Considerazioni attorno ai princìpi universali che legiferano l'esistenza, e racconti sulle loro conseguenze nel dominio relativo nel quale si dispiega la manifestazione della realtà. In mezzo a tutto questo ci infilo, ogni tanto, anche racconti umoristici, secondo la natura che mi trascino dietro o che trascina me. Non si è ancora ben capito in che ordine ciò accada.
mercoledì 15 gennaio 2014
Tra le mie poche certezze...
So per certo che le persone che hanno una vita troppo facile soffrono, per la mancanza di una sofferenza che darebbe loro la certezza di quanto si vale, che manca quando tutto va bene... e nonostante quasi tutto vada loro al meglio... soffrono senza che questa unica sofferenza rimasta possa aiutarle. L'ordine naturale delle cose è veramente crudele nel suo amarci alla follia...
martedì 14 gennaio 2014
Una persona colta
La scienza espressa dall'umanità è singolarmente piena di contraddizioni: da un lato afferma che l'universo ha avuto origine da un fenomeno che chiama Big Bang, la grande esplosione cosmica che espande se stessa, dal centro alla periferia, indefinitamente, col risultato di ingigantirsi di continuo, ma non potendo dire da dove questo ingigantirsi preleva la materia necessaria all'espansione, si accontenta di affermare che all'inizio l'universo era un sfera di materia talmente concentrata e spessa da contenere in sé l'universo che conosciamo oggi e, insieme a questo, pure quello infinitamente più grande che non conosceremo domani. Dall'altro lato, al contrario, giura che nell'universo nulla si crea e nulla si distrugge, e lo definisce il "Principio di conservazione dell'energia". Quando ero uno studente - ero uno di quegli asini che si scelgono un banco che sia il più lontano possibile dalla cattedra del professore - feci notare questa grave incongruenza al prof. di fisica, che non seppe rispondere e da quel giorno mi odiò con tutto se stesso, includendo in quel se stesso persino la scrivania. Sottolineai la questione presentandola pure al Monsignore, insegnante di religione, che era il Preside di quell'Istituto. Quest'ultimo non mi odiò, perché già mi detestava per altri motivi legati alla mia condotta, e mi disse che il Big Bang era un'ipotesi certamente contraddittoria, quando confrontata con la certezza che dà l'antico testamento contenuto nella Bibbia, condiviso dalle tre principali religioni monoteiste, quella ebraica, l'altra cristiana e, infine l'ultima, la musulmana, le quali differiscono tra loro solo nello stabilire il giorno nel quale Dio si riposò dopo aver creato l'Universo: il sabato per gli ebrei, la domenica per i cristiani e il venerdì per i musulmani.
Quando, più tardi e per altre ragioni fui espulso dalla scuola, me ne andai senza fare ricorso, e non capii l'incazzatura dei miei genitori che mi accusavano di aver perso la preziosa opportunità di poter essere, in un lontano futuro, una persona colta.
lunedì 13 gennaio 2014
La bellezza della diversità
I colori non invidiano gli altri colori perché sanno di essere tutti necessari alla bellezza della diversità.
Certezze relative e disillusioni
Chi potrebbe dire di aver imparato più dalle proprie certezze che dalle disillusioni avute? Nel primo caso la conoscenza acquisita sarebbe quella che si è sempre avuta, mentre nel secondo sarebbe migliorata, facendo capire che se la disillusione ricorre spesso nell'esistenza di ognuno... lo è per il bene di tutti. C'è solo una Certezza che non può essere migliorata, ed è la Certezza assoluta che si ha quando si conoscono in modo assoluto i princìpi che sono norma per l'esistenza, perché all'esistenza sono superiori.
Equilibrio generale e disequilibri particolari
Il fatto di avere una vita relativamente breve convince moltitudini di individui, che vivono facendo del male a sé e al prossimo, di poter tenere lontana la giustizia naturale, quella che tende a riequilibrare le armonie spezzate, perché sarebbe impossibile che l'ordine al quale le cause e i loro effetti obbediscono faccia in tempo a risolvere tutte le questioni in sospeso da sistemare. Avrebbero ragione se si fosse certi che dopo la morte tutto si esaurirà in un applauso ai furbi, ma di quanto accadrà dopo il trapasso nessuno può dire di avere certezze, e questo ignorare consola le vittime inquietando i malvagi.
Per poter avere un'idea più precisa di quanto potrebbe accadere occorrerebbe conoscere quale sia la finalità dell'esistenza. Chiunque non faticherà a notare che l'esistenza è formata da cose imperfette le quali, coesistendo, formano un equilibrio generale attraverso il quale l'esistenza può continuare a sussistere, trovando in esso le basi per poter replicare le condizioni adatte al proseguire dell'esistenza.
Il fatto che sia merito di un equilibrio generale che i disequilibri parziali possano avere un futuro, indica che l'equilibrio armonico, anche quando è formato dalla somma di disarmonie parziali, costituisce una realtà che è di un livello superiore a quello nel quale si trovano a essere i disequilibri particolari che lo compongono. Da questo si può dedurre che il fine del disequilibrio sia nel migliorare la propria condizione, così da potersi avvicinare all'equilibrio che gli serve per assicurarsi un futuro. Ne deriva che la perfezione è superiore all'imperfezione. Se le realtà imperfette devono cercare di perfezionarsi… significa che qualsiasi possa essere il modo che la possibilità concede loro, questo modo dovrà contemplare una redenzione, un aggiustamento che guarirà un difetto. Ecco perché, pur ignorando quali possano essere i futuri modi che avremo a disposizione per perfezionare il nostro stato esistenziale, dobbiamo ammettere che non potremo evitare di faticare e soffrire per essere meglio di quello che attualmente siamo. L'esistenza non è un bagno penale, rigido e gelido, che ha come obiettivo il mortificare gli esseri per ridurli a dei soprammobili, perfetti nel loro desolato cimitero interiore di lucida porcellana, ma è un dispiegarsi della Possibilità universale che agli esseri appare come crudele, allo stesso modo di quanto sembra una mamma al proprio bambino capriccioso.
Per poter avere un'idea più precisa di quanto potrebbe accadere occorrerebbe conoscere quale sia la finalità dell'esistenza. Chiunque non faticherà a notare che l'esistenza è formata da cose imperfette le quali, coesistendo, formano un equilibrio generale attraverso il quale l'esistenza può continuare a sussistere, trovando in esso le basi per poter replicare le condizioni adatte al proseguire dell'esistenza.
Il fatto che sia merito di un equilibrio generale che i disequilibri parziali possano avere un futuro, indica che l'equilibrio armonico, anche quando è formato dalla somma di disarmonie parziali, costituisce una realtà che è di un livello superiore a quello nel quale si trovano a essere i disequilibri particolari che lo compongono. Da questo si può dedurre che il fine del disequilibrio sia nel migliorare la propria condizione, così da potersi avvicinare all'equilibrio che gli serve per assicurarsi un futuro. Ne deriva che la perfezione è superiore all'imperfezione. Se le realtà imperfette devono cercare di perfezionarsi… significa che qualsiasi possa essere il modo che la possibilità concede loro, questo modo dovrà contemplare una redenzione, un aggiustamento che guarirà un difetto. Ecco perché, pur ignorando quali possano essere i futuri modi che avremo a disposizione per perfezionare il nostro stato esistenziale, dobbiamo ammettere che non potremo evitare di faticare e soffrire per essere meglio di quello che attualmente siamo. L'esistenza non è un bagno penale, rigido e gelido, che ha come obiettivo il mortificare gli esseri per ridurli a dei soprammobili, perfetti nel loro desolato cimitero interiore di lucida porcellana, ma è un dispiegarsi della Possibilità universale che agli esseri appare come crudele, allo stesso modo di quanto sembra una mamma al proprio bambino capriccioso.
domenica 12 gennaio 2014
London crazy
Gli Inglesi chiamavano Bombay "London
crazy", e gli indiani, per vendicarsi, le avevano cambiato il nome in
Mumbai, ma sembrava sempre la stessa Londra, solo un poco più pazza di quello
che era stata prima. L'India è lo scrigno che custodisce la Tradizione più
antica del pianeta, incomprensibile persino alla maggior parte degli indù, ma
non ai maestri dello spirito che errano, prediletti dal Mistero, elemosinando
briciole quando possono alzare al cielo monumenti d'oro, eretti col loro solo
volerlo. Io lo sapevo perché ero stato iniziato ai piccoli misteri, tempo
addietro, da una poverissima donna, quasi cieca, che lesse in me qualificazioni
che mi rendevano adatto a sopportare il peso della Verità, quella che ti fa
conoscere il mondo attraverso la somma dei suoi minuti particolari, quelli che
sfuggono a tutti nel loro essere apparentemente insignificanti, e ora ero
ritornato in questa terra sacra, perché mi attendeva il passaggio dai piccoli
ai grandi misteri, ai quali si accede uscendo dalla propria individualità,
ascendendo per la verticale che attraversa il centro dello stato di
consapevolezza che aveva esaurito tutte le possibilità di essere, sul piano di
realtà nel quale è imprigionato l'uomo quando è ancora un individuo.
Uthpal avrebbe dovuto portarmi a casa della
mia ormai anziana maestra, con la quale comunicavo attraverso il sognare,
perché voleva presentarmi un guru in grado di dare un ulteriore appoggio al mio
slancio spirituale. In realtà un guru non insegna nulla, e il suo compito è solo
quello di accompagnare il discepolo verso la comunicazione consapevole con la
Centralità spirituale della quale ogni individuo, di questo e di altri mondi, è
l'espressione formale e differenziata.
Quando un maestro ha svolto il suo compito
principale, che è quello di trasmettere l'influenza spirituale che trasforma un
aspirante discepolo in un iniziato virtuale, deve facilitare quella virtualità
per renderla effettiva, ed essa diventa effettiva soltanto quando il discepolo,
che conosce in modo assoluto i princìpi dell'esistenza e le sue ragioni
essenziali d'essere, entra consapevolmente nel canale che è stato aperto
dall'influenza spirituale, il quale conduce al Centro ineffabile di sé.
Arrivati alla casa della mia maestra Uthpal
mi lasciò scendere dal suo riksciò, e se ne andò senza degnare di un'occhiata
le rupie che gli stavo porgendo. Entrai senza bussare, sapevo che .: mi stava
aspettando. Era buio all'interno, e quindi accesi la lampada a olio che sapevo
essere nello stesso angolo della stanza dove l'avevo lasciata. Ero contento di
sentire il respiro lieve della donna, alla quale dovevo lo scostamento del velo
di sonno che aveva stretto il mio cuore nell'oscurità, quella che solo la
luminosità interiore può dissipare. Lei tacque come sempre, sorridendo appena,
e io le accarezzai la mano, morbida nonostante avesse una pelle che ricordava
la carta crespa.
— Siediti— mi sussurrò ridacchiando
— Così ti sgranchirai le anchilosate anche
europee, che ti danno quell'aria impettita adatta a un attaccapanni...— e rise
di nuovo, divertita dal mio essere impacciato.
Sapevo che lei nel sogno mi vedeva come se i
suoi occhi chiusi fossero aperti e vivi, ma ogni volta che lei mostrava di
vedere l'esteriorità che disegnava il mio contorno... la superficie del mio
essere era imbarazzata.
Mi accomodai sulla stuoia accanto alla sua,
e mi parve che ridessero persino le ombre giocose che si allungavano sul viso
di lei, dalla flebile luce emanata dall'olio che bruciava senza sfrigolare.
— Namastè .:— dissi forte, come se lei, oltre
che cieca fosse pure sorda, e lei capì il gioco chiedendomi di urlare più
forte, perché anche al buio non è facile capire gli stupidi...
La stima che .: aveva di me era di un tipo
particolarmente difficile da inquadrare, inserendolo in uno schema che fosse
molto distante da quello usato dagli allevatori di tori da monta, eppure…
eppure in un certo modo nutriva una singolare forma di rispetto per i miei
sforzi tesi a non combinar cazzate.
Io non le ero mai piaciuto, non perché fossi
un occidentale, con l'aggravante di essere addirittura italiano, ma a causa
dell'inclinazione a esagerare che molti anni prima mi aveva spintonato in
India, alla ricerca del peggiore ostacolo alla conoscenza: la droga.
Naturalmente avevo lasciato al vento del
ricordo quelle amare esperienze, ma tra quei ricordi c'era anche quello del
motivo che mi aveva condotto da lei, nella speranza che potesse guarirmi da
un'epatite che stava consumando il mio organismo.
Lei era la curatrice di un villaggio sui
monti al nord dell'India, ma nessuno sapeva del suo essere soprattutto un guru.
L'India è piena di falsificatori che hanno
in mente di catturare i numerosi occidentali che si avventurano in quelle terre
alla ricerca di un maestro, così accade spesso di essere fermati per strada da
mascheroni colorati sotto a capigliature da rasta, impugnanti lance intarsiate
i quali, dopo averti fissato con occhi che vorrebbero simulare magici sguardi
col loro luccicare di follia selvaggia e predatoria… stavo dicendo che questi
falsi guru ti dicono che era da molto tempo che ti stavano aspettando e che,
finalmente, il Mistero ti aveva condotto da loro, guardiani severi di segreti
talmente pericolosi da poter essere rivelati solo a un eletto quale, con
esagerata evidenza, tu mostravi di essere.
Alcuni di questi personaggi da incubo
possiedono poteri psichici in grado di circuire le menti ingenue che consegnano
loro tutti gli averi… dei quali dovranno liberarsi per avere accesso al
conoscere che terrorizza i potenti.
In realtà nessun maestro può scegliersi i
discepoli, come nessun aspirante allievo può decidere quale debba essere il
guru dal quale ricevere l'iniziazione, questa impossibilità è data dal Mistero
assoluto che decide, inviando segni al guru, perché nessun aspirante allievo
sarebbe in grado di leggere un qualsiasi segno inviato dall'Intelligenza
universale.
La mia maestra - chiamarla così mi pare sia
inappropriato, perché in realtà lei non mi ha mai insegnato nulla - mi scrutò
da dietro le palpebre saldate degli occhi e sospirò:— Ragazzo mio, il mio
tacere non ti terrà più compagnia perché è arrivato il tempo, per te, di
ascoltare un silenzio che non è più di questo mondo
— Tu non hai mai avuto bisogno di me
— Ma ora hai necessità di sapere che oltre a
ciò che sai di essere, e dei limiti che hai scavalcato, c'è una Realtà più
grande da dover considerare e vivere, una Realtà capace di amare anche i propri
nemici, e l'essere che tu sei ancora è il tuo vecchio nemico che devi prima
abbracciare per poterlo vincere
— Dovrai scioglierne le difese senza bisogno
che si commuova per sé, né per te
— Dovrai salutarlo senza guardare giù— poi
mi diede un foglietto di carta con sopra scritto, in Sanscrito, quello che
doveva essere un indirizzo
— Noi continueremo a vederci in sogno
— È ancora presto per andarmene, ma troppo
tardi per voler tornare—
Uscii dalla stanza in un silenzio simile a
quello che si vive appena si è stati lanciati nel vuoto, sapendo, anche senza
poterle vedere, che sotto di sé ci sono le braccia di una madre pronte ad
accoglierti.
Fermai un riksciò e mostrai il foglietto
all'uomo che gli pedalava sopra, il quale mi disse che la strada da percorrere
era tanta, perché la via si trovava all'interno del Bhendi bazar, luogo di
fumerie d'oppio e di prostitute, posto pieno di pericoli per le tasche di un
europeo come ero io, e anche per la sua vita.
Gli mostrai il mio sorriso rassegnato, e lui
intuì che non potevo andare altrove.
Non mi è mai piaciuto farmi scarrozzare
dalle gambe scarne che spingono un riksciò, ma lo stomaco attaccato a quelle
gambe di quella fatica sopravvive e, insieme a lui, anche i suoi bambini, così
spostai l'attenzione sui lati della vita frenetica che scorrevano a fianco,
costituendo l'insieme di ostacoli che chi pedala non sempre riesce a evitare.
In quell'intrico rischioso l'incidente
diventa consuetudine, e in questa consuetudine l'abilità di chi ci vive in
mezzo si affina, al punto da apparire quasi miracolosa. L'interpretazione che
accomuna il credere degli indiani li induce ad avere grande fiducia nell'ordine
cosmico naturale, quello che gli occidentali chiamano Provvidenza, e non è raro
vedere delle mamme che siedono il loro bambino sopra un muro alto due metri, in
attesa di andarlo a prendere più tardi, quando potranno. Sotto allo stesso
bambino, in un attimo, si radunano occidentali pronti a prenderlo nel caso
cada, e il bambino, che da lì non cadrebbe nemmeno se fosse preso a bersaglio
da un tiro incrociato di cannoni, li guarda stupito, pensando di avere qualcosa
che quelli sotto di lui vogliono portargli via.
Una volta, molti anni prima, provai a
condurre un riksciò, e scoprii che è difficile farlo perché il mezzo tende, a
ogni spinta sui pedali, a girare a sinistra invadendo il marciapiede. In India
la guida è a sinistra, come in Inghilterra, e per gli europei del continente
non è semplice attraversare la strada, a causa di un riflesso condizionato che
li induce a controllare chi arriva a sinistra e poi, dalla metà strada in avanti,
girarsi sulla destra, quando si è fortunosamente sopravvissuti alla prima metà
dell'attraversamento. Una volta un riksciò mi infilò da dietro, e mi portò
seduto sul manubrio per una decina di metri prima di riuscire a bloccarsi,
facendomi ruzzolare a terra dopo aver strusciato la faccia sulla ruota davanti;
da allora attraversai le strade roteando velocemente la testa a destra e a
sinistra, come un invasato, per dare modo alla Provvidenza di avere il tempo di
proteggere anche il resto del mondo.
Il Behndi bazar lo conoscevo bene, perché
nel mio primo soggiorno a Bombay andavo a fumare l'oppio nelle fumerie che ne
riempivano le strade. Immagino che a quel tempo fossero legali, ma non ne sono
certo perché in quel quartiere non era necessario che lo fossero. Sui balconi
delle case di legno stavano le prostitute, a volte bambine al di sotto dei dieci
anni di età, che guardavano in basso, alcune alla ricerca di un momentaneo
principe azzurro, altre nella speranza che quel principe morisse di infarto
mentre ansimava su per le scale che portavano ai loro letti.
Ricordai la prima volta che andai in una di
quelle fumerie, in compagnia di alcuni amici, per dar modo alla mia curiosità
di resistere alla tentazione del vizio.
Quella notte fumai una trentina di pipe,
senza pensare a quanto ammontasse il numero di palline che potevano uccidermi,
perché per me l'atto del fumare, fumando io erba e fumo che non costituiscono
un pericolo a breve termine, non poteva essere pericoloso.
Stetti due giorni e due notti in coma, e mi
svegliai con a fianco uno degli amici che mi disse di essere stato convinto che
non mi sarei più destato; mi porse un cilum di hascisc da fumare, per farmi
riprendere più in fretta dal torpore, e mi riaddormentai per altre lunghe e,
per i miei amici, interminabili ore.
In quegli anni campavo come un animale
selvatico, che era riuscito a fuggire dalla gabbia dove viveva della violenza
di chi lo aveva catturato, e l'ultima cosa alla quale davo importanza era la
mia stessa vita, che ritenevo fosse il dono offerto dal sarcasmo di un cielo
oscuro che mi rideva dietro.
Anche allora, però, qualcosa in me si
ribellava all'idea che la realtà sofferta non avesse un senso.
Ero di certo un materialista nelle mie
convinzioni, e sorvolavo sul fatto di avere un'ideologia che detestava le
ideologie.
A distanza di tanto tempo devo ammettere che
la vita è stata magnifica, nel suo aver mantenuto a lungo integra la tanta
pazienza avuta nei miei confronti ma, si sa, anche la pazienza capace di
attendere che una cometa si diverta per un intero giro sulla giostra della
galassia ha un termine, e la scia lasciata dal mio nucleo di ghiaccio stava
lentamente e inesorabilmente disperdendosi, senza saperlo, insieme al dover
diminuire di un gelo interiore che stava morendo.
Io e il conducente di riksciò arrivammo,
dopo aver percorso praterie di pensieri diversi tra loro, alla casa indicata
dall'indirizzo che mi aveva dato .:
Pagai il dovuto e salutai, ringraziandolo
quasi quanto lui ringraziò me, insieme al Cielo che mi aveva condotto da lui, e
mi infilai nel corridoio buio che guardava la strada senza farsi vedere. Se non
avessi saputo della moltitudine di abitazioni senza corrente che ci sono nelle
città indiane, avrei pensato che il percorso che conduce alla sorpresa debba
essere, per forza di cose, oscuro.
A quella casa ci ero arrivato, ma non sapevo
a quale porta bussare; fuori non c'erano indicazioni, e se ci fossero state io
ignoravo il nome della persona che stavo cercando.
A dire il vero non ero nemmeno sicuro che
quella fosse la casa giusta, perché quando davanti a noi si apre il destino
migliore che possiamo sperare le forze oscure se ne accorgono, e fanno di tutto
per impedire di attraversare la linea invisibile che esse hanno tracciato, e
che non deve essere calpestata mai.
Ero in grado di riconoscere,
nell'immediatezza intuitiva della nuova e diversa intelligenza che mi
possedeva, il brillare alieno degli occhi della "gente non gente", ma
non sempre erano loro a disporre ostacoli sul mio cammino. A volte era il mondo
stesso a farlo, perché chi ha in vista la propria uscita dal mondo deve
aspettarsi che al mondo quella scelta appaia come inopportuna.
Tutto ciò che è, pietre comprese, è energia
vibrante di vita che custodisce in sé aspetti diversi dell'infinità del
Mistero. Il mondo intero, l'intero universo è vivo, e ogni sua parte lo è a suo
modo, sul piano di realtà in cui si trova a essere.
L'universo è uno, a immagine del principio
primo riflesso dal Mistero, ma ha diversi strati di realtà concomitanti che si
compenetrano l'una nell'altra, perché non c'è una realtà che possa fare a meno
delle altre. Ognuna è contingente, ma nello stesso tempo necessaria all'insieme
che è, quando rapportato al Mistero assoluto, da considerarsi un accidente. Un
accidente che non è casuale, perché ha le proprie ragioni essenziali d'essere,
così come le ha ogni infimo componente dell'universo.
Di fatto, dovendo trovare una persona dal
nome ignoto, che forse abitava in una casa di cui non ero certo
dell'ubicazione, dava l'idea esatta di quello che ho inteso dire attorno
all'esistenza.
Non riuscivo a capire il perché la mia
maestra non mi aveva detto il nome della persona che stavo cercando; io avevo
dato per scontato che fosse scritto sul biglietto che mi aveva dato, ma fattolo
leggere a due persone, entrambe dissero che era il nome della via e il numero
di una casa con molte abitazioni, senza altre indicazioni.
Avevo domandato a dei negozianti della
stessa via se conoscessero un guru che viveva lì, ma tutti negarono ce ne fosse
uno, consigliandomi di andare al Tempio poco distante dove avrebbero saputo
senz'altro chi potesse essere il maestro che cercavo.
Ormai stavo disperando di riuscire a
trovarlo, dopo che al Tempio mi dissero che non ne sapevano nulla, così presi
una stanza in una Guest House del quartiere, senza riuscire a trovarne una che
non confinasse con un bordello.
Speravo di mettermi in contatto con .: sognandola, ma qualcosa mi impedì di addormentarmi.
Attraversai la nottata ascoltando i rumori
attorno, che parevano un concentrato del brusio fastidioso che di sicuro
circonda il pianeta, e trovai ridicolo che fossero in molti a pensare che
l'umanità sia la sola a produrlo, come se nell'enormità indefinita
dell'universo il nostro fosse l'unico pianeta abitato, perla smagliante
dell'ostrica universale nella quale era riuscito a introdursi un corpo
estraneo, granello di argilla che aveva dato modo alla stessa ostrica di
proteggersi dal fastidio mortale che le procurava quell'intrusione,
circondandolo di una preziosità luminosa che sfavillava dal centro di ogni
individuo.
È stupefacente il modo attraverso il quale
la meraviglia sa travestirsi da consuetudine, e in questo suo fluire miracoloso
ogni cosa assume l'aspetto che allarma di meno, tra quelli che prenderanno la
forma del possibile. Intanto la mia di forma camminava, tra le luci e l'ombra
che queste ultime generavano, consapevole di sé e del mondo, lasciandosi
scorrere a fianco di una volontà invisibile e infinita, senza paure, senza
desideri diversi dal bene comune nel quale la verità pare essere diversa da
quello che è.
Ricominciai a osservare la vita guardando dietro
agli occhi della gente, tra la selva delle intenzioni nascoste, dove predatori
e prede si scambiavano favori; ero stato anch'io uno di loro, e avevo condiviso
la loro stessa capacità data dal sentirsi una vittima colpevole soltanto di
essersi difesa, e ora li misuravo con lo stesso metro che avevo usato per
soffocare i miei sogni.
Non sarei più tornato indietro verso ciò che
sono stato, perché per me nessuna cosa è più desiderabile della verità, e nulla
è più doloroso dello stare sullo stesso lato dell'esistenza dove è in agguato
chi questa verità vuole trafiggere.
Verità che non si limita a dire ciò che è,
che non è, o che potrebbe essere, ma mostra quello che è meglio per tutti,
lasciando morire i desideri che a tutti nuocciono.
La mia maestra mi aveva di nuovo
imbrogliato, dicendomi che sarebbe stata acqua il dolce miele del sacrificio di
sé.
Un mercante mi rincorse per regalarmi una
rosa, che io affidai allo specchio di un lago che la accettò trascinandola nel
profondo, dove nessun fiore può sperare di riuscire ad arrivare, e un breve
scroscio di pioggia benedisse quel momento. Non ero ancora pronto come lo è
stato quel fiore, e ancora non avevo il suo profumo, ma volevo donare me stesso
con tutto me stesso al Mistero, perché da troppo tempo aspettava il mio
risveglio finale.
La notte seguente rividi .: che mi sorrideva, intimandomi di
tacere. Mi accarezzò amorevolmente con lo sguardo dei suoi occhi che sono
ciechi al mondo, ma spalancati sul Mistero, che non può stare in nessuno
sguardo diverso da quello infinito che gli appartiene.
sabato 11 gennaio 2014
La libertà è sofferenza
Se ci si vuole mantenere liberi, almeno per quanto riguarda l'essere aderenti ai propri princìpi indiscutibili, si deve essere disposti a soffrire, perché si è costretti da questa stessa libertà a interrompere amicizie e rapporti con persone che quei princìpi non condividono. Più questi princìpi sono nobili e meno amicizie si avranno.
venerdì 10 gennaio 2014
Armonia
Uno degli aspetti più fastidiosi dell'esistenza è il suo continuo mettere in discussione ogni certezza che ha l'umanità la quale, a causa di questo contraddire, è costretta a modificare le proprie credenze. Parrebbe quasi che il doverle modificare sia l'unica certezza che le sia concesso avere, ma non è così. Ci sono delle certezze assolute alle quali un umano può avere accesso, e quando ne ha preso atto si può esser sicuri che non riguardano le idee umane, ma sono riferite a princìpi a carattere universale e non morale, che sono le leggi attraverso cui l'Assoluto manifesta la propria armonia... e l'umanità la propria disarmonia.
mercoledì 8 gennaio 2014
Vivere per vivere?
Che importanza potrebbe avere l'aver vissuto allo scopo di vivere? Se ne avesse ne avrebbe anche il precipitarsi per un ripido pendio, correndo a occhi chiusi, nella speranza di farsi sorprendere dall'arrivo finale.
martedì 7 gennaio 2014
Eternità dell'onnipotente Mistero
Eternità dell'onnipotente Mistero che non può esaurire se stesso, né contraddire le proprie leggi
L'eternità contiene il tempo che è suo effetto, ma il tempo, in quanto effetto, non può contenere ciò da cui è contenuto. L'eternità non è la durata perpetua, che permane all'interno della ciclicità fino a quando la ciclicità sussiste, l'eternità è oltre il tempo ed è identica a se stessa, nello stesso modo in cui un istante sarebbe sempre lo stesso istante se non si trovasse a dover differenziarsi qualitativamente, per la costrizione data dalla molteplicità della quale è parte passiva. L'eternità, in quanto causa della durata, deve lasciare traccia di sé all'interno di quest'ultima, e questa traccia è costituita dall'unico istante che possiamo sperimentare vivendo. Il tempo fluisce all'interno di questo istante modificandone gli effetti, ma non la natura eterna che sta al suo centro, perché l'effetto non può modificare la causa che lo ha prodotto. Noi tutti, vivendo quella centralità, mostriamo di avere in noi la stessa traccia dell'eternità che c'è nel tempo. Ogni cambiamento ha il suo centro immobile, che nel tempo è l'istante fisso, e nello spazio è il punto privo di forma e dimensione. Punto che irradia l'esistenza che corre attorno all'istante immobile. In questo modo l'esistenza ci lascia liberi di scegliere se aprirsi al Mistero delle leggi universali, oppure negarlo.
Il Mistero resta identico a se stesso, qualsiasi scelta noi si faccia, ma noi no.
L'eternità contiene il tempo che è suo effetto, ma il tempo, in quanto effetto, non può contenere ciò da cui è contenuto. L'eternità non è la durata perpetua, che permane all'interno della ciclicità fino a quando la ciclicità sussiste, l'eternità è oltre il tempo ed è identica a se stessa, nello stesso modo in cui un istante sarebbe sempre lo stesso istante se non si trovasse a dover differenziarsi qualitativamente, per la costrizione data dalla molteplicità della quale è parte passiva. L'eternità, in quanto causa della durata, deve lasciare traccia di sé all'interno di quest'ultima, e questa traccia è costituita dall'unico istante che possiamo sperimentare vivendo. Il tempo fluisce all'interno di questo istante modificandone gli effetti, ma non la natura eterna che sta al suo centro, perché l'effetto non può modificare la causa che lo ha prodotto. Noi tutti, vivendo quella centralità, mostriamo di avere in noi la stessa traccia dell'eternità che c'è nel tempo. Ogni cambiamento ha il suo centro immobile, che nel tempo è l'istante fisso, e nello spazio è il punto privo di forma e dimensione. Punto che irradia l'esistenza che corre attorno all'istante immobile. In questo modo l'esistenza ci lascia liberi di scegliere se aprirsi al Mistero delle leggi universali, oppure negarlo.
Il Mistero resta identico a se stesso, qualsiasi scelta noi si faccia, ma noi no.
domenica 5 gennaio 2014
Una logica stringente
Se non ci fosse il timore non si cercherebbe di essere felici, e la paura c'è quando si teme di perdere. Ma cosa si può perdere quando, per colpa delle paure, non si è altro che degli individui spaventati dalla propria ignoranza?
venerdì 3 gennaio 2014
Il Mistero della libertà
Ciò che chiamiamo mistero della vita
è qualcosa che tende trappole a ognuno di noi, e non gli importa se gli
intrappolati siano ricchi o poveri, cattive o buone persone. Al Mistero
interessa solo che chi si trova all'interno di una trappola trovi il modo migliore
per uscirne, perché questo Mistero è Libertà, che usa la prigione per far
capire cosa la libertà sia.
giovedì 2 gennaio 2014
Identità della diversità
La consapevolezza di essere se stessi è la stessa per tutti, perché la centralità alla quale questa certezza è dovuta è la stessa in tutti.
La coscienza che da essa deriva è diversa per ognuno, perché deve avvolgere la diversità di ognuno.
L'obiettivo finale è lo stesso per tutti, ma le vie che vi conducono sono tutte diverse, come lo sono i raggi dello stesso sole.
Quando le coscienze sono vicine (si fa per dire) all'obiettivo si trasformano nell'unica Consapevolezza possibile, la stessa per tutti nel suo vedere la luminosità dalla quale si allunga l'ombra delle indefinite forme generate dal Mistero.
Stringimi forte
Stringimi forte
Un altro anno è andato
e s'avvicina il momento
che è stato guadagnato
dopo tanto tormento
Diretti verso il Cielo
saranno i miei occhi
e il ricordo del gelo
di campana i rintocchi
Amore mio non lasciarmi
tienimi stretta la mano
e continua ad amarmi
io non andrò lontano
Tutto cambia forma
poi si guarda intorno
e una vita ricomincia
pulsa di nuovo il giorno
Solo l'amore è uguale
perché lui deve unire
quando ti fa del male
tu non lo maledire
In questo sta il mistero
fonte di morte oscura
nulla che non sia vero
soltanto il falso matura
mercoledì 1 gennaio 2014
Ottimismo e pessimismo
L'ottimismo è quella rara e particolare condizione, prima spirituale e intellettuale, di seguito anche emotiva, di chi è abbastanza saggio da sapere che è pessimista chi non ha la pazienza di aspettare la vera conclusione degli accadimenti.
Il pessimismo, invece, è la diffusa credenza che quando si aspetta la reale conclusione degli eventi si arriva alla morte che le dà ragione.
In verità entrambe le condizioni ignorano che la realtà è solo il mezzo attraverso il quale cresce la capacità di comprensione di un essere e, insieme a questa, anche la consapevolezza che solo la conoscenza ha in se stessa il proprio guadagno, mentre l'ottimismo e il pessimismo si affidano all'azzardo delle ipotesi.
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