrò probabilmente fatto tutte le altre volte, chissà dove, quando e in quali forme.


Per quel "non scorrere", dove nascita e morte si sovrappongono mancandosi di poco, la nascita somiglia a un pianto di dolore, mentre nel posto umido, nuovo e sconosciuto dove ora sono stato imprigionato, sento aria di festa attorno a me, e mi pare proprio la prova che l'intelligenza me la devono avere tolta del tutto.

lunedì 28 giugno 2010

L'odio


L'odio non si riesce proprio a descriverlo, ed è un peccato doversi affidare alle prove.
Purtroppo il bisogno di spiegare cos'è non coinvolge solo gli scrittori; interi popoli sono impegnati a costituire esempi fin troppo espliciti su questo sentimento, che sa trascinare le comunità degli umani più della sagra dell’albero della cuccagna.
Sì, perché sul palo dell’odio non c’è il grasso spalmato che ostacola la salita, e ci si arrampica in tanti e tutti insieme, nell’euforia di avere tante ragioni da vendere, senza pensare che in cima non è appeso nulla e che il palo non reggerà il peso di tutti.

Grazie disgrazie



Tommy non sapeva se fosse un buon segno o l’inizio di una catastrofe, ma attraverso la fessura dei suoi occhi riusciva a vedere una moltitudine di persone in lacrime che lo toccavano, facendosi il segno della croce subito dopo. Non che lui avesse qualcosa da ridire sulla croce, ma gli pareva strano che prima lo toccassero. L'ultima cosa che la sua memoria aveva tatuato sulla propria spalla era un'intensa luce, esplosa proprio mentre stava mandando un messaggio di auguri, col telefonino, non si ricordava più a chi. Certamente a uno di questi che lo stava toccando prima di segnarsi. Stette immobile ancora un poco, nel timore di potersi alzare da quella comoda prospettiva ma, alla fine, si decise ad aprire un occhio. Uno di quelli che lo aveva appena toccato fece un passo indietro e glielo richiuse, come si fosse sentito responsabile di quello strano riflesso della palpebra che si era ritirata. Tommy non fiatò, e gli parve quasi giusto dover tornare al buio appena lasciato. Dopo qualche altro segno della croce si decise e aprì l'altro occhio, che focalizzò zia Teresa, quella zoppa che non moriva mai. Lei lo fissò senza allarmarsi e glielo richiuse con dolcezza. A quel punto Tommy provò ad alzare il capo, ma i muscoli non rispondevano ai comandi pigri che gli aveva inviato. Riprovò ordinandoglielo, ma non accadde niente. Allora aprì tutti e due gli occhi, urlando con lo sguardo al coperchio che stava rimettendolo nel buio pesto del quale non riusciva a liberarsi. Sentì ancora il rumore del trapano che avvitava il suo destino all'oscurità e uno struscio sopra la faccia, che doveva essere la voce di una composizione di rose arrivate a sostituire il cielo che non avrebbe più rivisto. Tutto sommato lì dentro si stava comodi, e l'unica cosa che gli spiaceva stava nel messaggio di auguri che aveva mandato a qualcuno di quegli stronzi lì fuori. Il discorso del prete gli parve persino bello, non fosse stato per quel "Accettalo con te, Signore, come noi lo abbiamo accettato qui, con noi, sulla terra"…

Consigli sullo scrivere un capolavoro



Scrivere una storia è facilissimo, a patto di non avere la storia già tutta scritta nella mente. Quando si sa già cosa dire ci si trova nella stessa condizione in cui è un manuale d'istruzioni, che è freddo, preciso, saputello e anche stronzo. Sono queste delle qualità, a parte lo stronzo, che servono a poco. Occorre che lo scrittore inventi, quando deve fare cronaca, oppure si attenga ai fatti quando deve inventare. Non è semplice come sembra, perché la verità è sempre in agguato, pronta a svergognare chiunque, e allo scrittore avanza solo la possibilità di convincere il lettore che la verità sta raccontando palle. Per fare questo è necessario che chi scrive creda per primo alle bugie che racconta, perché se non ci crede lui non può pretendere che ci creda chi è più intelligente di lui. Uno scrittore di talento deve dare per scontato di essere più stupido del più idiota tra i suoi lettori, e questa è una manovra ardua, perché chi crede alle palle che racconta difficilmente dà credito alla verità. Una volta superate queste prime difficoltà, che scremeranno chi ha talento naturale da chi ce l'ha artificiale, si può partire con lo scrivere un capolavoro, l'opera d'arte arriverà dopo, quando i lettori del capolavoro si saranno convinti che se fosse venuta in mente a loro, una cosa così acuta e intelligente, l'avrebbero depositata in banca e non data alle masse ignoranti.
Lo scrittore deve saper rendere interessante anche una cagata che tutti conoscono per averla sentita narrare dalla nonna sclerotica, che dopo due minuti che parla viene voglia di ucciderla senza rimorsi. Già, i rimorsi, ecco un'altra caratteristica essenziale che non deve coltivare uno che scrive falsità.
Scrivere implica conoscere in anticipo le aspettative del lettore, in modo d'aggirarle rivoltando la storia tante volte quante sono necessarie per spiazzare il lettore. Poiché i lettori sono molti -almeno si spera- si renderà necessario prenderne uno a casaccio come modello, secondo le ben note leggi della statistica. La cosa si complicherà parecchio per gli scrittori single e senza amici, che abitano in villette non a schiera fuori dai centri abitati.
In pratica si inizia a raccontare accompagnando il lettore a farsi delle convinzioni che in seguito saranno demolite, dimostrandogli che la colpa è sua se non ha notato quel piccolo particolare del racconto che noi avremo opportunamente nascosto tra le righe del sottintendere.
Operando in questo modo, ogni volta che il lettore pare abbia in mano il bandolo della matassa, non si avrà più la necessità di un finale intelligente, perché il lettore accetterà qualsiasi cosa pur di chiudere il libro e regalarlo al suo peggior nemico. D'altronde l'arte dello scrivere si appoggia sulla diffusione, e a noi che cazzo ci frega se quei due sono nemici. Chi pensa che il passa parola che determina il successo di un'opera abbia solo valenze positive, non ha capito la ragione per cui la Divina Commedia è il libro più conosciuto e meno letto dopo la Bibbia.

La sala d'aspetto




Morire non deve spaventare, perché si è sempre aiutati dal deliquio che attutisce il dolore, mentre nella sala d'aspetto che ti attende dopo non c'è una sola possibilità di perdere conoscenza.
Chi s'immagina che il morire sia semplicemente qualcosa che cessa di essere deve solo sperare di crederci fino in fondo, perché solo in quel caso gli sarà concesso di dormire ancora un poco e riposare, fino a quando non si può dire, e non sarà piacevole scoprirlo. Io ho preferito stare sveglio e guardare gli eventi, nella convinzione avuta nella vita lasciata alle spalle, che è sempre meglio sapere che illudersi, se si ha la forza di sopportarlo.

Non so ancora perché di questa sala d'aspetto non si sapeva nulla, quando si respirava in un corpo che pulsava liquidi, ma immagino sia per la stessa ragione che ci impediva di imporre al cuore, col pensiero, la vita o la morte.

La sala è delimitata dalla natura di una domanda, la quale è una per ognuno, ma uguale per tutti.
Io ora sono dall'altro lato di quella domanda, per la quale mi è stato concesso di vedere la risposta, per questo posso raccontare della sala, e del Mistero che continua dopo.

Nella sala non c'ero che io e i miei dubbi, e un velo sul cuore della mia intelligenza.

Lo scopo della sala è quello di scostare quel velo senza sostituirlo con la pazzia.

L'Intelligenza che rivela svelando non ha necessità che la domanda sia posta, né risponde a parole, ma io quelle devo usare se voglio dire a voi della mia pena.

Avevo davanti a me il cielo, nero e spesso dell'incoscienza, pieno di numeri scritti con la luce, che si risolvevano e complicavano in formule indecifrabili, che diventavano stelle sempre più grandi e misteriose. Tutti quei calcoli erano cominciati da un numero, l'uno, e in tutti quei numeri successivi quella unità era lì a sorreggerli, motivandone il senso.
Non c'era, in ogni parte di quella inestricabile complicazione di numeri, un numero che non dovesse la sua necessaria esistenza all'uno iniziale, del quale costituiva una modificazione.

Qualsiasi risultato di quel vivo calcolare sarebbe dipeso dalla legge impressa dall'unità primordiale, pallottola di un pallottoliere del quale non si poteva vedere il telaio.
Quell'unità era una totalità che tutti i calcoli aveva dentro di sé prima che si potesse calcolare.

Le conseguenze di questo erano stupefacenti, perché l'inizio e la fine coincidevano nell'unità, ma in tutto il correre che li separava ci stava la nostra sofferenza del vivere, insieme alla nostra gioia.

Ogni evento nel quale ci si trova è reso possibile dai nostri bisogni e dai nostri sogni, ogni goccia di pioggia, ogni raggio di sole è dedicato esclusivamente a ognuno di noi.
L'intero universo esiste, perché ognuno di noi è.
L'universo è personale e riservato, nel suo non essere una proprietà.
Se piove perché abbiamo bisogno di bere, piove per ognuno di noi, solo per ognuno di noi.
Se il sole deve asciugarci, ogni suo raggio è dedicato a ognuno di noi. Tutto il sole esiste, perché ognuno di noi è.
Quando si osserva il cielo nero che contiene la possibilità del giorno lo si vede pieno di calcoli che brillano; quei numeri sono, per ognuno di noi, diversi e dedicati a ognuno di noi, ma da tutti sono visti come fossero gli stessi dedicati a nessuno.

C'è una ragione per la quale io, ora, posso parlare.
Questa ragione vale solo per me, nessuno di voi mi potrà capire e io, per questo, non riuscirò a svelarvi il Mistero che vedo, per questo la sala d'aspetto aspetta anche ognuno di voi.
Lei è unica per ognuno, e risponderà alla domanda che ognuno avrà nel cuore della propria intelligenza.
Nessuno di voi saprà in anticipo che quella domanda è la stessa per tutti, ognuno crederà che sia solo sua, la sua propria domanda, e che la risposta sarà a misura di ognuno, e così è, perché tutti noi siamo quell'Uno, senza ancora saperlo.

domenica 27 giugno 2010

Sul fine e i mezzi per raggiungerlo

Questo scritto è dedicato e rivolto a tutti coloro i quali sono convinti che, poiché l'esistenza deve la sua sopravvivenza alla violenza dell'inter-divoramento dei suoi elementi, questo sopraffarsi vicendevole, che poi vede il più forte sopravvivere a scapito del debole, viene interpretato come fosse una buona ragione perché sia emulata quella forza che garantisce il guadagno di un vivere indegno. Il mio breve studio mostra che costoro hanno torto e, con loro, intere correnti ideologiche e di pensiero degradato che hanno segnato di crimini e genocidi la triste storia dell'umanità.

C’è chi pensa che il fine giustifichi i mezzi e chi dice che è, invece, l’insieme dei mezzi usati per raggiungerlo.
La questione sollevata dall’accostamento di queste due visuali, in opposizione tra loro, è così interessante e importante da dover essere sviluppata e chiarita, perché le conseguenze che ne derivano sembrano altrettanto inconciliabili dei due punti di vista che si fronteggiano, ed è importante trovare una soluzione che sia in armonia con i principi universali dell’esistenza.
Se questo fine fosse rappresentato da un numero, scomponendo a ritroso questo numero si vedrebbe che i numeri ottenuti da questa divisione porterebbero al numero rappresentato da questo fine per differenti vie di calcolo, le quali sono altrettanti modi diversi di calcolare, per somma o sottrazione o per moltiplicazione e divisione, questi numeri parziali che condurranno a quello totale. Così, se il fine fosse dieci, le dieci unità che lo compongono arriverebbero al dieci per somma di unità, ma potrebbero arrivarci anche per moltiplicazione, con un due per cinque o con un tre più tre più tre più uno, oppure tre per tre più uno, o cinque più cinque etc.
Questo modo di arrivare al fine utilizzerà I numeri che sono compresi nel dieci, e sarebbe la rappresentazione di un fine che è esplicato dai mezzi che gli appartengono.
L’altro caso, invece, può riferirsi a una sottrazione o a una divisione, e il numero dieci essere ottenuto, per limitarci a un paio dei molteplici e possibili esempi, da trenta meno venti o da quaranta diviso quattro. Né il primo, il trenta, e neppure il secondo, il venti, allo stesso modo del quaranta, sono compresi nel dieci, eppure conducono allo stesso identico fine: il dieci.
Si è costretti ad ammettere, di conseguenza, che il fine sia possibile raggiungerlo sia con mezzi compresi in quel fine, sia con altri che non lo sono.
Eppure risalta, con evidenza, che gli esempi fatti fino a ora sono di un ordine essenzialmente riferito all’aspetto quantitativo dei numeri. Che succederebbe quando il fine da considerare appartenga a una diversa sfera di realtà e che questa sia da valutare sotto l’aspetto qualitativo, come accade per la quasi totalità delle realtà, semplici o complesse?
Si potrebbe, in questi ultimi casi, applicare la stessa logica valida per i numeri?
Qualità e quantità sono due principi che possono anche essere considerati, sul piano della realtà in cui si trovano, poli opposti di quella stessa realtà, considerabile rispetto a uno o all’altro dei due. Necessariamente ogni qualità conterrà la traccia di una quantità, nei confronti della quale sarà dominante, e ogni quantità, viceversa e sull’altro lato, avrà in sé quella di una qualità verso la quale prevarrà.
La distanza che separa qualità e quantità determinerà anche un percorso nel quale i due termini misureranno distanze tra loro diverse, attraverso gradi diversi.
Questo significa che il polo qualitativo perderà in qualità e guadagnerà quantitativamente avvicinandosi a quello quantitativo e quello quantitativo aumenterà la propria qualità allontanandosi dalla quantità nel suo procedere verso il polo qualitativo.
In questo percorso entrambi i poli assumeranno le caratteristiche del polo al quale si avvicineranno e perderanno quelle che lasceranno dietro di sé, e quindi vicino al polo che si allontana. Questo percorso non è lineare, ma ciclico, così che ognuna delle due polarità, al suo estremo, si trasformerà nell’altra e ricomincerà sul piano contiguo il suo ciclo dinamico. Ciclo che ha come fine il raggiungimento di equilibri più vicini alla perfezione, quando è un ciclo evolutivo, mentre se sarà involutivo degraderà in un peggioramento del suo stato, il quale provocherà la rottura dell’equilibrio lasciato. Ritornando alla ragione di questa analisi, occorre dire che quando un fine è caratterizzato da una natura principalmente qualitativa, questo fine non potrà essere ottenuto da azioni che siano quantitativamente dominanti perché, con questo, verrebbero a mancare gli elementi che determinano e conferiscono qualità, a ragione della distanza nella quale si invertono le caratteristiche dei due termini dell’opposizione prima considerata. Al contrario, invece, quando il fine sarà essenzialmente di un ordine quantitativo, sarà possibile ottenerlo anche con mezzi nei quali la qualità non domina, consentendo di andare oltre alla rigorosità qualitativa.
Per rifarci al calcolo matematico, per l’analogia che deriva da quello, si deve dire che se è vero che un fine quantitativo è raggiungibile anche attraverso una diminuzione o una divisione degli elementi quantitativi che, esorbitando quel fine, si devono ridurre per arrivare a raggiungerlo, è altrettanto vero, al suo opposto, che un fine qualitativo è ottenibile soltanto da un aumento e mai da una perdita di qualità. Come ultima considerazione è necessario ricordare che mai il fine deve essere confuso coi mezzi impiegati per raggiungerlo, perché anche se esso sarà il risultato dei mezzi utilizzati, sarà sempre maggiore della somma di questi mezzi, così come è per ogni totalità in relazione alle parti di cui è composta.