La conoscenza iniziatica si avvale della consapevolezza dei princìpi universali e non ha punti di contatto con la scienza profana. Sono due domini diversi, anche se contigui sulla verticale che dai princìpi metafisici scende ai princìpi della natura, che dei primi sono una conseguenza. Per questo la metafisica - quella universale, che nulla ha a che fare con quella supposta da Kant - per questo, dicevo, le scienze sperimentali sono indipendenti da quella dello spirito. L'esistenza, e la natura che costituisce il suo appoggio, sono conseguenza delle leggi universalmente applicabili, e non ha necessità, per continuare la sua ciclica corsa, della consapevolezza universale. Quando questa è presente, però, si sanno vedere anche le essenze delle verità che si conoscono nell'immediatezza intuitiva che non è emotiva, dunque non è neppure morale. Quello che posso dire, perché è davanti alla mia comprensione principiale (dei princìpi quindi) è che l'interdivoramento che sostiene l'esistenza sarà interrotto dalla conoscenza della dottrina eterna che conduce al di là dell'esistenza manifestata che conosciamo (si fa per dire). La perfezione assoluta è l'inizio e il fine della vita ed è al di là del movimento. Se l'universo potesse raggiungere questa Perfezione cesserebbe di essere insieme alle ragioni per le quali esso è il mezzo e non il fine. Per l'essere che matura, attraverso il sacrificio di sé, l'identificazione con la Realtà assoluta, non c'è l'estinzione assoluta, che non avrebbe senso ci fosse, ma un ampliamento totale della centralità della quale esso è l'espressione individualizzata. Fusi, ma non confusi, diceva Maestro Eckart, e lo stesso concetto è così espresso dalle scritture vediche: Come goccia d'acqua su pietra che scotta si espande al massimo delle sue possibilità senza estinguersi, così l'essere realizzato si fonde nell'Assoluto non perdendo ciò che esso in realtà è sempre stato anche nella dimenticanza di Sé.
Considerazioni attorno ai princìpi universali che legiferano l'esistenza, e racconti sulle loro conseguenze nel dominio relativo nel quale si dispiega la manifestazione della realtà. In mezzo a tutto questo ci infilo, ogni tanto, anche racconti umoristici, secondo la natura che mi trascino dietro o che trascina me. Non si è ancora ben capito in che ordine ciò accada.
martedì 7 aprile 2015
Sui punti di vista
Per capire la natura dei punti di vista occorre immaginarsi una circonferenza sulla quale coesistono indefiniti punti, ognuno di essi occupante una posizione diversa da ogni altra. La visuale di ognuno di questi punti ne ha una in opposizione che le si oppone, altrettanto vera quando considerata dalla visuale opposta. Tutte queste diverse visuali corrispondono a una molteplicità di punti di vista, ognuno incompleto e insufficiente a causa della presenza, altrettanto valida, del suo correlativo opposto. Ma c'è un punto che non avendo un correlativo che gli si possa opporre non è, propriamente, considerabile come fosse un punto di vista: esso è quello centrale alla circonferenza e del quale quest'ultima è l'espressione capovolta della sua unità, che sulla circonferenza dal centro generata diviene unicità nella molteplicità. Normalmente la quasi totalità delle persone interpreta la realtà dalla propria visuale, attraverso la loro intelligenza individuale, ma ci sono rarissimi individui che hanno avuto in dono dal Mistero assoluto l'accesso alla visuale centrale data dall'Intelligenza universale, propria all'unità, che è causa di quelle individuali. Queste persone sono dette essere state illuminate a causa del loro comunicare direttamente col centro di sé. Centro identico per tutti gli esseri, riflessione dell'Assoluto. Costoro "vedono" nell'immediatezza sovra temporale, non relativa, esente dunque dal dubbio, e lo fanno grazie alla consapevolezza interiore e spirituale, dei princìpi normativi della manifestazione dell'esistenza. Questi illuminati (termine abusato in modo impressionante) non possono più formulare ipotesi personali né avere idee proprie, perché questo è il prezzo che deve pagare chi vede la verità dei princìpi. La prima illuminazione corrisponde all'entrata nella sfera delle cause. Il difficile arriva quando essi devono applicare su di sé la Verità conosciuta nella sua essenza. Perdonami la pappardella Ho scordato di scrivere che il centro non ha la circonferenza in opposizione, perché la circonferenza è un suo effetto e mai un effetto può opporsi alla causa dalla quale è stato generato. P.S: la verità detta oggettiva ha il suo correlativo in quella soggettiva, per questo occorre dire che anch'essa corrisponda al più generale dei punti di vista, mentre quella soggettive è il più particolare tra questi. La Verità centrale è oltre l'oggettività e la soggettività.
Sull'ipotetica equivalenza di vita e di morte
Vita e morte non possono essere equivalenti, come non lo sono tutte le realtà in opposizione tra loro che, però, divengono una complementarità quando osservate da una visuale più elevata. Complementarità che è destinata a risolversi nell'unità dalla quale i poli in opposizione apparente sono stati generati. Affermare la loro equivalenza, e un loro presunto isomorfismo, significa credere che tutte le opposizioni siano equivalenti nella forma e nella sostanza, mentre vita e morte costituiscono due realtà che si specchiano una di fronte all'altra, ognuna di esse capovolta nel confronto con l'altra. Quello che si deve dire, invece, è che ogni nascita corrisponde a una morte avvenuta su un diverso e contiguo piano di realtà, e a ogni morte corrisponderà una successiva nascita su un altro e diverso piano, anch'esso contiguo, di realtà. L'esistenza può essere simboleggiata da una spirale tridimensionale e ogni sua sezione orizzontale determina un piano di realtà. La spira che entra nel piano considerato corrisponde alla nascita, e anticipando il piano non può essere decisa da chi nasce su quel piano. La porzione di spira che uscirà dallo stesso piano, essendo all'interno di quello potrà essere decisa da chi muore, ma non potrà essere arrestata. Infatti si può decidere di morire, ma non di evitare la morte. Le due condizioni opposte mostrano che nascita e morte non sono realtà tra loro isomorfe, perché il non poter decidere di nascere ha in opposizione il poter decidere di morire. Spero di aver chiarito sufficientemente le ragioni di principio per le quali vita e morte non siano da considerarsi equivalenti, perché per esserlo dovrebbero condividere le stesse caratteristiche sullo stesso piano di realtà, e come ho appena illustrato... così non è.
Sulle fedi e sulla Fede
La fede, come ogni altra realtà, ha le sue gradazioni che le conferiscono qualità positive o negative in relazione alle qualità dell'intelligenza e del sentimento che la motivano. Nell'impossibilità di analizzare tutti i tipi di fedi possibili mi limiterò a farlo coi suoi due estremi: in basso c'è la fede cieca, che si avvale esclusivamente delle emozioni, e può essere fede nella Trascendenza divina, o nel dittatore di turno. In alto c'è la fede che, avvalendosi della logica, armonizza il sentimento con le esigenze dell'intelletto. Questo vale per la quasi totalità delle persone, ma al di là della fede comunemente considerata e che riguarda la generalità delle persone del pianeta, è necessario considerare un fede diversa da tutte le altre perché non si affida al credere o al non credere, ma alla consapevolezza di ordine spirituale. Chi nutre una qualsiasi delle fedi delle quali ho descritto le due polarità estreme non ha alcuna certezza assoluta, e non ce l'ha perché è costretto a considerare la realtà attraverso la propria intelligenza individuale: quando il sentimento supera la ragione si tende al credere o al non credere, e pure se è l'intelligenza a essere dominante si è costretti al credere o al non credere perché non si ha la Certezza assoluta dei princìpi normativi che modulano, secondo leggi fisse e universali, il dipanarsi ciclico della manifestazione dell'esistenza. I rari individui che "vedono" la realtà in modo diretto e non mediato dalla mente è detto che siano stati illuminati dall'Assoluto, il Quale ha concesso loro di poter comunicare col Centro di se stessi, che è assoluto e identico a se stesso in tutti gli esseri. Un illuminato (da non confondersi con quella organizzazione chiamata "degli illuminati") è colui che ha avuto accesso all'Intelligenza universale e "vede", nella Certezza assoluta, i princìpi universali perché l'apertura interiore data dall'Assoluto glielo consente. Esso "vede" al di sopra del tempo la Verità che dovrà essere da lui attuata nel proprio vivere, perché sempre la Verità è realizzativa essendo Essa totale. Colui che intuisce direttamente la Verità non formula più ipotesi e non ha più idee personali, perché la Verità vista è superiore alle invenzioni individuali. Questa che sto descrivendo è una Certezza assoluta, possibile soltanto perché il nostro Centro è assoluto legame con il Centro di tutti i centri che l'uomo chiama Dio. L'intelligenza individuale, figlia minore e troppo spesso anche vergogna di quella universale, nell'iniziato ai misteri è utilizzata soltanto per tradurre in parole ciò che è "visto" dall'Intuire spirituale, che supera anche la razionalità logica e discorsiva. La supera perché la logica è conseguenza della Verità totale, ed essendo contenuta dalla Verità non potrà contenere tutta la Verità a propria volta, perché mai un contenuto può contenere il proprio contenitore, così come il meno non può contenere il più. La Certezza di cui sto illustrando alcune caratteristiche non ha bisogno della fede, perché non ha punti di contatto col credere e neppure col non credere, ma è il puro conoscere al di sopra delle opposizioni che si risolvono nella complementarità degli opposti destinata a risolversi nel loro principio comune, dal quale l'opposizione è nata per divisione e moltiplicazione successiva. Dice un detto dei Sufi: "La Certezza iniziatica ha la stessa natura dell'infinità interna al Mistero assoluto, la quale non può esaurirlo". Per questa Certezza l'iniziato, e a maggior ragione il maestro che lo ha iniziato per volere dell'Assoluto, è visto dai profani come un presuntuoso, ed è per questo motivo che Gesù, maestro dei maestri, è stato crocifisso.
domenica 5 aprile 2015
Un po' di chiarezza su cosa sia in realtà la "guerra santa" dell'Islam...
Ho deciso di pubblicare queste mie considerazioni, frutto di trentacinque anni di studi attorno a tutte le religioni non duali del pianeta, e della dottrina metafisica universale che comprende l'induismo, il taoismo e il buddhismo, dopo quanto è accaduto in Kenia con l'uccisione di 148 cristiani da parte di fondamentalisti criminali che si spacciano per essere dei musulmani, ma non lo sono, e ne spiegherò brevemente le indiscutibili ragioni di principio.
Ci sono due tipi di guerre, una di occupazione e un'altra di liberazione. La prima porta disordine e la seconda ricompone gli equilibri spezzati dalla prima. Così è anche per la guerra che ognuno combatte contro il proprio egoismo, che l'Islam chiama "Grande guerra" (el-jihadul-akbar) e la "piccola guerra" contro chi adora gli idoli (el-jihadul-acghar). Il sacro Corano parla di Gesù definendolo un Profeta inviato da Dio e i veri cristiani, per il Corano, non sono da considerarsi degli infedeli, così come non lo sono i veri ebrei. Chi lo pensasse non è da considerarsi musulmano e fedele all'Islam, perché contraddirebbe il sacro libro del Corano.
There are two types of wars, a war of occupation and the other of liberation. The first war open the door of disorder, and the second one reassembles balances broken by the first. So it is also for the war in which everyone is fighting against his own selfishness, that Islam called "Great War" (el-jihadul-akbar), and the war against those who worship idols, called the little war (el-jihadul-acghar). The Holy Koran speaks of Jesus and calling him Prophet sent by God, and the Christians, for the Koran, are not considered infidels, as well as also the Jews, for the same reasons, are not infidels. For these reasons, those who think that Christians and Jews are infidels, is not a Muslim... faithful to the principles of the Koran and the Islam.
lunedì 29 settembre 2014
Cosa resterà di noi?
Cosa potrà restare di noi, della nostra vita?
I ricordi che lasceremo, forse?
E per quanto tempo resteranno?
I manufatti? E per quanto tempo?
I nostri pensieri migliori?
E per quanto tempo si manterranno veri?
Durerà, più di tutto questo, la nostra cenere
che nutrirà ancora la vita della vegetazione.
Ma per quanto tempo ancora?
Ciò che lasceremo al mondo è soltanto
il nostro aver amato senza volerne fare
il possesso privato del nostro egoismo
Sarà l'essere stati amati da chi non ci ha
voluto possedere nemmeno per gelosia
Sarà il nostro aver rispettato la verità
che il Cielo ci ha mostrato essere vera
sarà il nostro modo di lasciare il mondo
e tutto questo lo lasceremo dentro di noi.Il Centro di sé
L'Intelligenza infinita che ha l'universo in sé, come possibilità in divenire attualizzata nella realtà che conosciamo, è una Intelligenza assoluta e perfetta, libera e impossibilitata a contraddirsi. Potendo tutto tranne che andare contro se stessa ci lascia liberi di scegliere, ma non di rifiutarci di essere. Ogni essere esiste perché la propria esistenza è stata possibile. Esistiamo, ed è un fatto, e siamo liberi entro i confini disegnati dalle possibilità inerenti alla nostra natura, natura decisa dalle possibilità che si sono trasformate in atto. L'Assoluto è privo di polarità in relazione tra loro, perché non è relativo, dunque la sua totalità che nulla esclude è potenza e nello stesso tempo anche atto. Ciò che è possibile diviene in aderenza alle qualità della sua possibilità di essere. L'esistenza di ognuno di noi è necessaria tanto quanto contingente; necessaria perché in relazione col principio del quale la totalità dell'esistente è l'espressione, e contingente perché nei confronti della Realtà assoluta siamo considerabili degli accidenti relativi nei quali Essa manifesta la sua superficie e nasconde la sua centralità.
La nostra intelligenza personale dell'Intelligenza universale è la rappresentazione individuale e limitata, ma derivando da quella di quella conserva la traccia e la possibilità di accedervi. Gli uomini illuminati sono detti tali perché vedono la realtà attraverso l'Intelligenza universale alla quale hanno avuto accesso per volontà dell'Assoluto. Essi devono vivere in conformità ai princìpi universali che vedono in modo assoluto e immediato, direttamente, e li conoscono perché è l'Intelligenza universale a consentire loro di "vedere" in modo assoluto, essendo quest'ultima assoluta. La consapevolezza degli individui che vedono, non è suscettibile di poter essere comunicata a causa della sua non relatività, e questo mette al riparo la Verità che si difende da sé. È per questa incomunicabilità che la conoscenza sovra temporale e sovra individuale è chiamata "mistero iniziatico". Essa è un sapere che deve essere realizzato nella vita di coloro che conoscono il vero, non è una teoria speculativa né è filosofia, perché non è invenzione, idea o ipotesi umana e neppure di altri esseri. È ciò che è perché essa è la Verità assoluta. Non sarebbe possibile per l'uomo avere accesso a questo conoscere sovra razionale se nell'essere umano non ci fosse una centralità assoluta che lo consentisse; è attraverso questa centralità, chiamata sé e assoluta riflessione del Mistero che si conosce, nell'immediatezza dell'intuizione spirituale, la via personale che condurrà al Centro di sé.
Che ogni essere si senta un io, e che questo io sia l'identico sentire di ognuno, sarebbe contraddittorio se ogni essere non fosse l'espressione della stessa identica centralità, in ognuno, dello stesso Sé assoluto, che si manifesta esteriormente nelle proprie, infinite, possibilità attuative.
Dio si è fatto ciò che noi siamo, per renderci ciò che Egli è. (sant'Ireneo)
Il Cielo è divenuto terra, affinché la terra divenga Cielo.
martedì 16 settembre 2014
So che questo scritto potrà essere compreso appieno solo da chi non ha bisogno di leggerne il contenuto.
L'esistenza è caratterizzata da una totalità incompleta, perché ci sono realtà che sono, pur non essendo soggette ad alcuna forma di manifestazione di sé. Altre realtà si mostrano attraverso i loro effetti, ma non sono visibili ai sensi. Quando non hanno forma le realtà sono dette "informali", e a queste appartengono sia le idee che le intenzioni, prima che esse siano rivestite dal pensiero e dalle azioni. Ma quello che rende incompleta la manifestazione della realtà relativa non è l'assenza di una forma, ma delle sue essenziali ragioni d'essere. Esistere deriva dal latino "Ex_stare" che indica proprio quella assenza. Per questo il pensiero consequenziale, detto razionale, non può chiudere il cerchio nel quale la logica si dichiara soddisfatta di sé, perché per chiudere un cerchio occorre che la realtà dove quel cerchio è inscritto sia fissa, e non in perenne movimento come in effetti essa è. Dove tutto si muove ogni cerchio si trasforma in una spirale e non può essere chiuso. La legge universale che impone all'esistente il movimento è, in quanto causa del muoversi, superiore ai suoi effetti, dunque in questa sua superiorità non è soggetta al doversi muovere a propria volta. È per questo che i suoi effetti vivono nella relativa tranquillità data dal non potersi fermare. Eppure è proprio nel fermare la propria corsa che la logica avrà soddisfazione. Per fermarsi la logica deve superare se stessa, e per superarsi deve riconoscere la Verità assoluta dalla quale essa è superata. La logica è conseguenza della Verità e dalla Verità totale e assoluta è compresa. Per questo la logica non è in grado di comprendere nella sua totalità ciò da cui essa è compresa. Nessun contenuto può comprendere totalmente il proprio contenitore. La logica è superata dall'intuito spirituale che è dato dall'intelligenza universale, la quale è causa di quella individuale. L'Intelligenza universale è quella alla quale si ha accesso quando si è stati risvegliati dall'Assoluto attraverso la mediazione di un maestro che è stato a propria volta illuminato dall'Assoluto da un altro maestro, in una catena ininterrotta di maestri che ha le proprie radici al disopra della durata temporale. La consapevolezza iniziatica che si ha dopo l'iniziazione ai misteri dello spirito è conoscenza interiore dei principi universali, che sono normativi delle realtà manifestata, ed è la stessa per ognuno che vi ha avuto accesso per volontà dell'Assoluto. È una conoscenza della quale si può comunicare soltanto la superficie, dovendo di essa necessariamente tralasciare la sua essenza che, non essendo relativa, costituisce il segreto iniziatico, che è segreto solo perché non si presta alla comunicazione di sé. Chi conosce questo segreto conosce se stesso e i principi dell'intero universo, ma questa superiore conoscenza non gli appartiene, perché può solo vederla, e mai può modificarne il senso. Potrà svolgerne aspetti particolari o generali da angolazioni nuove, ma senza che queste visuali contraddicano le altre di pari dignità, viste da punti differenti che guardano, considerandone aspetti diversi, lo stesso perché unico Centro al quale ogni visuale deve la propria essenziale ragione d'essere.
lunedì 15 settembre 2014
La Fonte eterna
Un flebile "Mioddio!" le sfuggì, con lo stesso suono che hanno i sospiri quando si accorse che, forse, la sua sofferenza non sarebbe cessata col morire.
La sua coscienza stava scivolando dietro al suo ultimo fiato, spogliata del peso inferto da un organismo che l'aveva tenuta addormentata dai suoi bisogni futili.
Da quell'ultimo sibilo di arrendevolezza le cose non sarebbero state più le stesse, e la memoria non sarebbe più stata intralciata dai desideri che i mille miliardi di cellule del suo corpo anelavano dovessero essere soddisfatti a tutti i costi.
Qui, dove l'istante immobile non imbroglia attraverso lo scorrere del tempo, dove lo spazio è solo interiore, vasto come solo sanno essere le verdi praterie, qui si fanno i conti con l'oste che, fino a questo tragico momento, è sempre stato in cucina a preparare una lista che non può essere messa in discussione, perché quell'oste è la fonte universale di ogni coscienza individuale.
Così, quella che ancora era una individualità cominciò a correre di nuovo sui prati verdi dell'attesa, senza che gli zoccoli del suo dover attendere potessero calpestare alcunché. Ci sarebbe stato altro tempo a imbrogliare l'orizzonte da dover raggiungere, e ora si trattava soltanto di aspettare il segno dato dal fato con l'apertura di una fessura nuova, che precipita verso l'ignoto di una nuova esistenza, nella quale un altro e diverso essere avrebbe continuato la sua corsa terrena, sentendosi di nuovo lo stesso io che replica se stesso indefinitamente, trascinandosi appresso le cose da aggiustare pur non essendo responsabile di averle rotte. È così che l'esistenza si fa pagare, quando dà la possibilità a ogni essere di avventurarsi nella grande sfida della vita. Innumerevoli ego pulsano della voglia di essere diversi uno dall'altro, nell'imbroglio senza tempo nel quale l'unico Sé eterno esprime le proprie infinite possibilità di essere sempre unico e diverso, sempre generoso, e sempre libero nell'obbligo di sentirsi un io che cerca la Libertà totale, la stessa alla quale ogni ego rinuncia, col nascere al mondo dove il desiderio regna, disturbato da un futuro che si lascia guardare soltanto da chi ha rinunciato al desiderio.
domenica 14 settembre 2014
Deluso dalla propria intelligenza
Io sono stato deluso dalla mia intelligenza, molto deluso, perché si è rivelata essere inadeguata ai compiti che ogni intelligenza deve darsi: quello di dover capire la realtà, che è verità. I primi trenta anni della mia vita sono stati un maldestro tentativo di capirla, e i risultati non ci sono stati, ma si è trattato di qualcosa di peggio: io non me ne ero accorto.
Un giorno la vicinanza della morte mi ha costretto a conoscere un medico per essere curato, era una dottoressa ed era anche una maestra che ascoltava i segni che il Mistero le dava. Tra quei segni ce n'era uno che mi riguardava, e lei agì. Non accontentandosi di avermi guarito, a mia insaputa scostò il velo che mi proteggeva il cuore e io conobbi la mia morte, necessaria al vedere con gli occhi di un'intelligenza che non era più mia. La mia intelligenza ora è l'inabile segretaria di quella universale, che non mi appartiene. È una segretaria morta, e qualsiasi cosa lei scriva, le ricorda di essere morta.
Un giorno la vicinanza della morte mi ha costretto a conoscere un medico per essere curato, era una dottoressa ed era anche una maestra che ascoltava i segni che il Mistero le dava. Tra quei segni ce n'era uno che mi riguardava, e lei agì. Non accontentandosi di avermi guarito, a mia insaputa scostò il velo che mi proteggeva il cuore e io conobbi la mia morte, necessaria al vedere con gli occhi di un'intelligenza che non era più mia. La mia intelligenza ora è l'inabile segretaria di quella universale, che non mi appartiene. È una segretaria morta, e qualsiasi cosa lei scriva, le ricorda di essere morta.
mercoledì 10 settembre 2014
Quello che abbiamo dimenticato di essere
Da ragazzo rincorrevo con la mente tutto ciò che non capivo, cercando di ordinare il tutto delle mie esperienze in modo da trovare una risposta univoca che fossa priva di contraddizioni al suo interno. Il cerchio aperto dalle questioni irrisolte non riuscivo a chiuderlo, facendo combaciare il suo inizio con la sua fine. Non ci riuscivo perché sia l'inizio di tutti gli inizi, che la fine di tutte le fini non sono di questo mondo. La mente può solamente mordersi la coda, stando confinata nel dominio che le appartiene. Non è la mente che può conoscere la verità dell'inizio e della fine, perché essa non può indagare fuori dal mondo. Lo può fare soltanto l'intuito superiore, quello capace di comunicare con la Realtà assoluta, che è presente in ognuno di noi, costituendo la nostra centralità spirituale.
In questo modo l'Assoluto ci parla silenziosamente, mostrando al nostro intelletto, al cuore e alla nostra volontà, i princìpi normativi dell'esistenza. È solo l'inizio di una lunga e complessa avventura verso la Libertà, assoluta perché priva di costrizioni, l'unica per cui vale la pena di vivere, l'unica per cui vale la pena di morire.
Il sacrificio di sé è la chiave che apre al Mistero, e non è un dissolversi nel nulla, ma un espandere il nostro centro al di là di ogni confine, per ritornare a essere quello che abbiamo scordato di essere sempre stati.
In questo modo l'Assoluto ci parla silenziosamente, mostrando al nostro intelletto, al cuore e alla nostra volontà, i princìpi normativi dell'esistenza. È solo l'inizio di una lunga e complessa avventura verso la Libertà, assoluta perché priva di costrizioni, l'unica per cui vale la pena di vivere, l'unica per cui vale la pena di morire.
Il sacrificio di sé è la chiave che apre al Mistero, e non è un dissolversi nel nulla, ma un espandere il nostro centro al di là di ogni confine, per ritornare a essere quello che abbiamo scordato di essere sempre stati.
domenica 7 settembre 2014
La gara del mondo
Più o meno, e in diverse misure, tutti mentiamo almeno un poco, il mondo stesso mente e, con esso, la natura, che si guarda bene dallo svelare le ragioni del suo esserci. In questo comune desiderio di abbellire una realtà, contaminata dalla verità, la menzogna si dà un gran daffare per correggere quelli che, per chi mente, sono limiti superabili con una bella mano di vernice. La parola, e con essa il linguaggio, pare si sia data lo stesso fine che ha il pennello di un pittore che deve vendere il proprio quadro. Questa competizione vede allineata, sulla linea di partenza, l'intera umanità. Tesa verso il traguardo dell'ipocrisia la voglia di apparire corre, suda, sgomita e sputa veleno contro tutti, nella volontà di esaudire i propri desideri. In questa gara, orientata verso il guadagno materiale, gli ultimi saranno i primi ad arrivare nello spirito che ha voluto il mondo, e non occorrerà spiegare il perché.
mercoledì 3 settembre 2014
Breve dissertazione su alcuni errori commessi dal credere comune, anche definito "buon senso"...
Il termine "Assoluto" indica unità e anche unicità data dal comprendere, in potenza e in principio, tutto ciò che è. La Realtà assoluta può essere descritta definendola solo attraverso ciò che essa non è, perché l'Assoluto è la ragione d'essere dell'esistenza e, in quanto causa, non partecipa ai suoi stessi effetti, come d'altronde fanno tutte le cause, anche quando sono relative. Per Assoluto si deve intendere la Realtà senza divisioni al suo interno, dunque priva di parti in relazione tra loro. L'Assoluto è quindi sia infinito che eterno, cioè non circoscritto da limiti e non sottomesso alla durata. Non possono esserci due assoluti, perché l'uno costituirebbe il limite dell'altro. Di riflesso, e per la stessa ragione, due universi, pur non essendo l'universo assoluto, non possono coesistere, perché universo significa che tutto comprende in sé, e più universi sarebbero necessariamente compresi dallo stesso e unico universo, che è unico come lo è la sua Causa. Pur avendo, le parole, una loro pura accezione di significato, spesso sono usate lateralmente al senso preciso che esprimono; in questo modo per assolute sono intese tutte le realtà relative che si pensa non possano essere messe in discussione. L'utilizzo improprio delle parole genera, però, confusione, e sovente si dice sia infinita una realtà relativa che è soltanto indefinita, o eterna una realtà che è perpetua. L'indefinito è ciò che, pur avendo dei limiti, non può essere misurato per inadeguatezza dei mezzi atti a farlo, mentre perpetuo si dice di quanto, pur essendo relativo, è sottomesso alla ciclicità destinata a esaurirsi.
Persino nella matematica, che si fregia di essere esatta, sono ipotizzati diversi insiemi che sono detti essere infiniti. Anche una mente semplice può agevolmente comprendere che se infinito significa privo di inizio e di fine non può essere rinchiuso in un insieme isolato da altri insiemi altrettanto infiniti, perché un insieme deve essere caratterizzato da qualità che gli altri insiemi non hanno, e questo gli darebbe dei limiti che l'Infinito non potrebbe avere. Il simbolo dell'infinito matematico è un otto disteso, simbolo che indica ciclicità, e non può esprimere la superiorità che l'Infinito ha verso l'estensione. Alla stessa stregua, e riproponendo lo stesso tipo di errore, il calcolo infinitesimale, in matematica, è definito come fosse infinito, sia al suo polo positivo che a quello negativo.
La Verità e il ricercatore
La Verità assoluta è sempre superiore ai limiti intellettivi che ha chi cerca di comprenderla. Questo significa che il ricercatore non può avere l'opportunità di impossessarsene. Significa anche che sarà la Verità a rivelarsi, sia a colui che la cerca che a chi crede che la Verità assoluta non esista, e lo farà concedendosi a chi ha le qualificazioni interiori per non restare accecato guardandola. A volte, e senza nemmeno sospettarlo, anche chi non crede alla Verità la sta cercando, perché il suo non credere indica che si è posto il problema, e l'esserselo posto lo ha reso un obiettivo nel mirino della Verità.
Cita un detto Sufi:
La Certezza assoluta, attraverso la quale la Verità assoluta si rivela, condivide la stessa infinità interna del Mistero assoluto, la quale non può esaurirLo.
La Verità si svela dando modo di conoscere i princìpi universali attraverso i quali essa manifesta l'esistenza. È solo l'inizio dell'avventura della vita vissuta all'interno della Certezza priva del dubbio, ed è ancora poca cosa nei confronti dell'obiettivo finale dato dalla Libertà che è assenza di costrizioni. La chiave di volta di questo unico Cielo è il sacrificio di sé, ed è per questo che la Verità pare essere irraggiungibile. Per la stessa ragione il principe del mondo, e delle tenebre, dice che non nutrire dubbi sia la cosa più stupida che un essere può fare, e lo dice come se avere o non avere dubbi sia la conseguenza del fare, e non dell'Intelligenza che da individuale è divenuta universale.
Cita un detto Sufi:
La Certezza assoluta, attraverso la quale la Verità assoluta si rivela, condivide la stessa infinità interna del Mistero assoluto, la quale non può esaurirLo.
La Verità si svela dando modo di conoscere i princìpi universali attraverso i quali essa manifesta l'esistenza. È solo l'inizio dell'avventura della vita vissuta all'interno della Certezza priva del dubbio, ed è ancora poca cosa nei confronti dell'obiettivo finale dato dalla Libertà che è assenza di costrizioni. La chiave di volta di questo unico Cielo è il sacrificio di sé, ed è per questo che la Verità pare essere irraggiungibile. Per la stessa ragione il principe del mondo, e delle tenebre, dice che non nutrire dubbi sia la cosa più stupida che un essere può fare, e lo dice come se avere o non avere dubbi sia la conseguenza del fare, e non dell'Intelligenza che da individuale è divenuta universale.
lunedì 1 settembre 2014
Sulla responsabilità
Essere responsabili significa operare al meglio, ma indica anche l'essere disposti a riconoscere i propri errori, e a pagarne le conseguenze.
La libertà relativa della quale godiamo ci rende responsabili in dipendenza delle nostre intenzioni che motivano l'agire, ma la libertà, in sé, non è responsabile. Semmai lo sarà l'Intelligenza che ce l'ha data insieme alla vita. La questione, addentrandosi nelle ragioni d'essere della nostra libertà, si complica assai, perché l'Intelligenza trascendente che elargisce l'esistenza la dona nella libertà, perché la trascendenza è Libertà assoluta che non può contraddirsi. Non potendo contraddirsi negando la libertà agli esseri… non può nemmeno essere ritenuta responsabile degli errori commessi dagli stessi esseri che sono liberi di scegliere come agire e quando farlo. Gli esseri umani, invece, essendo relativi possono contraddirsi e, per questo, divengono responsabili delle loro azioni. La Verità pure, nella sua essenza assoluta, identica dunque alla Libertà nel suo essere assoluta, per le stesse ragioni non è responsabile della realtà, e di conseguenza sarà responsabile solo chi afferma o nega qualsiasi verità relativa. Per questo il bestemmiare contro l'Assoluto non ha alcun senso. Inoltre l'Assoluto non crea nulla, perché nulla è fuori da Sé, è l'Essere primo - prima affermazione dell'Assoluto - che genera tutti gli esseri e la realtà relativa che li circonda. Essere primo che chiamiamo Dio e che, in quanto causa, non partecipa ai suoi propri effetti, e rientra ancora in ciò che si è convenuto chiamare il "Non essere", perché contiene l'Essere che non può manifestarsi senza degradare sul piano di realtà relativo. Nemmeno Dio può essere considerato responsabile, perché è realtà trascendente che attua le possibilità implicite all'Assoluto. Concludendo questa breve dissertazione appare evidente - almeno a me - che la responsabilità della realtà relativa sia conseguente alla divisione in polarità di tutto ciò che è, divisione asservita alla possibilità di scegliere che è libertà relativa. Responsabilità che qualifica le azioni di ognuno in relazione alle intenzioni che anticipano le azioni. Azioni le quali, quando fossero private della loro conseguente responsabilità, sarebbero prive della qualità che ognuno di noi assegna loro agendo… in un agire che lo qualificherà a propria volta.
Iscriviti a:
Post (Atom)